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Risposta errata.

Risposta non data.

Prima parte comune (70 quesiti)

Seconda parte specifica di Area (30 quesiti)

Seconda parte specifica di Scuola (10 quesiti)

Articolo 7 (Prova di ammissione)

1. La prova di ammissione alle Scuole di specializzazione in Medicina si svolge telematicamente ed è identica a livello nazionale con riferimento a ciascuna Scuola. 2. Le prove si svolgeranno secondo il seguente calendario:

Prova.

Data.

Prima parte (Comune a tutte le Scuole)

28 ottobre - inizio ore 11.00.

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Domande test medicina 2017.

Da quante domande è composto il test di medicina 2017? Anche questo verrà confermato dal bando del Miur ma, se non ci saranno cambiamenti rispetto agli anni scorsi, la prova sarà composta da 60 domande a risposta multipla a cui dovrete rispondere in 100 minuti di tempo. I quesiti riguarderanno argomenti di biologia, chimica, fisica e matematica, cultura generale e logica. Se volete sapere che cosa studiare per prepararvi, trovate maggiori info nel paragrafo successivo.

Argomenti test medicina 2017.

Gli anni scorsi il Miur ha comunicato un elenco degli argomenti da studiare per il test, lista che è rimasta invariata anche l’anno scorso. L’elenco è suddiviso nelle sezioni di matematica e fisica, chimica, biologia, cultura generale e logica, ed è utilissima per iniziare a creare una tabella di marcia per la preparazione al test di ammissione di medicina 2017, prima di vedere gli argomenti ufficiali per la prova di quest’anno. Potete leggere la lista completa con cosa studiare sfogliando la nostra gallery: Argomenti del test di medicina e odontoiatria.

Test Medicina 2017: aule, sedi e orari della prova d'ingresso.

Simulazioni.

Dopo avervi parlato dello studio teorico, passiamo alla preparazione pratica per il test di medicina 2017. Abbiamo creato per voi delle simulazioni online gratuite basate sulle domande dei test degli anni precedenti. Se volete mettere alla prova la vostra preparazione affrontate le nostre simulazioni del test. Buona fortuna!

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La causa più comune del fallimento di un’artroprotesi è la mobilizzazione asettica che dipende dal verificarsi di due fenomeni: l’usura delle superfici articolari e la reazione biologica che deriva dalla liberazione di particelle dalle componenti protesiche. Infatti l’associazione tra usura volumetrica e riassorbimento osseo periprotesico è in relazione al numero di particelle biologicamente attive rilasciate dall’usura della protesi stessa. La risposta biologica è di tipo infiammatorio e un ruolo importante lo assumono i macrofagi e le cellule giganti. Questi fagocitano i detriti liberati, attivano i fibroblasti, formano granulomi e, liberando citochine, attivano il processo di riassorbimento nell’osso prospiciente l’impianto causandone la mobilizzazione e quindi il fallimento dell’artroplastica. Sono quindi necessari dei controlli di routine nei pazienti protesizzati, poiché la maggior parte di lesioni litiche in presenza di una componente stabile sono assolutamente asintomatiche.

È un intervento che costituisce una soluzione sempre più diffusa a numerose patologie invalidanti. In generale, l’indicazione all’artroplastica coxofemorale scaturisce dalla valutazione di due sintomi fondamentali: il dolore e la riduzione della funzione articolare residua. Sono attualmente disponibili diversi modelli di protesi totale di anca con una grande varietà di modelli sia delle componenti acetabolari sia di quelle femorali. Nessun modello tuttavia può essere considerato ideale per tutti i tipi di pazienti. La scelta della tipologia si basa sulle necessità del paziente, sull’aspettativa di vita, sullo stile di vita, sulla morfologia, le dimensioni e la qualità dell’osso, nonché sull’esperienza del chirurgo.

Le artroprotesi di anca, che da sole costituiscono circa il 65% di tutti gli interventi di chirurgia protesica in ortopedia, possono essere classificate in base a vari fattori. Biomeccanicamente possiamo distinguere due tipi di protesi: di distribuzione di carico, dette load sharing device, che trasmettono il carico direttamente all’osso diafisario (steli femorali cementati e non); e di trasferimento di carico, dette load transfer device, che lo trasmettono a una porzione epifisaria (protesi di rivestimento) o alla porzione cortico-spongiosa della pelvi (coppa acetabolare). Nelle prime è importante il mantenimento di una forza compressiva risultante più vicina possibile al normale, così per non modificare la distribuzione dei carichi all’interfaccia tra protesi e osso. Le protesi a trasferimento di carico presentano diversi vantaggi rispetto alle precedenti perché sono più conservative. Infatti, non vengono assolutamente modificate l’anatomia dell’anca nell’ off-set (ovvero la distanza tra centro articolare e diafisi), la lunghezza dell’arto, il grado di antiversione del collo del femore, la distribuzione del carico al femore prossimale. Ciò comporta inoltre un minor rischio di lussazione.

