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Si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Milano il 3 novembre 1982 e consegue la specializzazione in Dermatologia e Venereologia, sempre all’Università di Milano, il 10 luglio 1985.

Ordini di appartenenza.

Ordine dei Medici di Milano (dal 1982). Ordine dei Giornalisti di Milano (dal 1998).

Incarichi professionali.

* Medico Interno alla Prima Clinica Dermatologica dell’Università di Milano dal 1982 al 1988. * Responsabile Ambulatorio di Dermatologia Ospedale di Melzo, Milano, dal 1988 al 1991. * Direttore Servizio di Dermatologia Ospedale L. Marchesi di Inzago, Milano, dal 1991 ad oggi. * Responsabile Dermatologia delle Terme Grotta Giusti, Pistoia, dal 1996 al 2002. * Responsabile Dermatologia Comitato Scientifico Terme di Montecatini, Pistoia, dal 2003 al 2004 * Responsabile Dermatologia e Dermatologia Plastica Terme Regina Isabella Ischia, Napoli, dal 2004 al 2008 * Segretario Generale Milano CheckUp (Medical Science Expo) * Membro del Collegio di Consulenza Scientifica (Medico-Termale) delle Terme di Salsomaggiore e Tabiano S.p.a (da marzo 2009 ad oggi) * Fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, sedi: Milano-Plinio e Milano-Sant’Ambrogio (dal 2013 ad oggi) * Direttore scientifico del mensile Ok Salute e Benessere e del sito www.ok-salute.it (dal 2017)

Posizioni accademiche.

* Professore a contratto in Dermatologia Correttiva Estetica all’Università di Pavia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, anno accademico 1998. * Professore a contratto in Cosmetologia all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Facoltà di Medicina e Chirurgia, anno accademico 1999. * Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, anni accademici dal 2000 ad oggi. * Socio accademico dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria di Roma dal 1996. * Fondatore dell’ I.S.PL.A.D.: International Society of Plastic-Regenerative and Oncologic Dermatology nel 1999. * Coordinatore del Corso di Perfezionamento in “Dermatologia Plastica”, Università di Milano, anni accademici 2002-2003-2004. * Coordinatore del Master in Dermatologia Plastica – Università “Tor Vergata” di Roma dal 2005 al 2011.

Società scientifiche.

* Presidente dell’ I.S.PL.A.D.: International Society of Plastic-Regenerative and Oncologic Dermatology.

Membro di.

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• Inglese scientifico, 01/03 ore 15.30.

• Malattie app. digerente, 07/03 ore 9.00.

• Medicina di laboratorio, 05/03 ore 11.00.

• Medicina interna, 07/03 ore 12.00.

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A cura del Dott. Fabio Tarantino. Università medicina in inglese.

La senatrice a vita e le sue memorie di deportata nell'incontro pubblico che inaugura la mostra-racconto del viaggio di 30 studenti nel lager nazista, nell'ambito del progetto Promemoria_Auschwitz. 18 maggio, ore 10.30, Aula Magna, via Festa del Perdono 7.

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FLM - Fascicolo Longitudinale Mediale. Importante fascicolo di fibre cerebrali mieliniche (cioè bianche). Ha la funzione di connettere i nuclei somatomotori degli occhi. E' responsabile del movimento orizzontale coordinato degli occhi collegando il nucleo del nervo abducente (VI° nervo cranico) con il nucleo oculomotore (III° nervo cranico) ed anche con la formazione reticolare paramediana pontina (vedi PPRF) e il nucleo del nervo accessorio spinale (XI° nervo cranico). Il FLM è importante nello studio otoneurologico dei movimenti oculari.

FKT - Fisio Kinesi Terapia.

FNAB - Fine Needle Aspiration Biopsy - Aspirazione bioptica con ago sottile, detta anche Agobiopsia. Vedi anche articolo sulla biopsia.

FNM - Fuso neuromuscolare. Recettore inserito tra i fasci muscolari ed inviano informazioni al sistema nervoso centrale sulla lunghezza del muscolo e sulla velocità di variazione della lunghezza.

