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TITOLO DI STUDIO RICHIESTO Laurea in Medicina e chirurgia. E' inoltre richiesto il possesso del diploma di abilitazione all'esercizio della professione.

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2. I medici e i chirurghi.

Nel '400-'500 alcuni patrizi veneziani appassionatisi agli studi di filosofia naturale conseguirono a Padova o a Venezia la laurea in artibus, che poteva costituire la logica premessa per la pratica della professione medica; ma non procedettero più oltre (12). Un quadro ben diverso si presenta nella vicina Padova, dove nel corso del '400 ben 48 fra medici e dottori in artibus sedettero sui seggi del consiglio cittadino (13). Alcuni di costoro erano professori nello Studio; e certo esiste uno stretto rapporto fra il prestigio dell'Università e la fitta presenza dei dottori nel ceto dirigente (14). Ciò tuttavia non basterebbe a spiegare la diversa collocazione dei medici padovani e veneziani rispetto ai centri del potere politico e amministrativo: in fin dei conti, dopo la conquista di Padova l'Università era divenuta un'istituzione in qualche modo soggetta all'autorità della Signoria; e la stessa Venezia poté disporre nella seconda metà del '400 di un proprio Studio sorto come emanazione del collegio medico (15). Ma ciò non bastò a modificare il tradizionale atteggiamento di estraneità dei membri del maggior consiglio nei confronti della professione medica. I fattori decisivi che condizionarono questa scelta vanno piuttosto ricercati nella prevalente vocazione mercantile del patriziato (16) e nelle diverse date di "chiusura" o "Serrata" dei consigli cittadini: un processo, questo, che a Venezia si era già avviato verso la fine del '200, mentre a Padova non si era interamente compiuto prima della metà del '400. Questa dislocazione cronologica influì sulla posizione del medico nelle gerarchie sociali, in quanto nel '200 la medicina non godeva ancora di quel più elevato "status" che essa avrebbe conseguito nei due secoli successivi in virtù del suo organico inserimento nel curriculum degli studi universitari.

Infatti il medico del '200 era ancora essenzialmente un "magister", poco più che un maestro artigiano, formatosi all'esercizio professionale attraverso un lungo tirocinio. Tale condizione sociale trovò una chiara espressione nel breve Capitolare dell'Arte dei medici fisici e chirurghi emanato a Venezia nel 1258. Esso differiva da quelli delle altre Arti o corporazioni artigiane soprattutto per una più diretta soggezione alla magistratura comunale della giustizia vecchia, che giungeva fino al punto di negare in quest'epoca ai medici e ai chirurghi l'elezione di priori e consiglieri (17). Probabilmente questa rigida disciplina nasceva dalla volontà del Comune di tenere sotto stretta sorveglianza l'adempimento delle delicate funzioni medico-legali che erano assegnate ai membri dell'Arte, e che furono poi minuziosamente specificate da due deliberazioni del 1281 e del 1321.

Eppure proprio in quegli stessi anni era in pieno svolgimento a Bologna quella radicale svolta che avrebbe recato nuovo prestigio alla scienza medica e ai suoi cultori. Al centro di questo rinnovamento troviamo la figura di Taddeo Alderotti (1223-circa 1295), non a caso ricordato da Dante come uno dei più illustri maestri del suo tempo (Paradiso, XII, 83). Come ha scritto efficacemente Giorgio Cosmacini (18): "Centro di rinascita del Diritto romano, Bologna è anche la culla della nuova medicina che, tra le arti, è la disciplina più importante. Propedeutiche a essa sono la logica e la filosofia della natura, insegnate sulla base del pensiero di Aristotele e dei suoi commentatori, a cominciare da Averroè [. >. Nel 1290 a Bologna la facoltà medica si ristruttura, costituendo un modello, un esempio da imitare. La imita, un secolo dopo, l'Università di Padova, filiazione diretta di quella bolognese, trasformando l'insegnamento della medicina, attivato dalla metà del Duecento, in autonoma universitas artistarum medicinae physicae et naturae con pari diritti e privilegi rispetto alla universitas juristarum. Artefice della ristrutturazione bolognese è stato Taddeo degli Alderotti, docente di medicina teorica e pratica dal 1265 [. >. Analoga operazione, agli inizi del '300, ha compiuto a Padova Pietro d'Abano".