Riguardo la tecnica di fissazione all’osso si distinguono invece le protesi cementate da quelle non cementate. Talvolta può essere necessario ricorrere a due tipi diversi di fissaggio sullo stelo e sul cotile. Dall’uso del cemento solo per l’ancoraggio dello stelo nascono le protesi ‘ibride’; se invece è solo la componente acetabolare a essere cementata la protesi viene detta ‘ibrida inversa’. Considerando le dovute eccezioni, la scelta dell’eventuale uso del cemento si effettua in base alla misura del cortical index (spessore delle corticali in rapporto alle dimensioni del canale midollare), il cui valore normale è compreso tra lo 0,42 e lo 0,58; per valori superiori allo 0,50 si avrà l’indicazione per l’uso di protesi non cementate altrimenti ci si orienterà verso impianti cementati o ibridi. Si deve inoltre evidenziare l’importanza di un tono muscolare adeguato nei pazienti con elevata attività di carico: l’insufficienza muscolare (risolvibile con il prolungamento del programma riabilitativo) potrebbe infatti portare alla mobilizzazione dell’impianto. Nel decorso postoperatorio possono essere utilizzati diversi strumenti di valutazione, tra cui l’analisi di schede compilate dal paziente per valutare nel tempo il dolore e la funzione articolare, e l’esame radiografico al fine di ricercare zone di radioluminescenza od osteolisi.

Un’ulteriore classificazione può essere fatta in base alla scelta dell’accoppiamento, ovvero la scelta dell’abbinamento tra la testa femorale e la coppa acetabolare. La coppia usata più comunemente è polietilene-metallo. Possibili sono poi gli accoppiamenti ceramica-ceramica (utilizzato soprattutto nei pazienti giovani perché poco soggetti alla usura ma purtroppo anche molto costosi), ceramica-polietilene e metallo-metallo.

Un’ultima considerazione deve essere fatta: in seguito all’aumento della vita media della popolazione, e alle sempre maggiori richieste funzionali da parte dei pazienti, bisogna tener presente che molte protesi avranno bisogno di un intervento di revisione di una o di entrambe le componenti. A questo riguardo, è di fondamentale importanza la conservazione del bone stock. Gli interventi di revisione rappresentano ormai una parte sempre più ampia degli interventi di artroprotesi di anca. Per questo motivo nei pazienti giovani si fa ricorso a protesi di rivestimento o a conservazione di collo che permettendo una maggior salvaguardia del patrimonio osseo facilitano gli eventuali interventi di riprotesizzazione.

L’uso delle protesi nel ginocchio rappresenta la soluzione dell’ultimo stadio dell’artrosi di tale articolazione. L’articolazione del ginocchio è composta da tre ossa e da tre compartimenti: mediale (condilo femorale mediale e piatto tibiale mediale), laterale (condilo laterale e piatto laterale) e femoro-rotuleo (rotula e troclea femorale). Le protesi possono sostituire anche tutti e tre i compartimenti.

Le protesi monocompartimentali vengono usate quando il processo degenerativo riguarda un unico compartimento. Ciò ha luogo fondamentalmente nelle deviazioni assiali dell’arto inferiore, che aumentano il carico, per unità di superficie, supportato dal singolo compartimento. Il sovraccarico che ne deriva eccede la resistenza della cartilagine determinandone il deterioramento. I pazienti destinati all’intervento sono relativamente giovani e presentano un dolore localizzato al comparto mediale o laterale che aumenta in relazione all’impegno funzionale e al carico. È importante valutare nei candidati l’allineamento degli arti in appoggio monopodalico e dell’allineamento meccanico tramite una radiografia in ortostatismo effettuata da 1 m di distanza e includendo anca ginocchio e caviglia. Non tutte le deformità assiali possono infatti essere corrette con questo tipo di protesi, masolo quelle che non superino i 10° divalgismo o varismo rispetto ai valori normali. Le controindicazioni sono diverse: oltre alla deformità eccessiva, le artropatie infiammatorie, la lassità legamentosa (che genera un carico anomalo e maggiore usura dell’impianto e quindi un precoce fallimento), una sindrome femoro-rotulea, e le aspettative del paziente (che dovrà evitare sovraccarichi per aumentare la longevità dell’impianto) limitano l’utilizzo dell’impianto. Il vantaggio delle protesi monocompartimentali è che eliminano il dolore (in pazienti selezionati) salvaguardando il patrimonio osseo. L’intervento di revisione in caso di fallimento è relativamente più semplice rispetto a quello successivo a una protesi totale.