FNOMCeO - Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri.

FR - frequenza respiratoria.

FT3 - Triiodotironina (T3) libera nel sangue circolante - Gli ormoni tiroidei circolano nel sangue legati a proteine. Con la quota fT3 si intende la quota di triiodotironina non legata alle proteine.

FT4 - Tetraiodotironina (T4) libera nel sangue circolante - Gli ormoni tiroidei circolano nel sangue legati a proteine. Con la quota fT4 si intende la quota di tetraiodotironina non legata alle proteine.

G.

GCS - (dall'inglese) Glasgow Coma Scale.

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• Neurochirurgia e l’ARNAS Garibaldi di Catania;

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Molti medici ottenuta la laurea proseguono gli studi per diventare specialisti e alla fine possono conseguire il diploma di specializzazione.

I corsi di specializzazione hanno durata pluriennale ( variano dai 2 ai 5 anni a seconda del tipo di corso scelto) e comprendono insegnamenti teorici e pratici, esami annuali e la discussione finale di una tesi di specializzazione. Alla fine viene rilasciato un diploma di specializzazione con l’acquisizione di un numero di crediti compreso tra 300 e 360. La frequenza è solitamente obbligatoria. L’ammissione alle scuole di specializzazione è subordinata al superamento di un esame, che consiste in una prova scritta per accertare la cultura generale della propria area e in un’eventuale prova orale sulle medesime tematiche di quella scritta. L’ingresso purtroppo è a numero chiuso e i posti disponibili sono sempre pochi rispetto alle richieste. Dopo di questa, la formazione del medico può proseguire: dopo anni di studi e di esperienze in un dato settore, per esempio, un chirurgo ortopedico può definirsi chirurgo della mano, anche se queste “iperspecializzazioni” non sono certificate in Italia da esami o da diplomi. Di recente istituzione è il corso di formazione per medici in medicina generale: si tratta di un corso biennale che comprende soprattutto esercitazioni pratiche in medicina, chirurgia, ostetricia e pediatria. Al termine di questo corso il medico può conseguire un attestato di formazione, che gli consente di esercitare l’attività professionale nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale. Secondo la legge, il titolo di specialista può essere rilasciato esclusivamente dalle università; in passato, i corsi di specializzazione erano numerosissimi (quasi 150), ma attualmente la CEE ha stabilito un elenco di specializzazioni comuni a tutti o ad alcuni paesi: il numero di specializzazioni che possono essere conseguite in Italia è così sceso a 17 e contemporaneamente è stata istituita la facoltà di odontoiatria. Diversi dalle specializzazioni sono gli attestati e i certificati rilasciati da scuole private o associazioni: alcuni di indubbio valore, altri no. Alcuni di questi attestati vengono rilasciati senza che il medico superi un esame; talvolta, diplomi altisonanti vengono concessi al termine di un corso di poche ore, dietro pagamento di una tassa di iscrizione. La specializzazione non è comunque indispensabile per svolgere la professione medica: in Italia, per esempio, un medico abilitato e iscritto all’Ordine, può esercitare in tutte le branche dell’attività medica (tranne l’anestesiologia, la radiologia e l’odontoiatria). Così, può svolgere la sua attività professionale come ostetrico e definirsi tale (ma non può attribuirsi il titolo di specialista). D’altra parte, molti medici non specialisti sanno curare fin troppo bene i propri pazienti perché un diploma di specializzazione non valuta la personalità e l’umanità del medico.

Ordine dei medici.

L’ordine dei medici è l’organismo ufficiale incaricato di vegliare sulla rigorosa osservanza dei doveri e delle norme deontologiche in vigore nella professione medica. In particolare, si occupa della regolamentazione dei rapporti dei medici con i colleghi e i malati. Si tratta di una giurisdizione interna alla professione, indipendente dalla legge nel senso più generale del termine. Molti sono i Paesi dotati di un Ordine dei medici o un organismo equivalente: oltre all’Italia, Belgio, Germania, Canada, Danimarca, Francia, Grecia, Lussemburgo, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svizzera. L’Ordine dei medici contribuisce a regolamentare l’esercizio della professione medica su ciascun territorio nazionale e possiede una competenza disciplinare.

