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IL TRATTAMENTO DELLE PATOLOGIE TENDINEE CON ONDE D’URTO.

Introduzione Caratterizzate, dal punto di vista fisico, da una precisa forma d’onda (che le contraddistingue, per esempio, da ultrasuoni e altre forme di energia fisica utilizzata in campo terapeutico), le onde d’urto extracorporee ( Extracorporeal Shock Waves Therapy o ESWT ) sono in grado di produrre effetti profondamente diversi, in funzione del tipo di struttura o tessuto investito dal loro campo d’azione. Le prime applicazioni con onde d’urto in campo medico risalgono all’ambito urologico: è noto che i calcoli renali, concrezioni calcifiche di materiale non vitale, investiti dal fronte di onde d’urto (ad alta energia), si sgretolano progressivamente, per un effetto di tipo meccanico (litico) e grazie alla loro consistenza. Si tratta, pertanto, di un effetto che sottostà esclusivamente alle leggi della fisica. Fu solo dopo la metà degli anni novanta, a seguito di osservazioni cliniche e riscontri di natura occasionale in ambito ortopedico-traumatologico, che si cominciò a sfruttarne anche l’effetto propriamente “biologico”. Dapprima per stimolare la rigenerazione ossea nelle pseudoartrosi e nei ritardi di consolidazione e poi anche per la terapia di patologie tendinee di origine flogistica e/o degenerativa. Gli studi clinici e sperimentali che seguirono alle prime osservazioni occasionali, e che hanno visto un recentissimo e rapido sviluppo, hanno chiarito l’importante potenziale biologico derivante dall’applicazione di tale terapia. In altri termini: a differenza di quanto osservato sulle concrezioni litiasiche, nei tessuti viventi l’energia meccanica trasferita alle cellule e alle strutture correlate (principalmente matrice extracellulare e fluidi extracellulari), opportunamente dosata e applicata secondo standard terapeutici codificati, non produce effetti né litici né lesivi, bensì positive risposte biologiche con proprietà terapeutiche. La chiave di comprensione con cui spiegare come sia possibile ottenere effetti biologici da una stimolazione di tipo fisico (energia meccanica) è stata recentemente individuata, come peraltro già per altre funzioni biologiche, nel fenomeno noto come “meccanotrasduzione”.

Principi di fisica delle onde d’urto L’onda d’urto può essere definita come un impulso acustico, caratterizzato da:

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Che cos’è FoundationOne®? Cosa? Come funziona FoundationOne®? Come? Perché usare FoundationOne? Perché?

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Cuore, cura al tè verde per combattere l'aterosclerosi Il Sole 24Ore - Salute.

«Riduce la resistenza dei batteri al medicinale» Inoltre,si è appurato che le proprietà della bevanda rendono i batteri più sensibili del 20 per cento alle cefalosporine, una classe di antibiotici verso i quali nuovi ceppi di batteri hanno sviluppato resistenza. Il risultato conseguito ha stupito gli stessi ricercatori in quanto ha dimostrato che nella maggioranza dei casi e per tutti i tipi di antibiotici provati, bere tè verde, anche a basse concentrazioni, quando si prende il farmaco sembra ridurre la resistenza dei batteri agli antibiotici.

«I nostri risultati dimostrano che si dovrebbero considerare più seriamente i prodotti naturali che consumiamo ogni giorno. In futuro - ha detto Kassem - vedremo se altri prodotti naturali come la maggiorana, il timo o altri, contengono principi attivi in grado di aiutare a combattere la resistenza sviluppata dai batteri».

Tè verde? Troppo fa male I polifenoli presenti nella bevanda sono dannosi se assunti i grandi quantità.