L’indicazione alla protesi totale del ginocchio è rappresentata solitamente da un grave processo artrosico che genera dolore non più controllabile con una terapia conservativa. Anche la deformità, legata al processo artrosico, può divenire la principale indicazione all’intervento qualora minacci l’esito di un’artroprotesi già pianificata. Diversi sono i design protesici esistenti. Si possono distinguere in bi- o tricompartimentali a seconda che venga sostituita anche la faccia articolare della rotula. La decisione sulla sostituzione della superficie articolare rotulea si basa sul grado di degenerazione. Il rischio è quello della persistenza di dolore del ginocchio in sede anteriore. Solitamente le superfici articolari sono costituite da metallo, per la componente femorale e polietilene, per quella tibiale e rotulea.

Biomeccanicamente le artroprotesi vengono distinte a seconda che conservino o meno il legamento crociato posteriore (LCP). A favore della conservazione del legamento vi è la possibilità di un più ampio range di movimento, la maggiore stabilità negli spostamenti di traslazione del ginocchio, la migliore conservazione della cinetica del passo, la minore resezione ossea per il posizionamento della componente femorale e il migliorato funzionamento della femoro-rotulea. Tuttavia, vi sono anche ragioni a favore del sacrificio dell’LCP. Infatti, non sempre il legamento è valido, e tali protesi garantiscono maggiore sicurezza nella correzione di deformità accentuate e contemporaneamente un minor tasso di usura (si ha maggiore congruenza delle superfici articolari sul piano sagittale che si traduce in minori stress del polietilene tibiale). In entrambe le tipologie protesiche è comunque importante effettuare un bilanciamentolegamentoso. Sono ammessi giochi di 1-2 mm in direzione laterale: un eccessivo gioco potrebbe infatti renderenecessario, infatti, l’utilizzo di protesi vincolate (a cerniera).

Va inoltre tenuto presente che l’artroprotesi di ginocchio ha un’aspettativa di vita limitata, inversamente proporzionale al livello di attività. Il candidato ideale è quindi un paziente an-ziano con uno stile di vita piuttostosedentario, per il quale è presente un aspetto emotivo da non sottovalutare: il miglioramento dello stato funzionale si ripercuote sul recupero dell’indipendenza e della stima di sé.

Tale protesi è stata sviluppata intorno agli anni Settanta del secolo scorso come alternativa all’artrodesi nell’osteoartrosi avanzata dell’articolazione tibio-tarsica, ma ben presto il numero eccessivo di complicanze ne ha reso impopolare l’utilizzo. Recentemente, grazie al miglioramento della tecnica chirurgica e al miglior design protesico (che determina una diminuzione della resezione ossea pur offrendo una maggiore stabilità), si sono ottenuti risultati incoraggianti a breve termine. Tuttavia il rinnovato interesse per le protesi di seconda generazione rimane condizionato dalla storia insoddisfacente dei primi impianti, dalle fastidiose complicanze (che riguardano la guarigione della ferita che in più del 40% dei casi avviene in seconda intenzione: i tessuti infatti sono meno vascolarizzati di quelli in altri distretti) e dalla dif-ficoltà delle procedure di salvataggio e di revisione. Imodelli di prima generazione potevano essere distintiin vincolati e non. I primi trasferivano in modo eccessivo forze di taglio, di compressione e di rotazione, associate al carico, su una superficie relativamen-te piccola dell’interfaccia osso-protesi, causando una mobilizzazione precoce. I secondi invece, pur determinando un minore scollamento delle componen-ti, erano instabili e determinavano un conflitto con il malleolo o con i tessuti molli. Le protesi di seconda gene-razione si distinguono in protesi con superficie in carico mobile o fissa. Quelle del primo tipo hanno una componente in polietilene interposta tra la componente astragalica (convessa), e quella tibiale (piatta), avendo, di fatto, due distinte superfici articolari. I dispositivi con superficie in carico vincolata hanno un’unica articolazione tra la componente tibiale e quella astragalica.

Il candidato ottimale all’intervento è una persona anziana, con basse richieste funzionali e artrosi articolare multipla. Nell’atto chirurgico una volta posizionate le componenti protesiche bisogna effettuare la ricostruzione di legamenti, ed è essenziale ottenere una tensione uguale e adeguata nei complessi legamentosi deltoideo e laterale. Un’eccessiva lassità legamentosa può portare a instabilità, soprattutto nelle protesi con componente intermedia mobile. Nonostante i risultati a medio termine siano promettenti non è ancora giustificata la diffusione della protesi totale di caviglia al di fuori dei centri di ricerca.