La laurea in Medicina? Meglio prenderla in Romania.

La Romania è il paese in cima alla lista delle nazioni scelte dagli aspiranti medici italiani.

Medicina e Medicina veterinaria in lingua francese e inglese nelle università in Romania.

La Facoltà di Medicina Farmacia e Odontoiatria è nata nel 1991 e si inserisce nella struttura della Western University “Vasile Goldis” di Arad, le cui facoltà erano state fino a quel momento prevalentemente di carattere umanistico.

Nell’anno accademico 2008 stabilire l’educazione medica in francese e in inglese, è stato un grande risultato, come testimoniano i ritrovamenti che fanno gli studenti che hanno scelto di iscriversi nella nostra facoltà. L’intero sforzo accademico è focalizzata sullo sviluppo di laureati con adeguata formazione nella ricerca medica e scientifica, sempre nel rispetto delle norme europee ed internazionali. Il corso di studi è supportato da una moderna infrastruttura, che copre sia la necessità di strutture educative, risorse tecniche a livello europeo, biblioteca e servizi per le attività culturali e sociali: i crediti da acquisire sono 360 in 6 anni. Oggi si registra la nascita di nuove discipline: neurobiologia, Gerontologia – Geriatria, terapie complementari, terapia del dolore, tecniche di rianimazione di emergenza pre-ospedaliera – in linea con i più recenti risultati scientifici. L’Università, attraverso il Dipartimento di Relazioni Internazionali e Senato che supporta la VGWU di Arad, ha favorito lo sviluppo di accordi di cooperazione internazionale per la mobilità di docenti e studenti per aiutare ad aumentare il rendimento scolastico e la comunità scientifica accademica della facoltà.

Le Competenze professionali acquisite con il corso di laurea in Medicina in Romania sono:

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Ecografia.

Responsabile D.ssa Gabriella Magnani.

Medico Neurologo Dr. Marco Solaro, specializzato nella diagnostica dei vasi epiaortici del collo.

Endoscopia Digestiva.

Responsabile Dr. Luca Pecchioli.

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Screening per il cancro del colon-retto.

Tratto dal Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=24&area=Screening Il cancro del colon-retto è nella popolazione nel suo complesso, il secondo tumore più frequente rappresentando il 13% di tutti i tumori diagnosticati (fonte: I numeri del cancro in Italia 2016). Tra i maschi si trova al terzo posto (13% di tutti i tumori più frequentemente diagnosticati nell’uomo), preceduto da quelli della prostata e del polmone, mentre nelle femmine è al secondo posto (13%), preceduto dal tumore della mammella. La neoplasia è spesso conseguente ad una evoluzione di lesioni benigne (quali ad esempio i polipi adenomatosi) della mucosa dell’intestino, che impiegano un periodo molto lungo (dai 7 ai 15 anni) per trasformarsi in forme maligne. Gli esami di screening Il test di screening utilizzato nella quasi totalità dei programmi di screening è il test del sangue occulto nelle feci, eseguito ogni 2 anni nelle persone tra i 50 e i 69 anni. L’esame, estremamente semplice, consiste nella raccolta (eseguita a casa) di un piccolo campione di feci e nella ricerca di tracce di sangue non visibili a occhio nudo. Il test usato nei programmi di screening italiani non rende necessario seguire restrizioni dietetiche prima della sua esecuzione. Poiché le eventuali tracce di sangue possono essere un indizio della presenza forme tumorali oppure di polipi che possono, in futuro, degenerare, è indispensabile eseguire l’esame di approfondimento. Una piccola parte dei programmi di screening attivi in Italia (in particolare nella regione Piemonte) utilizza al posto della ricerca del sangue occulto un altro esame di screening, la rettosigmoidoscopia eseguita una sola volta all’età di 58-60 anni. Si tratta di un esame endoscopico, che consiste nella visualizzazione diretta, tramite una sottile sonda flessibile dotata di telecamera, dell’ultima parte dell’intestino (il sigma e il retto): è qui che si sviluppa infatti il 70% dei tumori del colon retto. Gli esami di approfondimento Nel caso di positività all’esame del sangue occulto nelle feci o alla rettosigmoidoscopia, i programmi di screening prevedono l’esecuzione di una colonscopia come esame di approfondimento. La colonscopia permette di esaminare l’intero colon retto. Oltre a essere un efficace strumento diagnostico, la colonscopia è anche uno strumento terapeutico. Nel caso venisse confermata la presenza di polipi, consente, infatti, di rimuoverli nel corso della stessa seduta. I polipi rimossi vengono successivamente analizzati e, in base al loro numero, alle loro dimensioni e alle caratteristica delle loro cellule, vengono avviati percorsi terapeutici e di controllo ad hoc.

