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Centro per i Disturbi Respiratori in Sonno SSD Laboratorio di Fisiopatologia Respiratoria e Centro Disturbi Respiratori nel Sonno Dipartimento Fisiopatologia Cardio-Respiratoria Azienda Ospedaliera Universitaria S.Luigi Gonzaga Regione Gonzole 10, 10034 Orbassano TO Telefono: 011 – 9026738 Fax: 011 – 9026488 E-mail: centrosonno.fpr@sanluigi.piemonte.it – r.torchio@sanluigi.piemonte.it Sito Web: www.sanluigi.piemonte.it/reparti/sonno/index.shtml Responsabile: Dott. Roberto Torchio Medico Esperto in Disturbi del Sonno (AIMS): Dott.ssa Donatella Lodico.

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Ambulatorio di Medicina del sonno a specializzazione pneumologica per adulti Dott.ssa Patrizia Pochetti Ambulatorio per Disturbi Respiratori nel Sonno Ospedale Sant’Andrea Corso Abbiate, 21 13100 Vercelli Telefono: 0161 593402 Fax: 0161 593330 E-mail: patrizia.pochetti@aslvc.piemonte.it.

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Centro per i Disturbi Respiratori in Sonno ad indirizzo Respiratorio Fondazione “Salvatore Maugeri” I.R.C.C.S. Divisione di Pneumologia Riabilitativa Istituto Scientifico di Veruno (NO) Via per Revislate 13 28010 Veruno (NO) Telefono: 0322 – 884711/959 Fax: 0322 – 884776 E-mail: alberto.braghiroli@fsm.it Responsabile: Dott. Alberto Braghiroli Medici Esperti in Disturbi del Sonno (AIMS): Dott. Alberto Braghiroli, Dott. Carlo Sacco.

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Centro per i Disturbi Respiratori in Sonno U.O.C. di PNEUMOLOGIA Azienda Ospedaliera-Polo Universitario “L.Sacco” Via G B Grassi 74 – 20157 Milano Telefono: 02 – 39042277 Fax: 02 – 39042613 E-mail: centro.sonno@hsacco.it – pecis.marica@hsacco.it Direttore: Prof. Delfino Legnani Medici Esperti in Disturbi del Sonno (AIMS): Dott.ssa Marica Pecis.

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Dal punto di vista del patriziato, tuttavia, il rischio maggiore era legato, più che a queste intemperanze, all'eventualità della progressiva affermazione di un corpo di avvocati professionisti composto prevalentemente da dottori in legge, che avrebbero forse potuto imporsi agli stessi magistrati inesperti di diritto, suggestionandoli con le loro dottrine di ispirazione romanistica fino al punto di introdurre nella giurisprudenza veneziana principii ad essa estranei o ripugnanti (154). E, d'altra parte, non era possibile prescindere totalmente né dal diritto comune, né dalla collaborazione dei dottori, ora che i problemi della giustizia veneziana si erano intrecciati con le delicate questioni politico-giuridiche sollevate dalla "dedizione" delle città della Terraferma: occorreva infatti armonizzare il sistema giudiziario della Dominante con quello delle città conquistate, dove i giudici erano soliti applicare gli statuti e le consuetudini locali, integrandoli ove necessario con il ricorso al diritto comune.

Come prima conseguenza della "dedizione", i patrizi veneziani inviati a governare come podestà le maggiori città di Terraferma dovettero dunque essere accompagnati e assistiti da vicari e assessori, che erano generalmente originarii del Dominio, o più raramente cittadini veneziani, ma comunque sempre addottorati in diritto (155). In questa maniera anche per i giuristi di professione si aprì una carriera interessante all'interno dell'amministrazione dello Stato veneziano: tra '400 e '500 si segnalarono fra essi uomini di valore, come Paolo Ramusio che, originario di Rimini, fissò stabilmente la sua residenza a Venezia (dandovi origine a un'illustre famiglia di "cittadini"), studiò a Padova fra il 1471 e il 1481 e fu poi assessore con vari rettori a Padova, Verona, Udine, Treviso e Bergamo. Altri assessori illustri del primo '500 furono gli udinesi Gregorio Amaseo e Giacomo Florio, i quali del resto seguivano le orme dei loro predecessori Cittadino della Frattina e Francesco Manini, impiegatisi al servizio di vari podestà nella seconda metà del '400. Ma la parte del leone toccò probabilmente ai dottori di Padova, se è vero che tra il 1486 e il 1509 furono padovani un quarto di tutti gli assessori che accompagnarono i rettori veneti in Terraferma (156).

