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ORBASSANO (TO)

Centro per i Disturbi Respiratori in Sonno SSD Laboratorio di Fisiopatologia Respiratoria e Centro Disturbi Respiratori nel Sonno Dipartimento Fisiopatologia Cardio-Respiratoria Azienda Ospedaliera Universitaria S.Luigi Gonzaga Regione Gonzole 10, 10034 Orbassano TO Telefono: 011 – 9026738 Fax: 011 – 9026488 E-mail: centrosonno.fpr@sanluigi.piemonte.it – r.torchio@sanluigi.piemonte.it Sito Web: www.sanluigi.piemonte.it/reparti/sonno/index.shtml Responsabile: Dott. Roberto Torchio Medico Esperto in Disturbi del Sonno (AIMS): Dott.ssa Donatella Lodico.

VERCELLI.

Ambulatorio di Medicina del sonno a specializzazione pneumologica per adulti Dott.ssa Patrizia Pochetti Ambulatorio per Disturbi Respiratori nel Sonno Ospedale Sant’Andrea Corso Abbiate, 21 13100 Vercelli Telefono: 0161 593402 Fax: 0161 593330 E-mail: patrizia.pochetti@aslvc.piemonte.it.

VERUNO (NO)

Centro per i Disturbi Respiratori in Sonno ad indirizzo Respiratorio Fondazione “Salvatore Maugeri” I.R.C.C.S. Divisione di Pneumologia Riabilitativa Istituto Scientifico di Veruno (NO) Via per Revislate 13 28010 Veruno (NO) Telefono: 0322 – 884711/959 Fax: 0322 – 884776 E-mail: alberto.braghiroli@fsm.it Responsabile: Dott. Alberto Braghiroli Medici Esperti in Disturbi del Sonno (AIMS): Dott. Alberto Braghiroli, Dott. Carlo Sacco.

REGIONE LOMBARDIA.

MILANO.

Centro per i Disturbi Respiratori in Sonno U.O.C. di PNEUMOLOGIA Azienda Ospedaliera-Polo Universitario “L.Sacco” Via G B Grassi 74 – 20157 Milano Telefono: 02 – 39042277 Fax: 02 – 39042613 E-mail: centro.sonno@hsacco.it – pecis.marica@hsacco.it Direttore: Prof. Delfino Legnani Medici Esperti in Disturbi del Sonno (AIMS): Dott.ssa Marica Pecis.

MILANO.

Centro di Medicina del Sonno (Multidisciplinare) Dipartimento di Neuroscienze Cliniche Ospedale San Raffaele – Sede San Raffaele-Turro Via Stamira D’Ancona 20 – 20127 Milano Telefono: 02 – 26433476; 02 -26433383 (laboratorio); Reparto 02 – 26433343 Fax: Fax 02 – 26433394 E-mail: ferinistrambi.luigi@hsr.it – zucconi.marco@hsr.it – oldani.alessanDr.o@hsr.it sito web: www.hsr.it Direttore: Prof. Luigi Ferini-Strambi Medici Esperti in Disturbi del Sonno (AIMS): Prof. Luigi Ferini-Strambi, Dott. Marco Zucconi, Dott. Alessandro Oldani Psicologo Esperto in Disturbi del Sonno (AIMS): Dott.ssa Cinzia Castronovo.

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Anche il Filetto, al pari del Fasuol, veniva da una famiglia di solide radici veneziane. Diverso era il caso dell'avvocato Alvise da Noale, che si era trasferito a Venezia alla fine del '400 ed aveva preso in moglie una veneziana, ma non aveva antenati veneti. Perciò nel 1524 la sua aspirazione, incoraggiata dal doge Gritti, a "farsi balotar Canzellier grando", venne frustrata da una decisione della Signoria, che ribadì la distinzione fra la cittadinanza "per privilegio" e quella "originaria", unico titolo legittimo per poter aspirare alle cariche della cancelleria (213).