Diagnostica per Immagini.

Responsabile Dr. Alessio Apruzzese Medico Neurologo.

ATTIVITÀ CLINICA.

L’Unità Operativa Complessa (UOC) di Diagnostica per Immagini effettua esami di Radiologia Tradizionale, Ecografia, TAC e Risonanza Magnetica.

È specializzata nello studio diagnostico di tutti i tipi di tumori e valuta, insieme all’Unità Operativa di Oncologia Medica, la terapia più adeguata (trattamento chirurgico, medico, radioterapico).

E’ dotata di un centro senologico con personale dedicato, per la diagnosi precoce della cura della patologia neoplastica mammaria, dotata di apparecchiatura mammografica digitale con tomosintesi, All’interno della unità senologica si può accedere ad un percorso donna, con tariffe agevolate per pacchetti diagnostici che includono mammografia con o senza tomosintesi, ecografia mammaria e Mineralografia Ossea computerizzata DEXA ed è dotata di convenzioni per la diagnostica invasiva e trattamento chirurgico, oncologico medico e radioterapico di neoplasie mammarie.

Referenti medici: Dott.ssa Silvia D’Onofrio, Dott.ssa Perla Lamberini e medico oncologo Prof. Gaetano Lanzetta.

Patologie degenerative, infiammatorie, neoplastiche, infettive, dismielinizzanti e tesaurismosi, genetiche e ereditarie, diagnostica vascolare angiografica con RM ad alto campo (1,5 T e TC 64 strati)

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La prima è di carattere antropologico, in quanto la religiosità è una costante antropologica fondamentale ed il problema di Dio ha accompagnato l’intero sviluppo del pensiero umano. Questo non si manifesta con coordinate esclusivamente filosofiche o psicologiche, ma “religiose”. L'esistenza di una rivelazione, di qualunque natura essa sia, e la dimensione personale della risposta ad un Dio che si rivela, spostano l'analisi del discorso su Dio dal terreno filosofico a quello teologico, l'unico dove termini antropologicamente significativi come creatura, merito, coscienza, testimonianza, vita eterna, hanno un significato compiuto. Esiste inoltre una seconda giustificazione, di tipo storico. La Rivelazione giudeo-cristiana si è manifestata con fatti che hanno segnato la storia dell'umanità in modo sensibile, percepibile anche dalle altre discipline. La formazione del popolo di Israele, il movimento sorto attorno a Gesù di Nazaret, l'incidenza della sua dottrina nella storia e nell'eredità spirituale delle nazioni sono fatti di portata troppo evidente per poter essere ignorati. Tuttavia, la Rivelazione non può essere studiata solo con gli strumenti dell'analisi storica, perché si rivelerebbero ben presto insufficienti a darne ragione; occorre anche in questo caso ricorrere a categorie teologiche per comprendere cosa è avvenuto e perché.