Venezia non era stata al centro di quest'evoluzione, ma non era neppure rimasta a guardare: il ceto dirigente, sempre ben informato, aveva offerto nel 1293, forse invano, una vantaggiosa "condotta" allo stesso Taddeo Alderotti. Questi avrebbe dovuto risiedere a Venezia, col permesso di allontanarsi per non oltre 10 giorni l'anno e con uno stipendio annuale di 47 lire di grossi, che possiamo considerare straordinariamente elevato (nel 1335 il Comune avrebbe stanziato complessivamente 110 lire di grossi per pagare ben 24 fra medici e chirurghi). La "condotta" prevedeva che il celebre medico fosse accompagnato a sue spese da due "scholares" che lo avrebbero coadiuvato visitando e curando gratuitamente i "pauperes Christi". Al polo opposto della scala sociale, anche i "nobiles de Venetiis" avrebbero avuto diritto a prestazioni gratuite, ma questa volta ad opera dello stesso Alderotti (19).

La deliberazione del 1293 può forse indicare simbolicamente il momento in cui la medicina cominciò a ricevere più larghi riconoscimenti nella stessa Venezia; ma il ceto dirigente, quello dei "nobiles ", occupava già tutte le posizioni politiche di rilievo e non intendeva lasciare spazi aperti all'ingresso di nuove forze nei centri di potere. Ciò peraltro non significa che ai medici non si schiudessero egualmente rosee prospettive: anche se esclusi dalle cariche pubbliche, essi poterono acquisire prestigio sociale ed onorifici riconoscimenti, oltre ad accumulare, nei casi più fortunati, ragguardevoli patrimonii (20). Così fin dal secolo XIV Venezia poté disporre di un elevato numero di "fisici" e di medici chirurghi, alcuni dei quali potevano appartenere a vecchie famiglie veneziane non patrizie, mentre una netta maggioranza, pari nel '300 a circa i due terzi dei casi conosciuti, proveniva da famiglie di recente o recentissimo insediamento (21).

A questo riguardo è evidente che non esisteva né mai sarebbe potuta nascere a Venezia alcuna forma di protezionismo a favore dei medici locali, appunto perché il ceto dirigente era estraneo alla professione medica e si preoccupava, semmai, di tutelare gli interessi dei clienti. Perciò l'unico vantaggio proveniente a un medico dalla nascita veneziana consisteva nel possesso della cittadinanza e dei suoi privilegi commerciali. Infatti i medici forestieri dovevano richiedere la cittadinanza de intus et extra, se volevano essere abilitati anch'essi all'esercizio della mercatura con il Levante; né la legge li favoriva rispetto agli altri forestieri, in quanto imponeva anche a loro la condizione di un lungo periodo di residenza (in generale 25 anni; alcune riduzioni furono votate dal maggior consiglio per favorire il ripopolamento della città dopo le più gravi pestilenze) (22). Ma, nonostante questa norma discriminatoria, i medici accorrevano numerosi sulla laguna, attirati dalla prospettiva di trovare comunque lavoro in una città densamente popolata, abitata da ricchi mercanti e governata da un potente Comune.

In effetti, nel decennio precedente la Peste Nera, la popolazione doveva aver raggiunto i 100.000-120.000 abitanti; dopo le terribili perdite del 1348 vi fu una lenta ripresa, che avrebbe riportato nel 1424 gli abitanti intorno agli 85.000, nonostante le nuove, ricorrenti epidemie (23). È vero che non tutti potevano permettersi di pagare l'onorario di un medico "fisico". Infatti nel '300, quando i tribunali assegnavano a vedove e mogli separate una somma annua non superiore ai 20 ducati per il loro mantenimento, la visita di un medico rinomato poteva costare mezzo ducato d'oro. L'onorario raddoppiava per l'assistenza continua, "die noctuque", al capezzale di un malato grave: nove ducati per nove giorni d'agonia. Ed erano poi da mettere nel conto i consulti (24).

Per coloro che non potevano permettersi la spesa del medico, c'erano i barbieri chirurghi, gli empirici e i ciarlatani. Ma anche la domanda di prestazioni sanitarie di tipo più elevato si manteneva molto sostenuta: essa era alimentata in parte dai privati benestanti, e in parte dal Comune, attraverso la stipulazione di "condotte" con medici e con chirurghi (alcuni dei quali, come maestro Gualtieri, non meno stimati dei "fisici"). Un'importante deliberazione del 1324, dettata da preoccupazioni di carattere finanziario, tese bensì a limitare lo staff medico stipendiato dal Comune sulla base di un organico di dodici "fisici" e dodici "chirurghi"; ma è interessante notare come in quel momento fossero sotto condotta ben tredici fisici e diciotto chirurghi (25).

