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La causa più comune del fallimento di un’artroprotesi è la mobilizzazione asettica che dipende dal verificarsi di due fenomeni: l’usura delle superfici articolari e la reazione biologica che deriva dalla liberazione di particelle dalle componenti protesiche. Infatti l’associazione tra usura volumetrica e riassorbimento osseo periprotesico è in relazione al numero di particelle biologicamente attive rilasciate dall’usura della protesi stessa. La risposta biologica è di tipo infiammatorio e un ruolo importante lo assumono i macrofagi e le cellule giganti. Questi fagocitano i detriti liberati, attivano i fibroblasti, formano granulomi e, liberando citochine, attivano il processo di riassorbimento nell’osso prospiciente l’impianto causandone la mobilizzazione e quindi il fallimento dell’artroplastica. Sono quindi necessari dei controlli di routine nei pazienti protesizzati, poiché la maggior parte di lesioni litiche in presenza di una componente stabile sono assolutamente asintomatiche.

È un intervento che costituisce una soluzione sempre più diffusa a numerose patologie invalidanti. In generale, l’indicazione all’artroplastica coxofemorale scaturisce dalla valutazione di due sintomi fondamentali: il dolore e la riduzione della funzione articolare residua. Sono attualmente disponibili diversi modelli di protesi totale di anca con una grande varietà di modelli sia delle componenti acetabolari sia di quelle femorali. Nessun modello tuttavia può essere considerato ideale per tutti i tipi di pazienti. La scelta della tipologia si basa sulle necessità del paziente, sull’aspettativa di vita, sullo stile di vita, sulla morfologia, le dimensioni e la qualità dell’osso, nonché sull’esperienza del chirurgo.

Le artroprotesi di anca, che da sole costituiscono circa il 65% di tutti gli interventi di chirurgia protesica in ortopedia, possono essere classificate in base a vari fattori. Biomeccanicamente possiamo distinguere due tipi di protesi: di distribuzione di carico, dette load sharing device, che trasmettono il carico direttamente all’osso diafisario (steli femorali cementati e non); e di trasferimento di carico, dette load transfer device, che lo trasmettono a una porzione epifisaria (protesi di rivestimento) o alla porzione cortico-spongiosa della pelvi (coppa acetabolare). Nelle prime è importante il mantenimento di una forza compressiva risultante più vicina possibile al normale, così per non modificare la distribuzione dei carichi all’interfaccia tra protesi e osso. Le protesi a trasferimento di carico presentano diversi vantaggi rispetto alle precedenti perché sono più conservative. Infatti, non vengono assolutamente modificate l’anatomia dell’anca nell’ off-set (ovvero la distanza tra centro articolare e diafisi), la lunghezza dell’arto, il grado di antiversione del collo del femore, la distribuzione del carico al femore prossimale. Ciò comporta inoltre un minor rischio di lussazione.

Riguardo la tecnica di fissazione all’osso si distinguono invece le protesi cementate da quelle non cementate. Talvolta può essere necessario ricorrere a due tipi diversi di fissaggio sullo stelo e sul cotile. Dall’uso del cemento solo per l’ancoraggio dello stelo nascono le protesi ‘ibride’; se invece è solo la componente acetabolare a essere cementata la protesi viene detta ‘ibrida inversa’. Considerando le dovute eccezioni, la scelta dell’eventuale uso del cemento si effettua in base alla misura del cortical index (spessore delle corticali in rapporto alle dimensioni del canale midollare), il cui valore normale è compreso tra lo 0,42 e lo 0,58; per valori superiori allo 0,50 si avrà l’indicazione per l’uso di protesi non cementate altrimenti ci si orienterà verso impianti cementati o ibridi. Si deve inoltre evidenziare l’importanza di un tono muscolare adeguato nei pazienti con elevata attività di carico: l’insufficienza muscolare (risolvibile con il prolungamento del programma riabilitativo) potrebbe infatti portare alla mobilizzazione dell’impianto. Nel decorso postoperatorio possono essere utilizzati diversi strumenti di valutazione, tra cui l’analisi di schede compilate dal paziente per valutare nel tempo il dolore e la funzione articolare, e l’esame radiografico al fine di ricercare zone di radioluminescenza od osteolisi.