Il tè verde fa bene solo se bevuto con moderazione. Mentre si ritiene che i polifenoli contenuti nel tè verde siano protettivi rispetto a malattie cardiache e cancro, sembra che, se consumati in grandissima quantità, possano causare danni al fegato e ai reni. Lo ha mostrato un’analisi degli studi sulla tossicità dei polifenoli. “Le persone non dovrebbero allarmarsi troppo per questi risultati, tuttavia coloro che prendono integratori potrebbero sperimentare seri problemi” ha detto l’autore Chung Yang of Rutgers, della State University del New Jersey, negli Stati Uniti. Il ricercatore ha sottolineato che fino a dieci bicchieri al giorno di tè verde va bene. I problemi ci sono, più verosimilmente, per le persone che assumono integratori alimentari che contengono fino a 50 volte la quantità di polifenoli di una singola tazza di the. La review di Yang cita esperimenti in cui roditori e cani sono morti per avvelenamento al fegato dopo la somministrazioni di alte dosi di polifenoli. Sono, inoltre, riportati casi di persone con segni di tossicità al fegato dopo un sovradosaggio di integratori al tè verde. I sintomi da loro sperimentati sono spariti quando hanno smesso di assumere le pillole, per tornare quando ricominciavano a prenderle. (Chemical Research in Toxicology, vol 20, p 583).

TE' E CALCOLOSI RENALE.

Il ruolo della dieta nella prevenzione della calcolosi renale è un problema che è stato ampiamente dibattuto dagli specialisti del settore. La formazione di calcoli renali, principalmente composti da ossalato, è influenzata dalla dieta e, in particolare, dall'assunzione di cibi che ne contengono alte concentrazioni nella sua forma solubile (spinaci, barbabietole, cioccolato, fragole e noci). La forma insolubile dell'ossalato, il suo sale di calcio, è invece scarsamente assorbito a livello renale e viene quindi eliminato. E' ormai noto che: 1) il tè nero è una fonte di ossalato in forma solubile (range di concentrazione compreso tra 300-2000 mg/100 g di foglie) 2) l'infusione prolungata (3-5 minuti) e la concomitante agitazione della soluzione, pratiche comuni nella preparazione del tè nero ne aumentano la liberazione. Tuttavia il consumo regolare di 6 tazze di tè/die porta all'assunzione di ossalato in forma libera in un range di concentrazione compreso tra 16-102 mg/die, quantità sicuramente minore se paragonata a quella che si ritrova nei succitati alimenti. Inoltre l'aggiunta di latte contribuisce alla formazione di ossalato di calcio insolubile che viene quindi eliminato. D'altra parte è noto che: 1) le capacità antiossidanti delle epigallocatechine contenute nel tè hanno un effetto protettivo sulla formazione dei calcoli, 2) i tè verdi hanno concentrazioni di ossalato pari ad un terzo di quelle del tè nero, 3) l'infusione più breve di questi ultimi (2-3 minuti) estrae comunque meno ossalato. Pertanto è possibile affermare che l'assunzione del tè verde è in grado di ridurre sia l'escrezione renale di ossalato che il deposito di calcoli a livello renale.

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VISTO l'articolo 5, comma 4 del DM 30 giugno 2014, n.105 in cui si prevede che "Le università sedi di scuole possono attivare, in aggiunta ai contratti di formazione specialistica finanziati con risorse statali, ulteriori contratti di pari importo e durata con risorse derivanti da donazioni o finanziamenti di enti pubblici o privati, nel rispetto del numero complessivo di posti per i quali sono accreditate le scuole e del fabbisogno di specialisti a livello nazionale. I contratti sono attivati purché' i finanziamenti siano comunicati al Ministero prima della pubblicazione del bando per il relativo anno accademico. I contratti sono comunque assegnati sulla base della graduatoria di cui al comma 2. Le università assicurano il finanziamento di tali contratti per tutta la durata del corso di specializzazione e provvedono al relativo onere con le risorse finanziarie disponibili nel proprio bilancio a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri per lo Stato".

VISTE le comunicazioni fatte pervenire dalle Università con riferimento ai contratti a carico di altri finanziamenti pubblici o privati che si aggiungono ai contratti statali;

VISTE le comunicazioni fatte pervenire dalle Regioni Marche, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Provincia Autonoma di Bolzano, Provincia Autonoma di Trento, Valle d'Aosta, Umbria, Toscana, Lombardia, Puglia, Sardegna, Veneto con riferimento ai contratti a carico delle stesse;

VISTO il Decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1972, n. 670 "Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo Statuto Speciale per il Trentino - Alto Adige" nonché le disposizioni concernenti le conoscenze linguistiche nell'ambito della formazione medica specialistica di cui alla Legge della Provincia Autonoma di Bolzano 15 novembre 2002, n. 14 e al relativo regolamento emanato con decreto del Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano 7 gennaio 2008, n. 4;

VISTA la Legge Provinciale della Provincia Autonoma di Trento 6 febbraio 1991, n. 4 "Interventi volti ad agevolare la formazione di medici specialisti e di personale Infermieristico" e in particolare gli articoli 3, 4 e 4 bis;

VISTA Legge regionale della Regione Autonoma Valle d'Aosta 30 gennaio 1998, n. 6 "Interventi volti ad agevolare la formazione di medici specialisti e di personale sanitario laureato non medico" e in particolare l'articolo 2;

VISTA la Legge regionale n. 9 del 14 maggio 2013 della Regione Veneto "Contratti di formazione specialistica aggiuntivi regionali";

D E C R E T A.