Questo tipo di protesi ha avuto un minore sviluppo rispetto a quella di altre articolazioni sottoposte a carico perché meno interessata da patologie di tipo degenerativo, le quali sono inoltre meno debilitanti. La maggior parte delle sindromi dolorose sono infatti legate a lesioni dei tessuti molli. Le cause del ricorso alla chirurgia sono le stesse di tutta la chirurgia protesica: un dolore non rispondente alla terapia conservativa e una limitazione funzionale rilevante. Osteoartrosi e artrite reumatoide sono i fattori eziologici più comuni, seguite dall’osteonecrosi. La rottura massiva della cuffia dei rotatori viene considerata una controindicazione relativa (in questi casi la funzione muscolare viene vicariata mediante trasposizioni miotendinee) così come la perdita di funzione del deltoide. Infezioni in fase attiva e la spalla neuropatica rappresentano le controindicazioni assolute.

La pianificazione preoperatoria è molto importante e si basa sullo studio radiografico dell’articolazione; la risonanza magnetica è utile a indagare le condizioni della cuffia dei rotatori e l’estensione del danno cartilagineo. Schematicamente una prima distinzione può essere effettuata tra emiartroprotesi (endoprotesi), con sostituzione della sola testa omerale, e artroprotesi. La scelta tra le due opzioni è ancora dibattuta. La prima presenta un tempo operatorio più breve, è di più facile esecuzione, può essere utilizzata nei pazienti con rottura massiva della cuffia ma offre minor controllo del dolore; la seconda invece agisce in maniera più efficace sul dolore (le superfici articolari della testa omerale e della glenoide vengono entrambe sostituite). I risultati funzionalmente migliori quando si utilizza questo tipo di protesi sono nella cura dell’osteoartosi, in quanto generalmente la cuffia dei rotatori è intatta e il bone stock buono; nel paziente con artrite reumatoide la presenza di una sofferenza miotendinea influisce negativamente.

Tra le protesi totali di spalla è possibile la distinzione tra artroprotesi diretta e inversa. La seconda, che presenta una superficie convessa sul versante glenoideo e uno concavo su quello omerale, sembra garantire migliori risultati funzionali nel paziente anziano e con rottura della cuffia dei rotatori.

La necessità di una ricostruzione anatomica perfetta rappresenta il prerequisito necessario per un buon risultato. Importante in questo senso è il mantenimento della superficie articolare della testa a circa 8÷10 mm dalla grande tuberosità (in senso craniale). L’offset, la distanza che intercorre tra la porzione laterale della coracoide e il margine laterale della grande tuberosità, è importante per il mantenimento dei bracci di leva del muscolo sovrascapolare e deltoide.

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Il voto finale deriverà dalla media - ponderata in base ai CFU - dei tre moduli:

- voto di Biochimica Metabolica I: 20% del voto totale;

- voto di Biochimica Metabolica II: 40% del voto totale;

- voto di Biochimica Metabolica III: 40% del voto totale.

La votazione di 30/30 con lode sarà assegnata a coloro che hanno ottenuto punteggio pieno in tutti e tre i moduli.

Per il superamento dell'esame è necessaria la sufficienza in tutti e tre i moduli; in caso di insufficienza in un modulo, l'esito globale sarà considerato insufficiente e lo studente dovrà sostenere nuovamente tutti e tre i moduli.

VARIAZIONE ORARIO RICEVIMENTO STUDENTI.

SI COMUNICA CHE A DECORRERE DAL 21 AGOSTO 2017 IL RICEVIMENTO STUDENTI PER I TIROCINI CURRICULARI DEL CORSO DI LAUREA IN MEDICINA E CHIRURGIA POLO DI TORINO AVRA’ IL SEGUENTE ORARIO:

LUNEDI’ DALLE ORE 13:00 ALLE 15:00.

GIOVEDI’ DALLE ORE 13:00 ALLE 15:00.

PROPEDEUTICITA'

A seguito della delibera assunta dal Consiglio di Corso di Laurea del 26/1/2017 e della decisione della Commissione Consultiva Paritetica del Corso di Laurea riunitasi in data 06/03/2017, si comunica che a partire dal 1/10/2017 non sarà più possibile frequentare ADE e tirocini se non si sono sostenuti gli esami ad essi propedeutici, così come previsto dal Regolamento didattico del Corso di Studi.

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