Un’ulteriore classificazione può essere fatta in base alla scelta dell’accoppiamento, ovvero la scelta dell’abbinamento tra la testa femorale e la coppa acetabolare. La coppia usata più comunemente è polietilene-metallo. Possibili sono poi gli accoppiamenti ceramica-ceramica (utilizzato soprattutto nei pazienti giovani perché poco soggetti alla usura ma purtroppo anche molto costosi), ceramica-polietilene e metallo-metallo.

Un’ultima considerazione deve essere fatta: in seguito all’aumento della vita media della popolazione, e alle sempre maggiori richieste funzionali da parte dei pazienti, bisogna tener presente che molte protesi avranno bisogno di un intervento di revisione di una o di entrambe le componenti. A questo riguardo, è di fondamentale importanza la conservazione del bone stock. Gli interventi di revisione rappresentano ormai una parte sempre più ampia degli interventi di artroprotesi di anca. Per questo motivo nei pazienti giovani si fa ricorso a protesi di rivestimento o a conservazione di collo che permettendo una maggior salvaguardia del patrimonio osseo facilitano gli eventuali interventi di riprotesizzazione.

L’uso delle protesi nel ginocchio rappresenta la soluzione dell’ultimo stadio dell’artrosi di tale articolazione. L’articolazione del ginocchio è composta da tre ossa e da tre compartimenti: mediale (condilo femorale mediale e piatto tibiale mediale), laterale (condilo laterale e piatto laterale) e femoro-rotuleo (rotula e troclea femorale). Le protesi possono sostituire anche tutti e tre i compartimenti.

Le protesi monocompartimentali vengono usate quando il processo degenerativo riguarda un unico compartimento. Ciò ha luogo fondamentalmente nelle deviazioni assiali dell’arto inferiore, che aumentano il carico, per unità di superficie, supportato dal singolo compartimento. Il sovraccarico che ne deriva eccede la resistenza della cartilagine determinandone il deterioramento. I pazienti destinati all’intervento sono relativamente giovani e presentano un dolore localizzato al comparto mediale o laterale che aumenta in relazione all’impegno funzionale e al carico. È importante valutare nei candidati l’allineamento degli arti in appoggio monopodalico e dell’allineamento meccanico tramite una radiografia in ortostatismo effettuata da 1 m di distanza e includendo anca ginocchio e caviglia. Non tutte le deformità assiali possono infatti essere corrette con questo tipo di protesi, masolo quelle che non superino i 10° divalgismo o varismo rispetto ai valori normali. Le controindicazioni sono diverse: oltre alla deformità eccessiva, le artropatie infiammatorie, la lassità legamentosa (che genera un carico anomalo e maggiore usura dell’impianto e quindi un precoce fallimento), una sindrome femoro-rotulea, e le aspettative del paziente (che dovrà evitare sovraccarichi per aumentare la longevità dell’impianto) limitano l’utilizzo dell’impianto. Il vantaggio delle protesi monocompartimentali è che eliminano il dolore (in pazienti selezionati) salvaguardando il patrimonio osseo. L’intervento di revisione in caso di fallimento è relativamente più semplice rispetto a quello successivo a una protesi totale.

L’indicazione alla protesi totale del ginocchio è rappresentata solitamente da un grave processo artrosico che genera dolore non più controllabile con una terapia conservativa. Anche la deformità, legata al processo artrosico, può divenire la principale indicazione all’intervento qualora minacci l’esito di un’artroprotesi già pianificata. Diversi sono i design protesici esistenti. Si possono distinguere in bi- o tricompartimentali a seconda che venga sostituita anche la faccia articolare della rotula. La decisione sulla sostituzione della superficie articolare rotulea si basa sul grado di degenerazione. Il rischio è quello della persistenza di dolore del ginocchio in sede anteriore. Solitamente le superfici articolari sono costituite da metallo, per la componente femorale e polietilene, per quella tibiale e rotulea.

Biomeccanicamente le artroprotesi vengono distinte a seconda che conservino o meno il legamento crociato posteriore (LCP). A favore della conservazione del legamento vi è la possibilità di un più ampio range di movimento, la maggiore stabilità negli spostamenti di traslazione del ginocchio, la migliore conservazione della cinetica del passo, la minore resezione ossea per il posizionamento della componente femorale e il migliorato funzionamento della femoro-rotulea. Tuttavia, vi sono anche ragioni a favore del sacrificio dell’LCP. Infatti, non sempre il legamento è valido, e tali protesi garantiscono maggiore sicurezza nella correzione di deformità accentuate e contemporaneamente un minor tasso di usura (si ha maggiore congruenza delle superfici articolari sul piano sagittale che si traduce in minori stress del polietilene tibiale). In entrambe le tipologie protesiche è comunque importante effettuare un bilanciamentolegamentoso. Sono ammessi giochi di 1-2 mm in direzione laterale: un eccessivo gioco potrebbe infatti renderenecessario, infatti, l’utilizzo di protesi vincolate (a cerniera).