Non bastava tuttavia che i giudici di prima istanza tenessero nel debito conto il diritto comune: infatti le cause civili potevano essere portate in appello a Venezia, davanti alla magistratura degli auditori novi (157). Ed anche qui dovette ben presto affermarsi il principio, poi esplicitamente teorizzato in un trattato di Francesco Sansovino alla metà del '500, secondo cui "chi serve alle corti [di San Marco e Rialto> non importa molto se non ha le leggi imperiali alle mani. Ma chi serve agli Auditori nuovi e nuovissimi ne debbe aver cognizione: conciossiaché in quei luoghi si trattino le cause di fuori, le quali sono ordinate secondo l'istituzione delle leggi cesaree" (158). Però nella Venezia del primo '400 gli avvocati pratici del diritto comune dovevano essere ancora relativamente poco numerosi; e non si poté dunque negare ai sudditi di Terraferma il diritto di avvalersi per i loro appelli di "doctores et advocati forenses". Alcuni avvocati forestieri (nel senso di non veneziani) cominciarono dunque a esercitare la professione nei tribunali veneziani, venendo così a costituire una componente assai significativa di quel gruppo di pratici del diritto, di cui le leggi non riuscivano in alcun modo a impedire la crescita. Nel 1438 fu bensì vietato a quanti non fossero avvocati "ordinari" di perorare davanti alle quarantie, al senato o alle curie di Palazzo; ma si dovette ammettere un'importante eccezione: l'intervento degli avvocati forestieri poteva infatti essere tollerato, se essi difendevano gli interessi di "forenses, qui non habitant in civitate nostra Venetiarum". A questo punto, però, sorse nel legislatore il timore di lasciare in condizioni di grave svantaggio i cittadini veneziani che avessero avuto una causa con sudditi della Terraferma; e dunque anche i Veneziani furono autorizzati, in tale caso, a servirsi di avvocati forestieri: non era certo una prova di fiducia nei confronti degli avvocati "ordinari", di cui pure si facevano salvi gli emolumenti (159).

Sottoposta alla pressione di contrastanti interessi, la legislazione veneziana sull'avvocatura non ebbe nella seconda metà del '400 uno sviluppo coerente: nel giro di pochi mesi, tra il 1465 e il 1466, il maggior consiglio passò da una posizione di relativa apertura nei confronti degli avvocati professionisti ad una rigida riaffermazione dei diritti degli "ordinari" con conseguente annullamento di tutte le "grazie di parlare" precedentemente concesse in deroga alle leggi. E tuttavia anche questa scelta per così dire reazionaria dovette risparmiare i caposaldi fondamentali attorno ai quali si attestava la presenza a Venezia degli avvocati "forenses": infatti la deliberazione del 1466, reiterata nel 1474, non toccò il loro diritto di perorare davanti agli auditori novi per le cause "de fuora". Furono inoltre autorizzati a parlare in favore di chiunque, veneziano o forestiero, davanti a tutti i consigli e collegi, che erano poi i più importanti tribunali di ultima istanza (160). A questo punto, l'avvocato "forensis" poteva rappresentare a Venezia, in tutte le sedi competenti, gli interessi non solo dei singoli, ma anche delle comunità di Terraferma, fondendo dunque la professione d'avvocato con quella di "nunzio" e "oratore" (161). Pare inoltre che non vi fosse alcuna preclusione per l'esercizio dell'avvocatura nelle cause criminali.

Qual era dunque l'ambito che i patrizi del maggior consiglio, dopo aver ripetuto le solite invettive contro gli avvocati "extraordinari" (così chiamati a partire dal 1474) (162), cercavano disperatamente di riservare agli "ordinari"? Erano, come chiariscono alcuni decreti e deliberazioni, le "corti ordinarie" di San Marco e di Rialto (163). Ma anche queste limitazioni non erano affatto chiare e definitive: infatti fin dal 1463 lo stesso maggior consiglio aveva disposto che tutti gli avvocati, "tam forenses quam terrestres", dovessero pagare la "tansa", in proporzione al reddito stimato della loro attività professionale (164). Era forse un tacito riconoscimento, una legittimazione di fatto della presenza degli "straordinari" anche nelle corti ordinarie? No, rispose nel 1472 la Signoria (165). Ma già l'anno seguente un'ambigua deliberazione del senato pareva fatta apposta per riaprire la disputa (166).