La laurea non costituiva ancora una conditio sine qua non per l'esercizio della medicina. Tuttavia sul piano sociale tendeva ad emergere e ad imporsi, non senza contrasti, la figura del medico "conventato", cioè uscito da regolari studi universitari e perciò dotato di particolare autorevolezza: lo attestò indirettamente l'astiosa polemica del Petrarca che proprio a Venezia, nel 1370, si ritenne offeso dagli apprezzamenti formulati sul suo conto da quattro "averroisti", fra i quali figurava anche un medico, Guido da Bagnolo, originario di Reggio Emilia e laureato a Bologna, ma cittadino veneziano de intus et extra dal 1360 (26).

Risale a questa stessa epoca il privilegio dei medici laureati di essere parificati ai giudici, ai dottori in legge ed ai cavalieri nell'esenzione dalle leggi suntuarie, che avrebbero dovuto limitare il lusso delle nozze e la pompa dei funerali. I medici poterono inoltre godere, fino al '500 inoltrato, di ampie esenzioni fiscali (27). Non meno interessante è la notizia, riferita da un'orazione quattrocentesca del medico Pietro Tommasi, secondo cui il collegio medico fu esonerato dall'obbligo (latinamente munus ), comune invece a tutte le altre Arti, di presentarsi davanti al doge neoeletto, e così pure davanti agli ospiti più illustri del governo veneziano, come principi e cardinali: motivo di orgoglio per il medico umanista, che parlava appunto "pro Collegio phisicorum", e che spiegava questo singolare privilegio come il riconoscimento di una particolare "dignitas" dei medici e del loro "ordo" (26).

In effetti, un notevolissimo passo verso la concessione di una relativa autonomia alla professione medica era stato rappresentato nel corso del '300 dalla creazione, a partire da un'unica Arte, dei due collegi dei medici fisici e dei medici chirurghi, dotati entrambi di propri organi amministrativi e rappresentativi, cioè il priore e i consiglieri (29). E tuttavia chi consideri la condizione del medico a Venezia nel secolo XIV non può sottrarsi alla constatazione che, in ultima analisi, era pur sempre il governo veneziano, interamente composto di nobili estranei alla pratica medica, a determinare la politica sanitaria della Serenissima, manifestando talora un'interessante autonomia di scelte rispetto agli indirizzi allora prevalenti nello sviluppo della scienza medica delle Università.

Innanzi tutto, anche dopo la trasformazione dell'Arte nei due collegi, i medici continuarono ad essere soggetti ai controlli delle magistrature della giustizia vecchia e dei provveditori di comun, nonché ai cinque alla pace e ai signori di notte, i quali conservavano un proprio elenco dei medici e dei chirurghi, per poter affidare loro le funzioni di medici legali (30). Era poi il maggior consiglio a deliberare le assunzioni e gli aumenti di stipendi dei medici "condotti", sia pure sulla base dei pareri formulati dalla giustizia vecchia e dai rappresentanti dei medici (31).

Ancor più significativa fu però la facoltà, che l'assemblea sovrana del maggior consiglio si riservò ed esercitò ripetutamente nel corso del '300, di poter concedere "grazie", abilitando all'esercizio della professione quei medici e quei chirurghi che non avevano ottenuto l'approvazione di uno dei due collegi, ma avevano comunque fama di grande abilità (sovente si trattava di "medici de plagis", cioè di chirurghi specializzati in determinate operazioni). Il criterio di giudizio adottato in questi casi consisteva nel prendere atto del successo pratico, anche se totalmente disgiunto da un'idonea preparazione teorica, e nel considerare con particolare attenzione e benevolenza le raccomandazioni provenienti da personaggi di alto rango sociale, soprattutto nobili, che erano stati guariti (o che speravano di esserlo) ad opera di questo o quel medico, chirurgo o ciarlatano. Si creava così una categoria di medici "de gratia", che la legislazione distingueva da quelli "de Collegio" (32).

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215. Cf. sopra, n. 208. Non si vuole peraltro negare la funzione che l'ufficio di assessore poté svolgere nel legare alla Serenissima alcuni giuristi della Terraferma. Cf. L'assessore; Alfredo Viggiano, Ascesa sociale e burocrazia di stato; la carriera di assessore nello stato di terraferma veneto, "Annali Veneti", 2, 1985, pp. 67-74.

216. Cf. Marco Folin, Procedure testamentarie e alfabetismo a Venezia nel Quattrocento, "Scrittura e civiltà", 15, 1990, pp. 247 ss. (pp. 243-270).