Va inoltre tenuto presente che l’artroprotesi di ginocchio ha un’aspettativa di vita limitata, inversamente proporzionale al livello di attività. Il candidato ideale è quindi un paziente an-ziano con uno stile di vita piuttostosedentario, per il quale è presente un aspetto emotivo da non sottovalutare: il miglioramento dello stato funzionale si ripercuote sul recupero dell’indipendenza e della stima di sé.

Tale protesi è stata sviluppata intorno agli anni Settanta del secolo scorso come alternativa all’artrodesi nell’osteoartrosi avanzata dell’articolazione tibio-tarsica, ma ben presto il numero eccessivo di complicanze ne ha reso impopolare l’utilizzo. Recentemente, grazie al miglioramento della tecnica chirurgica e al miglior design protesico (che determina una diminuzione della resezione ossea pur offrendo una maggiore stabilità), si sono ottenuti risultati incoraggianti a breve termine. Tuttavia il rinnovato interesse per le protesi di seconda generazione rimane condizionato dalla storia insoddisfacente dei primi impianti, dalle fastidiose complicanze (che riguardano la guarigione della ferita che in più del 40% dei casi avviene in seconda intenzione: i tessuti infatti sono meno vascolarizzati di quelli in altri distretti) e dalla dif-ficoltà delle procedure di salvataggio e di revisione. Imodelli di prima generazione potevano essere distintiin vincolati e non. I primi trasferivano in modo eccessivo forze di taglio, di compressione e di rotazione, associate al carico, su una superficie relativamen-te piccola dell’interfaccia osso-protesi, causando una mobilizzazione precoce. I secondi invece, pur determinando un minore scollamento delle componen-ti, erano instabili e determinavano un conflitto con il malleolo o con i tessuti molli. Le protesi di seconda gene-razione si distinguono in protesi con superficie in carico mobile o fissa. Quelle del primo tipo hanno una componente in polietilene interposta tra la componente astragalica (convessa), e quella tibiale (piatta), avendo, di fatto, due distinte superfici articolari. I dispositivi con superficie in carico vincolata hanno un’unica articolazione tra la componente tibiale e quella astragalica.

Il candidato ottimale all’intervento è una persona anziana, con basse richieste funzionali e artrosi articolare multipla. Nell’atto chirurgico una volta posizionate le componenti protesiche bisogna effettuare la ricostruzione di legamenti, ed è essenziale ottenere una tensione uguale e adeguata nei complessi legamentosi deltoideo e laterale. Un’eccessiva lassità legamentosa può portare a instabilità, soprattutto nelle protesi con componente intermedia mobile. Nonostante i risultati a medio termine siano promettenti non è ancora giustificata la diffusione della protesi totale di caviglia al di fuori dei centri di ricerca.

Questo tipo di protesi ha avuto un minore sviluppo rispetto a quella di altre articolazioni sottoposte a carico perché meno interessata da patologie di tipo degenerativo, le quali sono inoltre meno debilitanti. La maggior parte delle sindromi dolorose sono infatti legate a lesioni dei tessuti molli. Le cause del ricorso alla chirurgia sono le stesse di tutta la chirurgia protesica: un dolore non rispondente alla terapia conservativa e una limitazione funzionale rilevante. Osteoartrosi e artrite reumatoide sono i fattori eziologici più comuni, seguite dall’osteonecrosi. La rottura massiva della cuffia dei rotatori viene considerata una controindicazione relativa (in questi casi la funzione muscolare viene vicariata mediante trasposizioni miotendinee) così come la perdita di funzione del deltoide. Infezioni in fase attiva e la spalla neuropatica rappresentano le controindicazioni assolute.