Al di là delle motivazioni politiche contingenti, la giurisprudenza della Signoria interpretava con sostanziale fedeltà le più recenti e restrittive norme sulla "cittadinanza originaria"; e poté dunque ricevere il sostegno di quella larga parte del ceto dirigente che quelle leggi aveva voluto e votato. Erano stati semmai il Gritti ed il suo protetto a provocare "la murmuration di la terra" andando così vistosamente contro corrente (214). Sotto questo aspetto, dunque, la società veneziana si andava progressivamente chiudendo: se ne poteva dedurre che i più ambiziosi uomini di legge provenienti dalla Terraferma avrebbero sempre dovuto accontentarsi di carriere relativamente modeste, facendosi nominare tutt'al più avvocati fiscali o assessori; in alternativa, essi avrebbero potuto abbracciare la carriera ecclesiastica e il servizio della Santa Sede, come fece appunto all'inizio degli anni '30 il capodistriano Vergerio, prima avvocato e assessore, poi nunzio pontificio e vescovo (215).

4. Preti-notai e notai laici.

La diffidenza del patriziato veneziano nei confronti dei giuristi, fattore che innegabilmente condizionò lo sviluppo dell'avvocatura e delle professioni giuridiche, poté influire, sia pure in modo mediato, anche sulle vicende dell'arte notarile (216). A riprova della ferma volontà della Signoria di mantenere sotto il proprio controllo le modalità d'esercizio di una professione dagli importanti risvolti economico-sociali e politico-giuridici, si può infatti ricordare che solo in una data assai tarda, e cioè nel 1514, il senato autorizzò la formazione di un collegio dei notai, peraltro privo di autonomi poteri (217). Ma ciò che contraddistingue maggiormente il caso veneziano è la straordinaria fortuna del notariato ecclesiastico che, in declino altrove fin dai secoli XI-XII di fronte all'impetuosa avanzata del notariato laico, qui invece si conservò almeno fino al 1475 negli uffici pubblici (eccettuata la cancelleria ducale) e durò fino al secolo XVI nella redazione di testamenti o contratti (218). Fu questa dunque, prima e dopo la "Serrata", la strada scelta dal Commune Venetiarum per contenere ogni velleità d'autonomia dei notai: una soluzione che si fondava su quel particolare rapporto di compenetrazione fra Chiesa e Stato e su quella rigida sottomissione del clero al doge e alla Signoria che caratterizzò Venezia almeno fino all'epoca della conquista della Terraferma (219).

È tuttavia opportuno precisare che fin dal secolo XIV il favore accordato al notariato ecclesiastico non comportò affatto una totale preclusione verso i laici. Già in un elenco di notai che furono approvati nel 1306 la specificazione della condizione clericale, regolarmente presente in tutti gli altri casi, viene invece omessa davanti al nome del notaio della quarantia Michele Bondumiero (220). Ancor più significative risultano poi due leggi del 1323 e del 1375, mediante le quali vennero fissate condizioni sostanzialmente eguali per tutti coloro che, laici o ecclesiastici, avessero voluto intraprendere la professione notarile: tali requisiti erano un'età di venticinque anni compiuti ed il possesso della cittadinanza veneziana oppure, in sua vece, una residenza della durata di quindici anni, attestata dai provveditori di comun e accompagnata, nel caso dei laici, dal regolare pagamento delle "factiones" (221).

Non si può comunque affermare che già in quest'epoca il prestigio dei notai laici fosse paragonabile a quello dei chierici: ciò era vero solo nell'ambiente preumanistico della cancelleria ducale, da cui uscirono notai e cancellieri come Benintendi de Ravegnani, Raffaino Caresini e Lorenzo de Monacis. Per il resto i preti-notai godevano di una migliore reputazione sia presso il pubblico, sia presso le autorità, ed erano quindi i più ricercati sia come notai ordinari, sia come notai degli officia. Spettava inoltre ad essi, almeno in linea di principio, il compito di accompagnare nei loro lunghi viaggi mediterranei i baili o i comandanti delle galere da mercato; ed anche quando venivano concesse deroghe a favore dei notai laici, queste erano solitamente accompagnate da motivazioni che non lasciavano adito a dubbi sulla diversa considerazione in cui erano tenuti gli uni e gli altri.

Nel 1406, ad esempio, si permise al console veneziano in Puglia di portare con sé un notaio laico, che certo si sarebbe accontentato di un minor compenso; e ciò appunto allo scopo di ridurre le spese di una missione altrimenti giudicata troppo onerosa "propter expensam familie" (222). Nella sostanza, dunque, anche queste concessioni del senato non contraddicevano l'orientamento ufficialmente espresso nel 1399 da una deliberazione del maggior consiglio, che aveva deplorato l'arbitraria ammissione di alcuni laici nei posti di notai delle curie di Palazzo ed aveva pertanto ribadito la ferma intenzione di riservare il notariato degli officia ai chierici, giacché - si affermava - i notai laici avrebbero benissimo potuto trovare altrove i loro "inviamenta" (223).