E fu proprio il senato a comporre il dissidio tra le forme tradizionali e la nuova realtà dell'avvocatura veneziana. Tutto prese l'avvio dall'ennesimo tentativo di contenere le parcelle degli avvocati, sulla base di tariffe deliberate dai pregadi il 22 settembre 1489. In un primo tempo il provvedimento mancò il suo scopo perché i "saluberrimi ordines" furono sabotati da un vero e proprio sciopero degli avvocati professionisti. Allora il senato si convinse che la regolazione delle tariffe sarebbe dovuta rientrare in una più ampia regolamentazione della professione legale, ed ordinò che quanti già esercitavano di fatto l'avvocatura a Venezia dovessero entro otto giorni farsi registrare nella cancelleria ducale, sottoscrivendo una dichiarazione di accettazione del tariffario, ora leggermente ritoccato in favore degli avvocati. Non veniva invece rimossa la pregiudiziale contro l'impiego di avvocati "straordinari" presso le corti ordinarie di San Marco (167).

Pur con questi limiti, la deliberazione del senato rappresentava un passo decisivo verso il pieno riconoscimento del ruolo degli "straordinari". Tra il 17 e il 28 ottobre si presentarono alla cancelleria ben 78 avvocati, fra i quali si distinguevano per la loro dignità sociale 4 "nobiles", cioè patrizi veneziani, e 23 "doctores ". Ma dal registro risultano anche altri dati interessanti: oltre ai 4 patrizi, vi erano 2 figli naturali di nobili; tra i laureati, 3 erano i cittadini veneziani. C'erano poi altri 20 cittadini fra gli avvocati privi di titoli accademici: in totale, dunque, i "Veneti" erano 29. Fra i 49 "forenses", 20 dei quali insigniti del dottorato, c'era una netta maggioranza di sudditi veneti di Terraferma; ma c'era anche un avvocato di Arbe in Dalmazia, ed un Vergerio presumibilmente capodistriano (168).

C'era davvero posto a Venezia per un centinaio di avvocati fra "ordinari" e "straordinari"? Probabilmente no. Fra coloro che si erano registrati nel 1489 o erano arrivati alla professione legale negli anni immediatamente successivi, solamente pochi potevano aspirare a discutere le cause più importanti davanti alle quarantie: ricordiamo fra questi soprattutto Venerio da Faenza e il forlivese Enrico Antonio de Godis, oltre ai veneti Marino Querini e Daniele Zucuol (169). Altri, come il veneziano Alvise Brocheta ricordato dal Sanudo (170), dovevano invece accontentarsi di una mediocre carriera, destinata a concludersi in povertà. A molti si sarebbe persino potuto contestare il titolo di avvocati: erano piuttosto faccendieri o "sollecitatori", che collaboravano coi veri avvocati sbrigando le pratiche di cancelleria e raccogliendo notizie sulle cause; qualche volta però potevano sostituire gli avvocati presso le magistrature minori (171). Solo nel tardo '500 questi "sollecitatori" avrebbero avuto un esplicito riconoscimento legale ed un proprio registro: per ora intasavano quello degli avvocati. Fu anche questa, probabilmente, una delle ragioni che indussero il senato a intervenire nuovamente nel 1497, questa volta con l'obiettivo di scremare l'elenco degli "straordinari". Il compito fu affidato a un apposito collegio formato di avogadori, auditori vecchi e novi e giudici delle quarantie, che avrebbero dovuto comminare la pena della sospensione quinquennale dalla professione a quegli avvocati "straordinari" che l'avessero meritata "per i mali portamenti e condizion loro" (172).

Anche altre disposizioni emanate nella seconda metà del '400 tesero a dare dignità e certezza di regole alla professione dell'avvocato: furono vietate le invettive troppo violente; fu proibito di consumare il pasto a Palazzo o addirittura nei consigli; la durata delle arringhe fu limitata a un'ora e mezzo (misurata con la clessidra, come ancora poté vedere il Goethe); e soprattutto furono stabiliti criteri certi in base ai quali i litiganti avrebbero potuto scegliere, alternativamente, i propri avvocati, fino a un massimo di tre per parte (173).

La riforma del 1489 non costituiva però un risultato definitivamente acquisito. Infatti nel 1505 il maggior consiglio cercò di rivitalizzare il ruolo degli avvocati "ordinari" accrescendo il loro numero da sedici a venti e ribadendo le tradizionali limitazioni all'impiego degli "straordinari" (174), E fu proprio sulla base di questa legge e delle sue teoriche prescrizioni che un avogadore di comun elevò nel 1517 una ferma protesta per l'involuzione subita dall'avvocatura magistraturale, di cui tentò per l'ultima volta di rialzare le sorti.