Vi è infine un motivo spiccatamente culturale. Tanto la Sacra Scrittura, quanto la sistematizzazione del sapere su Dio che la teologia ha operato a partire dalla Rivelazione, sono state la primaria fonte di riflessione per innumerevoli autori. Una comprensione scientificamente seria del loro pensiero non può prescindere da questa sorgente. Senza una conoscenza di ciò che nel cristianesimo rappresentano l'Incarnazione od il mistero del Dio trino, non si capirebbero appieno la Divina Commedia di Dante o la Fenomenologia dello Spirito di Hegel, la mistica di Pascal o il nichilismo di Nietzsche; senza un'idea precisa della storia della salvezza e delle sue diverse tappe, così come ci vengono trasmesse dalla Sacra Scrittura, resterebbero in ombra i contenuti delle principali opere d'arte, non capiremmo gli affreschi della Cappella Sistina o l'architettura delle cattedrali gotiche; senza un'esperienza del dramma del peccato e della redenzione non potremmo accedere al contenuto delle opere di Dostoevskij o di Goethe, di Shakespeare o di Calderón de la Barca; senza la conoscenza dell'universalità e della novità del sacrificio redentivo della croce, non capiremmo il perché degli sviluppi storici subiti dal diritto o dalla filosofia politica. Ciò non riguarda solo la cultura occidentale, o quella europea in modo particolare, ma la cultura umana in genere, poiché i temi critici dell'esistenza, registrati dal cristianesimo, si ritrovano nelle altre grandi tradizioni religiose, e queste ultime possono comprendersi completamente solo in un quadro comparativo che non lasci da parte il cristianesimo e l'ebraismo.

Un insegnamento teologico all'interno di un campus universitario, senza sostituire quello impartito nelle università ecclesiastiche o in altri centri di formazione posti sotto il controllo diretto della Chiesa, dovrebbe avere caratteristiche metodologiche proprie, adeguate al suo status publicum. In primo luogo, sarebbe una teologia sviluppata ed insegnata “di fronte ad un interlocutore”, cioè con una metodologia attenta a fornire i princìpi della sua riflessione ed i motivi che ne fondano la ragionevolezza, in dialogo continuo con la situazione culturale ed esistenziale nella quale l'interlocutore è immerso. In secondo luogo, sarebbe una teologia tipicamente “contestuale”, specialmente attenta all'universalità del proprio discorso. La sua riflessione andrebbe svolta tenendo presenti i risultati delle scienze, il panorama antropologico, religioso e culturale dell'intero pianeta, i tempi della sua lunga evoluzione, il corso delle vicende storiche che hanno accompagnato il genere umano. Una teologia che presenti il mistero di Gesù Cristo, crocifisso e risorto, come ragione del mondo e senso della storia, se vuole essere credibile, deve poter sostenere questa centralità in un panorama diacronico e sincronico completo, dal respiro più ampio possibile. Non può limitarsi a proporre la “sua storia”, ma cercare di dare ragione “di tutte le storie” e “di tutta la storia”. Ancora, una simile teologia avrebbe un carattere marcatamente “interdisciplinare”, non perché ansiosa di realizzare sintesi affrettate con il sapere proveniente da altre fonti, ma perché capace di mostrare il legame fra i contenuti della Rivelazione e gli oggetti delle altre discipline, sapendo mettere in luce quella dimensione trascendente che innerva l'attività di ogni ricerca seriamente interessata alla conoscenza della verità. Ed essa saprà farlo tanto meglio quanto più disposta all'ascolto e al dialogo con le altre scienze. Una teologia universitaria verrebbe infine esercitata ed insegnata “nella fede”. Come ogni altro maestro, anche il teologo ha compiuto delle opzioni precise circa i princìpi della sua materia e sperimenta verso il suo oggetto un coinvolgimento di natura esistenziale, tanto più trattandosi, nel suo caso concreto, di Dio. Egli può ragionevolmente dirigersi anche ad un pubblico che non ha ricevuto la grazia della fede, un pubblico capace di cogliere i princìpi di questa scienza, ma non ancora di legarsi esistenzialmente alla Vita che li anima. Una simile teologia avrebbe allora il carattere di un annuncio, come lo ebbe la teologia di Paolo o di Giovanni, o quella dei Padri dei primi secoli, senza cessare per questo di essere vera teologia.