Ma anche nel redigere atti e nel rogare testamenti i notai laici erano solitamente posposti nelle preferenze dei potenziali clienti ai preti-notai (224). Questi ultimi erano membri del clero cittadino e facevano parte della struttura parrocchiale, non solo come preti "titolati", ma spesso addirittura come pievani (225). Giocava dunque a loro vantaggio la fitta trama dei rapporti quotidianamente intessuti coi laici di ogni condizione sociale, nell'ambito di una organizzazione della vita cittadina largamente incentrata sulle contrade e quindi anche sulla rete delle parrocchie, che certamente non esaurivano in sé la molteplice varietà di forme della vita religiosa dei Veneziani, ma fornivano ugualmente alla popolazione alcuni fondamentali servizi di carattere sociale e spirituale, che spaziavano appunto dalla pratica sacramentale fino alla redazione dei testamenti (226).

La fiducia dei laici nei confronti del clero parrocchiale scaturiva, oltre che da questa dimestichezza, anche dalla possibilità di esercitare sulla nomina dei curati e sull'amministrazione delle parrocchie un controllo diretto, che aveva pochi equivalenti nell'Europa del tempo: i pievani erano infatti eletti, solitamente all'interno del clero parrocchiale, dai più autorevoli fra i laici della contrada, e cioè dai nobili e dai cittadini proprietari di immobili. Anche gli altri sacerdoti della parrocchia erano ben integrati nella vita della loro chiesa, che era organizzata in forma di collegiata: sicché, al momento dell'elezione del nuovo pievano, il clero riunito in capitolo provvedeva a una serie di promozioni interne (da suddiacono a diacono, e da diacono a prete "titolare"), senza che fosse formalmente esclusa la possibilità di cooptare chierici provenienti da altre parrocchie (227). È vero che non mancarono contrasti coll'ordinario diocesano e con la Santa Sede in merito all'esercizio di queste tradizionali prerogative dei fedeli e del clero parrocchiale, il cui definitivo riconoscimento sarebbe intervenuto solo nel 1526 con una bolla di papa Clemente VII; ma nel complesso il duplice controllo esercitato dai Veneziani, sia a livello parrocchiale, sia a livello governativo, valse a limitare il fenomeno delle pievanie date in commenda, pur senza eliminarlo del tutto (228). In questo modo la parrocchia poté conservare una sua funzionalità anche ai fini della educazione del clero, affiancando questa più tradizionale forma di tirocinio alle nuove iniziative intraprese nel corso del '400 e del primo '500 dalle Congregazioni del clero o dall'autorità diocesana; ed è probabile che nel corso di questa formazione si trasmettessero anche le nozioni indispensabili per l'esercizio del notariato (229).

Malgrado la relativa efficienza dell'istituto parrocchiale, un severo riformatore avrebbe egualmente potuto rimproverare a questi preti vari vizi ed abusi; ma, poiché si trattava di un clero in gran parte veneziano e per giunta scelto dagli stessi parrocchiani, esso doveva presumibilmente corrispondere, in modo più o meno adeguato a seconda dei casi, alle aspettative dei fedeli e della Signoria, che pare non si turbassero troppo per certi comportamenti non corrispondenti ai più alti ideali della vita sacerdotale: in un'ottica di pratico realismo mercantile si poteva dunque ammettere che il clero fosse coinvolto in investimenti e speculazioni di vario genere (c'erano anche parroci che prestavano ad interesse agli abitanti della contrada) (230); e poiché si volevano preti-notai negli officia a San Marco e persino nella flotta era necessario tollerare queste palesi eccezioni all'obbligo della residenza.

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CALENDARIO DIDATTICO A.A. 2017/2018 CALENDARIO DIDATTICO 2016/2017.

PRIMO SEMESTRE.

1° anno di corso: dal 16/10/2017 al 02/02/2018; dal 2°al 6° anno di corso lezioni dal 02/10/2017 al 02/02/2018.

Sospensioni accademiche 1° semestre: 01/11/2017; 08/12/2017; dal 23/12/2017 al 05/01/2018.