217. "Parte" del senato del 28 settembre 1514, edita in Marco Antonio Bigalea, Capitulare legum notariis publicis Venetiarum et ex parte aliarum civitatum serenissimi Veneti Dominii impositarum, Venetiis 1689, pp. 40-41.

218. In generale, cf. Armando Petrucci, Notarli. Documenti per la storia del notariato italiano, Milano 1958, pp. 3-44; Enzo Petrucci, An clerici artem notariae possint exercere, in AA.VV., Studi storici in onore di Ottorino Bertolini, II, Pisa 1972, pp. 553-598. Sul caso veneziano resta fondamentale G. Cracco, Relinquere laicis que laicorum sunt, pp. 179-186. Cf. M. Folin, Procedure testamentarie, pp. 247-250.

219. Cf. G. Cracco, La cultura giuridico politica, p. 248 n. 48. Sulla Chiesa veneziana nel tardo Medio Evo, cf. in generale Paolo Prodi, The Structure and Organization of the Church in Renaissance Venice: Suggestions for Research, in Renaissance Venice, a cura di John R. Hale, London 1973, pp. 409-430; G. Cozzi, Politica, società, istituzioni, pp. 233-252.

220. M.A. Bigalea, Capitulare, p. 11. Desidero ringraziare la dottoressa Maria Pia Pedani Fabris per aver messo a mia disposizione i risultati di suoi studi ancora inediti sul notariato veneziano.

221. "Parti" del maggior consiglio del 9 luglio 1327 e del 14 ottobre 1375, edite in M.A. Bigalea, Capitulare, pp. 13, 17.

222. "Parte" del 13 febbraio 1405 m.v. (A.S.V., Senato, Misti, reg. 47, c. 99).

223. Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 21, Leona, c. 108, 25 novembre 1399. Cf. G. Cracco, Relinquere laicis que laicorum sunt, p. 183.

224. Cf. M. Folin, Procedure testamentarie, pp. 252 ss.

225. "Plebani, clerici et sacerdotes", secondo l'esplicita denuncia della bolla di Eugenio IV del 1433 ( G. Cracco, Relinquere laicis que laicorum sunt, pp. 187-189).

226. Cf. Dennis Romano, Patricians and Popolani. The Social Foundations of the Venetian Renaissance State, Baltimore-London 1987, pp. 91-118.

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Per ragioni organizzative e di recettività delle sedi l’esame di laurea di primo livello si svolge davanti a una Commissione in forma pubblica, cioè in luogo, data, orario e con modalità preannunciate e alla presenza di altri studenti, ma non è prevista la presenza di pubblico esterno (amici o familiari). La Commissione che svolge gli esami di prova finale ha il compito di verificare la coerenza degli elaborati con gli standard prescritti dalla facoltà e la loro correttezza formale (numero di pagine; ordine della stesura; voci bibliografiche riferite alla letteratura internazionale). La Commissione può respingere i candidati il cui elaborato risulti anche in parte copiato.

Durante l’esame, il candidato deve dimostrare di conoscere gli argomenti del suo elaborato e di saperli collegare alle tematiche caratterizzanti del suo corso di studi.

Il massimo del punteggio attribuibile alla prova finale, tenendo conto dell’elaborato e dell’esame orale, va da 4 a 6 punti, a seconda del numero di cfu della prova finale. Tale punteggio si aggiunge al voto base con cui lo studente si presenta alla prova finale calcolato come spiegato nella sezione “Calcolo della media e voto di laurea”.

La proclamazione della laurea si svolge con una breve cerimonia pubblica, subito dopo la conclusione di tutti gli esami di laurea, o in giorni successivi. Prima della cerimonia lo studente dovrà inviare all’indirizzo di posta elettronica che gli verrà indicato al momento della discussione una slide in power point che sarà proiettata al momento della proclamazione.

La cerimonia di laurea è un momento di festa per gli studenti e per le loro famiglie, ma è necessario che in occasione dei festeggiamenti che fanno seguito al conseguimento della laurea, i neo-laureati, i loro amici e i familiari mantengano un comportamento consono alla dignità e al decoro dell’istituzione universitaria, evitando danni e non arrecando disturbo ai colleghi che studiano o seguono le lezioni all’interno dell’edificio. La Bellezza è la percezione armoniosa di un corpo.

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Sedi concorso 2018.

Lombardia CusMiBio Settore Didattico, edificio 3 (Via Celoria 26, 20133 Milano); riunione preliminare in aula 200 ore 14,00.

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