Articolo 1.

(Disposizioni generali)

1. Per l'anno accademico 2013/2014, l'ammissione dei medici alle scuole di specializzazione in medicina avviene a seguito di superamento di un concorso per titoli ed esami disciplinato dal presente decreto.

Ai fini del presente bando:

a) per "scuola" si intende lo specifico tipo di corso di specializzazione, compreso nelle classi e nelle tre aree medica, chirurgica e dei servizi clinici; b) per "sede" si intende la specifica scuola di una specifica università; c) per "area", ciascuna delle aree, medica, chirurgica e dei servizi clinici in cui sono raggruppate le classi e le tipologie di scuola; d) per "ssd" si intende settore scientifico disciplinare; e) per "Commissione nazionale" si intende la Commissione nominata con DM 23 luglio 2014, n. 584.

Articolo 2.

(Posti disponibili)

1. Per l'a.a. 2013/2014 i posti disponibili per ciascuna scuola di specializzazione sono quelli indicati nell'Allegato 1, che costituisce parte integrante del presente decreto. I posti finanziati con contratti aggiuntivi dalle Province autonome di Trento e Bolzano, dalla Regione autonoma Valle d'Aosta e dalla Regione Veneto sono destinati ai candidati in possesso dei requisiti previsti dall'articolo 4, comma 2 e sono assegnati sulla base della graduatoria nazionale.

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Negli anni '30 il suo successo era ormai incontrastato: i provveditori alla sanità lo interpellavano per le autopsie, gli studenti che si laureavano a Venezia lo volevano come promotore, benché egli non avesse mai insegnato dalla cattedra; e la sua clientela si allargava. Nel 1542 i suoi redditi professionali furono stimati a 225 ducati annui, saliti a 460 nel 1552. Nel frattempo, come ha dimostrato l'eccellente studio del Palmer, Niccolò Massa aveva potuto avviare proficui investimenti che ammontarono complessivamente, fino agli anni '60, a oltre 11.000 ducati; con questi denari egli acquistò due case e una novantina di campi nella podesteria di Mestre, assieme a "daie over colte" da riscuotere nel Mestrino; a Venezia comprò due case, un forno e un negozio di frutta; investì anche dei capitali nella Zecca. Poté quindi disporre di crescenti rendite, una parte delle quali era peraltro assorbita dagli obblighi che si era assunto verso i parenti.

Dovette infatti dotare due sorelle e mantenerne in casa una terza, malata. Dopo la morte dell'ultimo fratello e di un cognato, dovette inoltre occuparsi dell'educazione di due nipoti, Apollonio Massa, che divenne medico, e Lorenzo Caresini Massa, destinato ad una brillante carriera di cancelleria. A queste cure si aggiunsero quelle per la propria famiglia illegittima: celibe, Niccolò aveva lungamente convissuto con una Cecilia Raspanti, che gli aveva dato una figlia, Maria: questa andò sposa nel 1548 a un possidente veneziano dopo essere stata riconosciuta dal padre e fornita di una dote di 4.500 ducati (davvero rilevante per la figlia di un professionista) (96).

Questi retroscena familiari condizionarono l'attività professionale del Massa, spronandolo a procurarsi con tutte le sue forze il successo ed una ricca clientela, comprendente personaggi illustri che avrebbero accresciuto il suo credito. Vantare i propri successi terapeutici è dunque per il Massa un preciso dovere: serve ai fini della cura, ispira fiducia al paziente e promuove l'immagine del medico (97). A questi stessi criteri si ispira anche la produzione libraria del Massa, che, se da un lato rivela la sua straordinaria abilità nello sfruttamento delle potenzialità pubblicitarie dell'arte della stampa, al tempo stesso riflette pure le migliori qualità del medico veneziano: la sua vasta esperienza professionale e la varietà dei suoi interessi, che spaziano dal morbo gallico alla peste e fino all'anatomia.