SECONDO SEMESTRE: dal 05/03/2018 al 08/06/2018.

Sospensioni accademiche 2° semestre: dal 29/03/2018 al 03/04/2018; 25/04/2018; 30/04/2018-01/05/2018.

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Iscrizione ai concorsi per i corsi ad accesso programmato.

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I corsi di laurea ad accesso programmato prevedono un numero definito di posti e ad essi si accede solo tramite concorso.

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BIBLIOGRAFIA.

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LA RIABILITAZIONE DELLE TENDINOPATIE.

L’obiettivo del trattamento è rimuovere il dolore e recuperare la funzione (lavorativa o sportiva), evitare la rottura del tendine e l’intervento chirurgico, prevenire le recidive.

Una volta instauratasi la patologia tendinea è necessario porre una corretta diagnosi e classificare lo stadio della patologia in base alla clinica e alla diagnostica per immagini. Il trattamento delle tendinopatie è infatti generalmente basato sulla gravità delle stesse: nei gradi più lievi (1°) viene consigliato il riposo e viene, quasi sempre invariabilmente, prescritto un trattamento farmacologico con FANS o analgesici per ridurre la sintomatologia dolorosa; nelle forme più importanti (2°-3°) è utile associare alle terapie farmacologiche e strumentali un trattamento riabilitativo e ortesico. è tuttavia necessario sottolineare come le tendinopatie di 1° grado, pur potendole considerare lesioni minime, necessitano comunque di grande attenzione da parte del medico, perchè una loro sottostima può aggravarne la prognosi e i tempi di guarigione. Nelle patologie tendinee di 4° grado (cioè in presenza di completa rottura tendinea) l’approccio deve essere chirurgico. La maggior parte degli autori è dunque concorde nel preferire, almeno come primo tentativo, un approccio di tipo riabilitativo: le più recenti statistiche dimostrano successi a breve e medio termine nel 90% dei casi; tuttavia le recidive possono insorgere nel 26% dei pazienti, mentre fino al 40% lamenta disturbi prolungati nel tempo. I più comuni metodi di trattamento conservativo comprendono il riposo, i FANS e le terapie farmacologiche locali, le infiltrazioni, le terapie fisiche strumentali e l’esercizio muscolare. Il riposo e l’immobilizzazione da un lato favoriscono l’attenuazione del sintomo “dolore”, dall’altro hanno un effetto negativo sul metabolismo e sulle proprietà di forza e resistenza dell’unità muscolo- tendine-osso. Un programma di rinforzo muscolare eviterà l’instaurarsi di una ipotonotrofia da inattività che lascerebbe ulteriormente l’articolazione in balia dei minimi stress. Vengono arbitrariamente riconosciuti tre momenti nel processo di lesione/guarigione di un tendine:

la fase infiammatoria la fase della sintesi di collagene la fase di rimodellamento biologico e biomeccanico.

La prima fase (di reazione infiammatoria) è caratterizzata dall’afflusso di sostanze vasoattive, fattori chemiotattici ed enzimi. La seconda fase si caratterizza per l’inizio del processo riparativo ad opera di cellule differenziate in senso fibroblastico che originano dalla guaina tendinea e dalla matrice extracellulare e che producono collagene: l’orientamento delle fibre collagene viene però determinato in modo casuale, non garantendo alla struttura neoformata caratteristiche appropriate di resistenza. Se il tessuto viene però adeguatamente stimolato (terza fase, il rimodellamento), le fibre collagene assumono verso in direzione della linea di forza muscolare e il tessuto si irrobustisce e distribuisce in maniera ottimale le forze tensive che su esso agiscono.

Fasi dell’approccio terapeutico.

1° fase: il controllo del dolore e della flogosi.