Già in virtù della loro carica gli avogadori erano chiamati a vigilare sull'integrale osservanza delle leggi; ma anche altre più specifiche circostanze dovevano ulteriormente sollecitarli a contrastare ogni modifica della costituzione veneziana che potesse ledere le tradizioni plurisecolari e le prerogative legali dell'aristocrazia. Infatti l'avogaria di comun, pur essendo compresa nel novero delle magistrature più antiche e autorevoli, aveva visto declinare il proprio prestigio a causa del progressivo ampliamento delle competenze giudiziarie del consiglio dei dieci, la cui ascesa rispondeva a una logica tendenzialmente oligarchica (175).

Il più noto fra gli oppositori di tale indirizzo politico-istituzionale era certamente Luca Tron, che però nel corso di roventi polemiche sul ruolo dell'avogaria di comun svoltesi in senato nel 1518 fu energicamente spalleggiato da Giovanni Dolfin, un avogadore che non esitava ad opporsi, se necessario, allo stesso doge (176). È dunque in questa prospettiva che va vista anche una precedente iniziativa del Dolfin, tesa ad imporre il rispetto di quelle antiche leggi riguardanti l'avvocatura, sulla cui tacita abrogazione parevano invece concordare tutte le parti più direttamente interessate: clienti, avvocati e giudici.

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Buna am un acvariu de 2 saptamini….nu ma Price nimic la pesti (o boaba) acvariu are 110 litri...in timp de 2 saptamini am avut vreo 15 pesti soli...azi am mai compara t inca 6 …pe la 8 siara Iam pus pe toti impreuna peste o ora 1 a muri.. De ce ore?. E un peste al cu puncte negre.

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Buna ziua.. am acvariul de aproape o luna.. Am in el doar Molly si Xipho. Azi, am observat ca au puncte albe pe corp si li se roade coada.. V-as ruga sa imi raspunde-ti la comment, vreau mai multe detalii.

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Deve prestare gli appunti perchè alla fine lo scopo finale di tutti è lo stesso: la salvaguardia dell'altrui salute. Miur AFAM.

Bando per l’ammissione alle Scuole di specializzazione in Medicina a.a. 2013/14.

VISTO il decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, e successive modificazioni, recante "Riforma dell'organizzazione del Governo, a norma dell'articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59" e, in particolare, l'articolo 2, comma 1, n. 11), che, a seguito della modifica apportata dal decreto legge 16 maggio 2008, n. 85, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 2008, n. 121, istituisce il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca;

VISTO il decreto legge 16 maggio 2008, n. 85, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 2008, n. 121, recante "Disposizioni urgenti per l'adeguamento delle strutture di Governo in applicazione dell'articolo 1, commi 376 e 377, della legge 24 dicembre 2007, n. 244" che, all'articolo 1, comma 5, dispone il trasferimento delle funzioni del Ministero dell'università e della ricerca, con le inerenti risorse finanziarie, strumentali e di personale, al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca;

VISTO il decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, recante "Attuazione della direttiva 93/16/CEE in materia di libera circolazione dei medici e di reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli e delle direttive 97/50/CE, 98/21/CE, 98/63/CE e 99/46/CE che modificano la direttiva 93/16/CEE", e, in particolare, l'articolo 34, comma 3, che individua le scuole di specializzazione, e l'articolo 35, comma 2, che prevede che il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, acquisito il parere del Ministero della Salute, determina il numero dei posti da assegnare a ciascuna scuola di specializzazione medica;

VISTO il decreto del Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, 1 agosto 2005, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 5 novembre 2005 n. 285, supplemento ordinario n. 176, relativo al riassetto delle scuole di specializzazione di area sanitaria e successive modificazioni e integrazioni;

VISTO il decreto del Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, d'intesa con il Ministero della Salute, del 29 marzo 2006 con il quale sono stati definiti gli standard e i requisiti minimi delle scuole di specializzazione e successive modificazioni e integrazioni;

VISTA la legge 30 dicembre 2010, n. 240 recante "Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario", pubblicata nella G.U. n. 10 del 14 gennaio 2011, Supplemento Ordinario n. 11;

VISTI i decreti del Ministro della Salute del 6 novembre 2008 e successive integrazioni e modificazioni, emanati di concerto con il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, relativi all'accreditamento delle strutture facenti parte della rete formativa delle scuole di specializzazione;

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