È vero che nelle grandi dispute fra le diverse scuole il suo eclettismo si tradusse talvolta in una disponibilità al facile compromesso, come nella famosa e capziosa distinzione fra "peste" e "febbri pestilenziali", da lui teorizzata (e poi applicata, con esito catastrofico, dal Mercuriale nella peste del 1576) (98). Ottimo era invece, per l'epoca, il suo Liber introductorius anatomiae, eccellente guida pratica basata su una larga esperienza diretta di autopsie. Tuttavia anche questo manuale, pensato soprattutto come una guida pratica per studenti, era destinato ad essere superato, a distanza di soli sette anni, dal capolavoro di Andrea Vesalio, il De humani corporis fabrica. A chi gli proponeva l'imbarazzante paragone col docente dello Studio patavino il Massa rispondeva con una battuta che è anche un efficace autoritratto: "Ego qui plurimis negotiis in visendis aegris detentus, volumina ingentia minime legere possum "; aveva cioè troppo da fare nel visitare gli infermi, per trovare il tempo di leggere grandi volumi (99).

Il caso del Massa, medico affermato che praticava con successo l'anatomia, è solo uno dei molti esempi che si potrebbero addurre per dimostrare la profonda (e feconda) compenetrazione fra medicina, chirurgia e anatomia tipica dell'area veneta. Infatti, malgrado la notorietà raggiunta nell'Italia del tardo '500 da un trattatista come il Tiraqueau, che aveva collocato la chirurgia (arte "mechanica et illiberalis") molto al di sotto della medicina, nella nostra penisola "la distinzione fra medici e chirurghi fu [. > assai meno profonda e accentuata che in Germania e in Francia" (100). Però nemmeno in Italia la situazione era ovunque la medesima; e le entusiastiche lodi che un visitatore inglese di fine '500, Fynes Moryson, rivolse ai "molti famosi medici che in Italia sono pure chirurghi" (101) si riferivano soprattutto all'Università di Padova, dove - partendo forse dalle valide premesse poste dal Benedetti nell'ultimo scorcio del '400 - le lezioni di anatomia ebbero nel secolo XVI grande successo e furono tenute da maestri come il Vesalio, Realdo Colombo, Gabriele Falloppio, Girolamo Fabrizi d'Acquapendente.

Certamente va sottolineato che a Padova i più insigni anatomisti, dal Vesalio in poi, furono tutti laureati in medicina: la laurea in chirurgia, che prevedeva un curriculum di studi più breve, era considerata meno prestigiosa (102). Era comunque garantita ai medici chirurghi una loro rappresentanza professionale, a Venezia più che a Padova, grazie all'esistenza di un collegio medico-chirurgico distinto da quello dei "fisici". Nel 1547 questo collegio dei chirurghi, sempre meno numeroso di quello medico, comprendeva in tutto 27 elementi, fra cui sono sicuramente identificabili 3 dottori in medicina, 15 dottori in chirurgia e 7 chirurghi non laureati. Questi ultimi avevano dimostrato la propria preparazione ai fini dell'esercizio professionale davanti a una commissione che, secondo una norma emanata nel 1487, doveva essere formata congiuntamente dai priori e dai consiglieri dei due collegi, medico e chirurgico.

Indubbiamente quest'ultima disposizione ribadiva un certo qual diritto di ingerenza e di sovraintendenza dei "fisici" sull'attività dei chirurghi; ed un altro elemento che depone a favore di una incontestabile superiorità dei primi può essere ravvisato nell'irresolutezza dei chirurghi circa l'atteggiamento da assumere nei confronti dei laureati in medicina che praticavano l'arte chirurgica. Se costoro si iscrivevano tra i "fisici", c'era chi deplorava il depauperamento del collegio chirurgico; se invece restavano fra i chirurghi, nascevano dei contrasti causati, si diceva, dall'arrogante superiorità ostentata da questi "fisici" durante le adunanze (103).