La pianificazione preoperatoria è molto importante e si basa sullo studio radiografico dell’articolazione; la risonanza magnetica è utile a indagare le condizioni della cuffia dei rotatori e l’estensione del danno cartilagineo. Schematicamente una prima distinzione può essere effettuata tra emiartroprotesi (endoprotesi), con sostituzione della sola testa omerale, e artroprotesi. La scelta tra le due opzioni è ancora dibattuta. La prima presenta un tempo operatorio più breve, è di più facile esecuzione, può essere utilizzata nei pazienti con rottura massiva della cuffia ma offre minor controllo del dolore; la seconda invece agisce in maniera più efficace sul dolore (le superfici articolari della testa omerale e della glenoide vengono entrambe sostituite). I risultati funzionalmente migliori quando si utilizza questo tipo di protesi sono nella cura dell’osteoartosi, in quanto generalmente la cuffia dei rotatori è intatta e il bone stock buono; nel paziente con artrite reumatoide la presenza di una sofferenza miotendinea influisce negativamente.

Tra le protesi totali di spalla è possibile la distinzione tra artroprotesi diretta e inversa. La seconda, che presenta una superficie convessa sul versante glenoideo e uno concavo su quello omerale, sembra garantire migliori risultati funzionali nel paziente anziano e con rottura della cuffia dei rotatori.

La necessità di una ricostruzione anatomica perfetta rappresenta il prerequisito necessario per un buon risultato. Importante in questo senso è il mantenimento della superficie articolare della testa a circa 8÷10 mm dalla grande tuberosità (in senso craniale). L’offset, la distanza che intercorre tra la porzione laterale della coracoide e il margine laterale della grande tuberosità, è importante per il mantenimento dei bracci di leva del muscolo sovrascapolare e deltoide.

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E qui ci troviamo davanti a un altro problema: come fa il traduttore a sapere che la traslitterazione dei termini coreani non è corretta (o almeno non per un pubblico diverso da quello francese)? Solitamente infatti si sceglie un traduttore che sia a conoscenza della lingua di partenza e della lingua di arrivo, senza tenere conto degli eventuali terzi elementi culturali presenti nel testo. Un traduttore a conoscenza della sola lingua francese, pur documentandosi sulla cultura coreana, non avrebbe potuto sapere che questi termini non seguivano la traslitterazione ufficiale del coreano e quindi avrebbe probabilmente lasciato quei termini invariati. Solamente un traduttore a conoscenza di entrambe le lingue avrebbe potuto notare questo dettaglio importante e agire di conseguenza nella stesura della traduzione italiana.

Tutto questo è per sottolineare l’importanza di tutti gli elementi linguistici e culturali all’interno del testo, che non sono mai da sottovalutare nella scelta del traduttore. In un caso come questo, è dunque necessario che il testo venga tradotto da una persona che non solo conosca alla perfezione la lingua di partenza e quella di arrivo, ma che conosca almeno un minimo anche la terza lingua presente al suo interno.

Articolo scritto da: Marianna Demarchi Traduttrice freelance (EN/FR>IT) Novara.

Spagnolo: la lingua più felice del mondo (3)

Fonte: Articolo pubblicato il 15 febbraio 2016 sul blog della scuola di spagnolo per stranieri Salminter.

Traduzione a cura di: Fulvia Cascella Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema Roma.

Spagnolo: la lingua più felice del mondo.

Una delle facoltà che differenziano gli esseri umani dal resto degli esseri viventi è il linguaggio. La lingua è la più grande tecnologia sociale sviluppata dall’uomo, in grado di riflettere nella mente il contenuto di storie che elaboriamo e raccontiamo. Sicuramente non esiste un idioma universale unico, ma grazie al linguaggio siamo capaci di comunicare e condividere emozioni, il che porta a pensare che ci siano idiomi più positivi di altri. Infatti per molto tempo uno dei temi che ha creato maggiori polemiche riguarda l’effetto che le lingue hanno sulla configurazione del nostro modo di pensare.

L’ipotesi Pollyanna Nel 1969, Bocuhes e Osgood, psicologi dell’Università dell’Illinois, hanno avanzato l’ipotesi che esista una tendenza verso la positività nella comunicazione umana. Hanno cominciato quindi a studiare il modo in cui persone di diverse culture utilizzavano la lingua, giungendo alla conclusione che, indipendentemente dalla cultura, le persone tendono ad utilizzare più parole positive che negative. Questo studio è stato battezzato come “Ipotesi Pollyanna”, ma nel corso degli anni è stato messo in discussione a causa del volume (troppo esiguo e troppo omogeneo, ndt ) di persone sottoposte all’indagine.