Una sintesi fra la teologia e le altre scienze non è solo un'esigenza dell'università, nella quale si creerebbero così migliori condizioni per favorire un’autentica unità del sapere: questo dialogo e questa sintesi sono un'esigenza anche della teologia. L' intellectum verso il quale la fides si dirige è sì l'intelletto delle cose di Dio, ma un intelletto che per comprenderne le implicazioni compie un itinerario che attraversa l'intelligenza dell'intera creazione, della vita umana e della sua storia. Rinunciare a questo itinerario equivarrebbe ad esporsi al rischio del fideismo o del fondamentalismo, cose tanto lontane dalla fede, come lo sono dall'autentico spirito universitario. Una sintesi credente fra sapere teologico su Dio e sapere umano sul mondo diviene un aspetto del rapporto che deve legare la natura alla grazia. Capiamo allora perché si possa affermare, con Giovanni Paolo II, che non solo l'Università ha bisogno della Chiesa, ma anche la Chiesa ha bisogno dell'Università (cfr. Ai docenti dell'Università di Bologna, 18.4.1982, n. 2).

VI. Giovanni Paolo II e l’università.

Meritano una particolare attenzione, all’interno del tema che qui ci occupa, i discorsi rivolti da Giovanni Paolo II ai docenti universitari e alle comunità accademiche di tutto il mondo, nei quali si delinea una coerente “idea di università” (Antologia fino al 1991 in Discorsi alle Università (31.1.79 - 19.3.91), a cura di E. Benedetti e L. Campetella, Camerino 1991; analisi e riflessioni in Tanzella-Nitti, 1998). Le basi di tale idea, in stretto collegamento con una precisa concezione della cultura, vengono già gettate nei primi anni di pontificato e sono rintracciabili nei discorsi all’Assemblea dell'Unesco (1980), alla cattedrale di Colonia (1980), in quelli alle Università di Bologna (1982), Padova (1982), Lovanio (1985), Torino (1988) e Uppsala (1989). Non pochi passaggi di tali discorsi, specie riguardo la concezione della libertà e la dimensione immanente al soggetto della cultura, si collegano alle riflessioni svolte negli anni 1960 e 1970 da Karol Wojtyla, quando era professore di Etica all’Università di Lublino.

1. La concezione della cultura. Per Giovanni Paolo II la cultura implica il compito di «creare se stessi». Arricchisce spiritualmente il soggetto e solo secondariamente coinvolge la sfera del produrre. Pur nelle sue manifestazioni di pluralità, la cultura è in qualche modo “una”: è ciò che consente a ciascuno di vivere in modo autenticamente umano, conforme alla sua natura e dignità. La vera cultura si distingue dalle false culture, proprie delle ideologie: la prima è centrata sul primato dell'essere, vera fonte della prassi, ed è rispettosa della verità del soggetto; le seconde sono finalizzate al possesso fino a manipolare il soggetto, imponendogli prassi preconcette alle quali egli deve forzosamente adeguarsi. La prima riconosce la religione come una espressione dell'umano auto-trascendersi e la domanda su Dio le appartiene di diritto: nell'arte, nella poesia, nella musica, ma anche nella scienza; le seconde, nel separare la religione dalla cultura, finiscono col rivolgersi contro l'uomo stesso. Su queste basi viene poi indirizzato il problema del valore del progresso scientifico, tecnologico o culturale: il progresso si misura sul servizio che esso presta all'uomo e alla sua verità integrale.