Al tempo stesso non si può negare che i chirurghi traessero notevoli vantaggi dal fatto di disporre di una propria rappresentanza e di vedersi riconosciuta una figura professionale nettamente distinta da quella dei barbieri-chirurghi, che venivano autorizzati all'esercizio della loro più modesta attività dopo aver sostenuto davanti al collegio chirurgico un esame vulgari sermone (e non in latino come per i medici chirurghi) (104). Ha dunque un particolare significato, anche sotto il profilo simbolico, la deliberazione dei provveditori alla sanità che nel gennaio del 1546 cercarono di definire in modo inequivocabile, anche sulla base di precedenti decisioni, le condizioni per l'ammissione all'esercizio della chirurgia nella Dominante. In tale occasione si presentarono davanti al magistrato i due collegi dei "fisici" e dei chirurghi, rappresentati dai rispettivi priori, e l'Arte dei barbieri, qui rappresentata dal gastaldo e dai "compagni" (105).

In questa tripartizione dell'attività sanitaria era implicita una gradazione di competenze e di onori: solo i "fisici" avrebbero potuto, in teoria, prescrivere medicine ai pazienti; anche se poi, nella prassi, questa divisione delle competenze fra medici e chirurghi veniva talora trascurata dagli stessi provveditori alla sanità, che pure avrebbero dovuto farla rispettare (106). Invece la distinzione fra medici-chirurghi e barbieri-chirurghi, puntualizzata anche dalla rilevante differenza di retribuzione, si mantenne sempre assai netta non solo a Venezia ma anche nelle province (107).

Pertanto, se si vuole comprendere l'atteggiamento psicologico dei chirurghi nei confronti della loro professione, non si deve guardare solo ai contrasti fra i due collegi, dove - in ossequio ai pregiudizi del tempo - sono quasi sempre i "fisici" ad avere la meglio (108); una riflessione di segno ben diverso può essere suggerita dalle possibilità di ascesa sociale che l'esercizio dell'arte chirurgica comunque apriva ai singoli e alle loro famiglie. Così, se il padre è barbiere, il figlio cercherà, dopo opportuni studi, di farsi iscrivere nel collegio chirurgico (è il passaggio forse più delicato) (109); ma, una volta ottenuta l'ammissione fra i chirurghi, l'ulteriore ascesa sociale sarà molto più facile: fra la fine del '400 e la prima metà del '500 il collegio esprime personalità di buon livello, apprezzate anche nell'ambiente universitario, come il veronese Pietro Mainardi (docente a Padova dal 1518), Angelo Bolognini da Piove di Sacco (priore del collegio nel 1508, poi docente di chirurgia a Bologna) e Francesco Litigato da Lendinara, lettore di chirurgia a Padova nel 1535, ammesso nel collegio chirurgico veneziano nel 1540 (110). Talvolta questi chirurghi più affermati cercavano, se erano ancora giovani, di addottorarsi anche in artibus et medicina, come fece il Massa; oppure spianavano la strada per il dottorato di un fratello minore, di un figlio o di un nipote (111).

Anche Giovanni Andrea dalla Croce, autore dell'opera Della cirurgia (Venezia 1574) faceva parte di una famiglia la cui ascesa sociale era interamente legata all'arte chirurgica. Il padre, Giuseppe, era solo un barbiere chirurgo recentemente immigrato a Venezia; ma già per Giovanni Andrea la Serenissima divenne "la dilettissima patria". Qui era stato accolto fin dal 1532 nel collegio chirurgico; qui era tornato negli anni '40, dopo un decennio trascorso a Feltre, ottenendo poi ripetutamente l'elezione a priore del collegio. Privo del prestigio accademico di un Fabrizi d'Acquapendente, si era tuttavia distinto nella pratica professionale, specie nella cura delle ferite del cranio. Nel trattato Della cirurgia sottolineò l'importanza dell'esperienza diretta: per lui il chirurgo deve essere "ottimo anatomista", deve possedere le necessarie abilità manuali, ma soprattutto deve distinguersi come "inventore di nuovi et accommodati istromenti" (112).

Però il suo rapporto con la medicina universitaria è ambivalente. Da un lato, ironizza sulla presunzione dei giovani laureati in medicina, come il nipote Alvise Bagnolo: "Gran cosa è questa, figliuolo mio, che voi altri giovani non tantosto da Padova ritornati et ivi havete quattro Aphorismi d'Hippocrate et altretante propositioni di Galeno mandate a memoria, che non volete credere a vecchi, li quali con tante fatiche e con tante speranze si sono sforzati di ritrovare la verità delle cose" (113). Ma in fondo lui stesso ha incoraggiato l'amato nipote a laurearsi in medicina.