L’approccio terapeutico iniziale non deve dimenticare che il meccanismo di innesco della lesione tissutale è legato a un processo di infiammazione reattiva. L’associazione di riposo, crioterapia, terapia farmacologica anti-infiammatoria e terapia strumentale costituiscono un valido metodo per il controllo del dolore e della flogosi. Esercizi di stretching sono normalmente proposti in associazione a terapie fisiche quali laser, Tecar, ultrasuoni ed elettroterapia antalgica. Non esiste tuttavia, allo stato attuale, una evidenza scientifica che dimostri un criterio terapeutico univocamente efficace e in grado di modificare la storia naturale delle tendinopatie. Allo stesso tempo non sono ancora riconosciute linee guida universalmente accettate: i risultati dei diversi approcci, isolati o in associazione, di tipo farmacologico o fisioterapico sono spesso contradditori o poco significativi dal punto di vista statistico e la maggioranza dei mezzi fisici non è stata studiata in maniera sempre accurata. A breve termine, i FANS topici sembrano essere di utilità nell’alleviare il dolore anche se non tutti sono d’accordo nel garantire una sufficiente penetrazione della molecola chimica, mentre poco chiare sono ancora le conclusioni che riguardano la somministrazione di tali farmaci per via orale. Anche le infiltrazioni con cortisonici, se correttamente eseguite, sembrano significativamente superiori al placebo e alle infiltrazione con anestetici in termini di analgesia e miglioramento funzionale, ma solo nelle prime 6 settimane, mentre mancano studi di confronto con FANS orali e topici. Il ruolo delle infiltrazioni locali con cortisonici, pur garantendo a breve termine un efficace controllo del dolore e dell’infiammazione, è comunque controverso poiché è stato dimostrato un loro effetto deleterio nel lungo tempo sulla resistenza del tendine. Questa modalità di trattamento dovrebbe quindi essere utilizzata in casi selezionati e con un numero non superiore alle 2-3 infiltrazioni. La crioterapia viene utilizzata a scopo analgesico e antiflogistico: nelle sue differenti modalità di applicazione il freddo determina una riduzione dell’attività metabolica e dunque di rilascio di mediatori infiammatori. Altre tecniche, come quelle di medicina manuale, possono contribuire ad alleviare transitoriamente il dolore, mentre l’agopuntura è una tecnica antalgica che si sta sempre più diffondendo, anche se la maggior parte degli studi non è, ancora una volta, scientificamente validata.

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Caltagirone; Castel di Iudica; Grammichele; Licodia Eubea; Mazzarrone; Militello in Val di Catania;Mineo; Mirabella Imbaccari; Palagonia; Raddusa; Ramacca; San Cono; San Michele di Ganzaria; Scordia; Vizzini;

CIRCONDARIO DI CATANIA.

GIUDICE DI PACE DI CATANIA.

Aci Bonaccorsi; Aci Castello; Aci Catena; Aci Sant'Antonio; Acireale; Adrano; Belpasso;Biancavilla; Bronte; Calatabiano; Camporotondo Etneo; Castiglione di Sicilia; Catania; Cesarò; Fiumefreddo di Sicilia; Giarre; Gravina di Catania; Linguaglossa; Maletto; Maniace; Mascali; Mascalucia; Milo; Misterbianco; Motta Sant'Anastasia; Nicolosi; Paternò; Pedara; Piedimonte Etneo; Ragalna; Randazzo; Riposto; San Giovanni la Punta; San Gregorio di Catania; San Pietro Clarenza; San Teodoro; Santa Maria di Licodia; Santa Venerina; Sant'Agata li Battiati; Sant'Alfio; Trecastagni; Tremestieri Etneo; Valverde; Viagrande; Zafferana Etnea;

CIRCONDARIO DI RAGUSA.

GIUDICE DI PACE DI MODICA.

Ispica; Modica; Pozzallo; Scicli.

GIUDICE DI PACE DI RAGUSA.

Acate; Chiaramonte Gulfi; Comiso; Giarratana; Monterosso Almo; Ragusa; Santa Croce Camerina;Vittoria;

CIRCONDARIO DI SIRACUSA.

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Augusta; Avola; Buccheri; Buscemi; Canicattini Bagni; Carlentini; Cassaro; Ferla; Floridia;Francofonte; Lentini; Melilli; Noto; Pachino; Palazzolo Acreide; Portopalo di Capo Passero; Priolo Gargallo; Rosolini; Siracusa; Solarino; Sortino;

CORTE DI APPELLO DI CATANZARO.

CIRCONDARIO DI CASTROVILLARI.

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Verificare e valutare i risultati ottenuti.

analizzare criticamente in modo propositivo il piano di trattamento e le proposte riabilitative. verificare in itinere i risultati della proposta fisioterapica, in collaborazione con altri professionisti. valutare il raggiungimento degli obiettivi e misurare gli outcomes dell'intervento fisioterapico utilizzando metodologie e strumenti validati. valutare l'intero processo fisioterapico elaborato in relazione all'efficacia e all'efficienza dei risultati ottenuti.