Come è stato determinato l’idioma più felice del mondo? Cinque decadi più tardi, uno studio portato avanti da un’equipe di scienziati di Stati Uniti e Australia ha potuto confermare questa ipotesi: gli idiomi sono innatamente positivi, lavoro che è stato pubblicato sulla rivista PNAS. Per la ricerca sono state analizzate più di 10 lingue rappresentative delle differenti culture di tutto il pianeta, basandosi su 24 corpus costituiti dalle 10.000 parole più utilizzate. Gli scienziati hanno usufruito del “Laboratorio di Storia Computazionale” dell’Università del Vermont per esaminare un’impressionante quantità di parole estratte da libri di Google Books, da mezzi di comunicazione, da Twitter, da pagine web, da sottotitoli di televisione e cinema e da testi di canzoni. I computer hanno utilizzato degli algoritmi per identificare le 10.000 parole più usate, che in un secondo momento sono state valutate dai nativi di ogni idioma.

Fonte: Articolo pubblicato il 15 febbraio 2016 sul blog della scuola di spagnolo per stranieri Salminter.

Traduzione a cura di: Fulvia Cascella Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema Roma. Testi di medicina.

La melotesia planetaria è la corrispondenza dei pianeti con le parti e con le malattie del corpo umano. Il testo che riportiamo è tratto dall’ Astronomia medicinalis * di Leonardo Qualea (seconda metà del XV sec.), ed è stato tradotto da Giuseppe Bezza e pubblicato in Arcana Mundi, antologia del pensiero astrologico antico, Milano 1995. In questo testo troviamo una ripartizione delle parti della testa dell’uomo da Saturno alla Luna, in ordine discendente. Non mancano testi in cui a Saturno è assegnato il capo, mentre Giove, la cui impronta il Qualea pone sulla fronte in quanto segno della virtù dell’uomo, è unanimamente ritenuto causa di cognizione e di misura. Ma la collocazione più suggestiva degli astri nel capo dell’uomo è nel Papiro di Michigan 149, che contiene un lungo frammento di un trattato di astrologia copiato nel II secolo della nostra era: «Il volto è la meraviglia dell’immagine umana e la testa intera è come il tabernacolo del Sole e della Luna. Il Sole detiene la facoltà del conoscere, la Luna quella del mutamento e dell’impressione sensibile. Da Mercurio poi viene la facoltà intellettiva, dal Sole quella direttiva, ma la facoltà dell’interpretazione risiede nella porzione della Luna: lingua, bocca, parola. Per questa ragione, questa sezione è in rapporto a entrambe le sette (la solare e la lunare) e non dista molto dal Sole egemonico. E così come nell’uomo il viso si distingue per i suoi mutamenti e le varie impressioni che gli occorrono, così la Luna si distingue nell’universo per i suoi mutamenti di colore, di illuminazione e di emanazione. ». Il testo del Qualea prosegue poi con un’enumerazione delle virtutes animatæ e delle virtutes naturales. Nella filosofia della medicina medievale si ritene che l’anima abbia tre virtù: la vegetativa (Pietro d’Abano: nutritiva, concupiscitiva, naturalis), che presiede alla nutrizione e alla crescita, che ha sede nel fegato e si irradia tramite le vene; l’animale (P. d’Abano: vitalis, irascibilis) presiede alla sensazione e al moto, ha sede nel cuore e suoi canali sono le arterie; la cogitativa o razionale (P. d’Abano: excogitativa) presiede al pensiero e al discernimento, ha sede nel cervello e si muove in tutto il corpo mediante i nervi. In Qualea, l’elenco delle sette virtutes naturales si uniforma a una tradizione astrologica consolidata, che ha come riferimento la sentenza 86 del Centiloquium pseudo-tolemaico.

* Compendium clari viri Leonardi Qualea quod Astronomiam medicinalem nuncupari voluit ex multis Syrorum, Indorum, Arabum, Persarum, Egiptiorum, Grecorum et Latinorum voluminibus compilatum in facilitatem medicorum et commoditatem infirmorum, ms. Bn-Paris lat. 10264 fo. 76r-77r, (capitolo XIII).

Hanno i pianeti un influsso particolare sul corpo umano, le sue parti e le sue membra, sia interne che esterne ed inoltre sui loro malanni secondo la proprietà di ciascun pianeta e il suo dominio.

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