A ciò lo ha forse indotto la constatazione che con la sola laurea in chirurgia si poteva diventare benestanti, ma non ricchi. Infatti dalla denuncia di decima del 1566 risultano rendite modeste: di suo ha solo un "livello" a frumento, che dà una rendita annua di 16 ducati. Dalla dote della moglie provengono fitti e "livelli", per poco più di 60 ducati annui. Beni dotali sono pure le due abitazioni: quella di Venezia, "un meza' nella corte di Santa Maria Mater Domini [. >, con due camarete, un portegeto, et una cusina che d'ogni tempo fa bisogno tenirvi il lume acceso", e quella di Campo San Piero ("una caseta con un broleto").

Non risultano, essendo tassati a parte, i redditi professionali: all'inizio della sua carriera era stato condotto della comunità di Feltre, con un "salario" di 150 ducati annui netti. Anche ipotizzando che il suo reddito fosse cresciuto con gli anni, non ci troviamo di fronte a un patrimonio paragonabile a quello dei maggiori "fisici ", come il Trincavella o il Massa (114).

Avanziamo un'ipotesi: se nel tardo '500 il chirurgo laureato è una peculiarità veneta con limitati riscontri nel resto della penisola; e se altrettanto raro è, al di fuori della Repubblica, il conferimento della laurea in medicina a un ebreo, da dove possono essere usciti quei medici ebrei, uno dei quali "medico e chirurgo", che nel primo '600 esercitavano a Pisa? È possibile che essi provenissero dall'ambiente veneto, e dalle lauree conferite a Padova (115). Infatti il medico ebreo è una presenza essenziale nella medicina veneziana, sia pure in forme che mutano nel corso del secolo XVI.

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FACOLTÀ DI AGRARIA Sportello Orientamento Via Università, 100 - 80055 Portici (Na) Tel. (+39) 0812539145 - Fax (+39) 0812539380.

laurea di 1° livello (L) CLASSE L25 Lauree in Scienze e Tecnologie Agrarie e Forestali - Corso di laurea in tecnologie agrarie - Corso di laurea viticoltura ed enologia (AVELLINO) - Corso di laurea in scienze forestali ed ambientali CLASSE L26 Lauree in Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari - Corso di laurea in tecnologie alimentari.

laurea di 2° livello o magistrale (LM) CLASSE LM61 Lauree Magistrali in Scienze della Nutrizione Umana - Corso di laurea magistrale in scienza degli alimenti e nutrizione CLASSE LM69 Lauree Magistrali in Scienze e Tecnologie Agrarie - Corso di laurea magistrale in scienze e tecnologie agrarie CLASSE LM70 Lauree Magistrali in Scienze e Tecnologie Alimentari - Corso di laurea magistrale in scienze e tecnologie alimentari CLASSE LM73 Lauree Magistrali in Scienze e Tecnologie Forestali ed Ambientali - Corso di laurea in scienze forestali e ambientali.

FACOLTÀ DI ARCHITETTURA Sportello Orientamento Via Monteoliveto, 3 - 80134 Napoli Tel. (+39) 0812538093 - Fax (+39) 0812538047.

laurea di 1° livello (L) CLASSE L17 Lauree in Scienze dell'Architettura - CLASSE L23 Lauree in Scienze e Tecniche dell'Edilizia - Corso di laurea in scienze dell'architettura CLASSE L21 Lauree in Scienze della Pianificazione Territoriale, Urbanistica, Paesaggistica e Ambientale - Corso di laurea in urbanistica paesaggio territorio ambientale.

laurea di 2° livello o magistrale (LM) br> CLASSE LM04 Lauree Magistrali in Architettura e Ingegneria Edile-Architettura - Corso di laurea magistrale in architettura (ciclo unico) CLASSE LM48 Lauree Magistrali in Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale - Corso di laurea magistrale in pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistico-ambientale.

FACOLTÀ DI ECONOMIA Sportello Orientamento Complesso Universitario Monte Sant'Angelo - Via Cintia, 26 - 80125 Napoli Tel. (+39) 081676660 - Fax (+39) 081676660.

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