Documentare gli atti professionali.

documentare le attività svolte sul caso clinico rispettando la sequenza della metodologia del percorso fisioterapico utilizzando la cartella fisioterapica didattica ispirata ai principi "ICF" per le competenze richieste. stendere report pertinenti all'area di tirocinio frequentata utilizzando la metodologia di stesura degli articoli scientifici.

Assumere atteggiamenti professionali nel rispetto del codice deontologico.

assicurare la riservatezza delle informazioni relative alla persona. rispettare l'individualità, le idee e le aspettative del paziente. operare con rigore metodologico applicando le continue acquisizioni scientifiche al campo di competenza. dimostrare consapevolezza dei propri limiti rispetto all'atteggiamento professionale, alle proprie abilità e competenze autovalutandosi criticamente.

Instaurare una relazione efficace con la persona assistita, con i familiari e l'équipe.

instaurare una comunicazione efficace nell'ambito della relazione di aiuto attraverso la comprensione della comunicazione non verbale, l'espressività corporea e l'assunzione di un comportamento conforme alle caratteristiche della persona. illustrare alla persona come le proposte fisioterapiche possano influire e /o modificare l'attività funzionale. condividere il progetto fisioterapico con la persona e con i familiari.

Percorso formativo 1° anno Finalizzato a fornire le conoscenze essenziali biologiche, biomediche, chinesiologiche/biomeccaniche, neurofisiologiche, cognitive, igienico-preventive di base, quali fondamenti della disciplina e metodologia professionale, requisiti fondamentali per affrontare la prima esperienza di tirocinio finalizzata all'orientamento dello studente agli ambiti professionali di riferimento e all'acquisizione delle competenze di base.

2° anno Finalizzato a fornire le conoscenze relative alle modificazioni motorie, cognitive e funzionali nell'ambito della patologia ortopedica e neurologica dell'adulto e ad acquisire, nelle esperienze di tirocinio, le relative competenze professionali nei contesti clinici in cui lo studente può sperimentare abilità intellettive, relazionali e gestuali; individuare aspetti teorici che emergono nella pratica clinica, ricercando le migliori evidenze disponibili in letteratura per confrontarsi con una comunità professionale di riferimento allo scopo di acquisire la "miglior pratica possibile".

3° anno Finalizzato all'approfondimento specialistico ma anche all'acquisizione di conoscenze e metodologie inerenti l'esercizio professionale, la capacità di lavorare in team e in contesti organizzativi complessi. Aumenta la rilevanza assegnata all'esperienze di tirocinio e lo studente può sperimentare una graduale assunzione di autonomia e responsabilità con la supervisone di esperti (nei vari settori specialistici neurologia, ortopedia e traumatologia, cardiovascolare, area critica, oncologia, infettivologia, pneumologia, area materno-infantile, ecc.); competenze metodologiche di ricerca scientifica anche a supporto di elaborazione della tesi; nonché elementi di gestione e management utili allo sviluppo professionale nei contesti di lavoro. Questa logica curriculare si è concretizzata nella scelta di crediti assegnati alle esperienze di tirocinio che aumentano gradualmente dal 1° al 3° anno.

Il corso di studio in breve:

Definizione degli obiettivi formativi.

Il Corso di Studi in Fisioterapia si articola in tre anni ed è istituito all'interno della Scuola di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Napoli – Federico II. Il CdS si propone il conseguimento degli obiettivi formativi di seguito definiti.

I laureati nel Corso di Studi sono, ai sensi della Legge 10 agosto 2000, n. 251, articolo 2, comma 1, operatori delle professioni sanitarie dell'area della riabilitazione e dovranno essere dotati:

Delle basi scientifiche e della preparazione teorico-pratica necessarie per essere abilitati all'esercizio della professione di Fisioterapista e della metodologia e cultura necessarie per la pratica della formazione permanente, nonché di un livello di autonomia professionale, decisionale ed operativa derivante da una formazione teorico e pratica che includa anche l'acquisizione di competenze comportamentali e che venga conseguita nel contesto lavorativo specifico, così da garantire, al termine del percorso formativo, la piena padronanza di tutte le necessarie competenze e la loro immediata spendibilità nell'ambiente di lavoro.

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