Il rapporto fra fede e cultura viene presentato con un carattere di circolarità e di reciproca provocazione. La sintesi fra la fede e la cultura è un'esigenza sia dell'una che dell'altra: «è necessario che la fede diventi cultura»; ma il messaggio cristiano supera ogni cultura, perché l'annuncio di Cristo non impone la cultura di un altro popolo o di un'altra razza. Il fatto che la fede non si identifichi con nessuna cultura è, in fondo, proprio ciò che le permette di “farsi cultura”, di inculturarsi. La Chiesa ha bisogno dell'università, perché la fede possa incarnarsi e divenire cultura. Ma esiste anche una convergenza fra cristianesimo e cultura, perché c'è una piena convergenza fra cristianesimo e umanesimo. Tutto ciò che è umano “interessa” la Chiesa, perché l'uomo è la strada su cui Dio, in Cristo, ci è venuto incontro. Nell'università la Chiesa si trova a suo agio — dirà Giovanni Paolo II all'Università di Bologna — non solo per motivi di origine storica, ma anche perché Chiesa e università hanno in comune la “passione” per la verità e per l'uomo, anzi per la verità dell'uomo (cfr. Ai docenti dell'Università di Bologna, 18.4.1982, n. 2).

2. L’università e la libertà per la verità. Nei suoi discorsi universitari, Giovanni Paolo II chiede in primo luogo che l'università torni ad essere anche un luogo dei “perché”, che coinvolga cioè la sfera dei fini e non solo quella dell'addestramento funzionale: «L'istituzione universitaria deve servire all'educazione dell'uomo. A nulla varrebbe la presenza di mezzi e strumenti culturali anche i più prestigiosi, se non si accompagnassero alla chiara visione dell'obiettivo essenziale e teleologico di una università: la formazione globale della persona umana, vista nella sua dignità costitutiva e originaria, come nel suo fine. La società chiede all'università non soltanto specialisti, ferrati nei loro specifici campi del sapere, della cultura, della scienza e della tecnica, ma soprattutto costruttori di umanità, servitori della comunità dei fratelli, promotori della giustizia perché orientati alla verità. In una parola, oggi, come sempre, sono necessarie persone di cultura e di scienza, che sappiano porre i valori della coscienza al di sopra di ogni altro, e coltivare la supremazia dell'essere sull'apparire» ( Incontro con i docenti e con gli studenti dell'Ateneo torinese, 3.9.1988, n. 4).

Giovanni Paolo II parla dell'università come luogo di ricerca del vero. «La missione fondamentale di un'università è la continua indagine della verità mediante la ricerca, la conservazione e la comunicazione del sapere per il bene della società» ( Ex corde Ecclesiae, 30). La tensione di ogni essere umano, di ogni intellettuale in modo particolare, verso la verità non è un freddo processo razionale: essa coinvolge tutto l'uomo, reclamandone l'impegno della volontà e la donazione di sé. Per questo si può parlare di «passione per la verità» e di «amore per la verità». In continuità con tutti coloro che hanno riflettuto sulla natura e la missione dell’università, Giovanni Paolo II ricorda che la libertà di ricerca e la legittima autonomia sono caratteri che giacciono nel cuore dell'istituzione universitaria. Ad esse, però, corrisponde una responsabilità verso se stessi e verso alla società: quella di legarsi alla ricerca della verità e al bene dell'uomo, non ad altro. Quando la scienza perde il suo legame costitutivo con la verità, essa viene concepita come un fatto puramente “tecnico”, “funzionale”; il suo valore conoscitivo legato solo al successo dei suoi processi, ed i suoi risultati legittimati sulla base della loro efficacia pragmatica. Perso il riferimento alla verità, la libertà del sapere tecnico-scientifico non è più “libertà per la verità”, ma, erroneamente, libertà di poter fare tutto ciò che sia tecnicamente possibile. Nei discorsi del Pontefice alle università non pare esserci posto per una concezione strumentale o neutra dell'impresa scientifica. Se ne sottolinea invece la dimensione“personalista”, che coinvolge sempre la sfera dei fini. La scienza non possiede ricerche o applicazioni eticamente neutre: essa è un'impresa personale, dove la ricerca del vero è inseparabile dalla ricerca del bene (cfr. Incontro con scienziati e studenti nella cattedrale di Colonia, 15.11.1980, nn. 3-4; commenti e riflessioni in Strumia, 1987).

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