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Medicina. La laurea abilitante diventa realtà. Firmato il decreto.

Il provvedimento che norma il nuovo esame di Stato abilitante alla professione del medico chirurgo è stato firmato ieri dalla ministra Fedeli. Il nuovo esame di stato abbrevierà di molti mesi l'attesa della Abilitazione post-laurea includendo il tirocinio trimestrale professionalizzante nel corso di laurea e consentendo la immediata successione fra laurea e i test di abilitazione. Il tirocino potrà essere effettuato a partire dal 5º anno (completati tutti gli esami del quarto anno previsti nell'ordinamento della sede). (fonte: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=61601)

pubblicazione avviso conferimento incarichi a tempo determinato Emergenza Sanitaria Territoriale giugno - ottobre 2018.

Manuale per Attestazione su SCIA dei nuovi requisiti autorizzativi.

Legge Regionale 51/2009 – DPGR 79R/2016.

Corso ECM: "Lo spettro dei disturbi d'ansia e dell'umore nel paziente con comorbidità internistica nuove prospettive di diagnosi e di terapia" (6 crediti).

Le iscrizioni apriranno venerdì 27 aprile alle ore 09:30.

Il Consiglio dell’Ordine dei Medici della Provincia di Pisa organizza, per il giorno 25 MAGGIO 2018, un Corso ECM residenziale GRATUITO, dal titolo: " Lo spettro dei disturbi d'ansia e dell'umore nel paziente con comorbidità internistica nuove prospettive di diagnosi e di terapia " (6 crediti).

L'iscrizione è riservata agli iscritti all'Ordine dei Medici di Pisa. Il corso è accreditato per MEDICI CHIRURGHI. Data la rilevanza del corso ed il limite di posti disponibili, si prega di non iscriversi al corso se non si è interessati al conseguimento del punteggio ECM (esonero e/o esenzione).

Il Corso, che assegna 6 crediti ECM, è riservato ad un massimo di 100 partecipanti. Corsi di Formazione Campania.

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La categoría más amplia y común de daltonismo es la llamada ceguera rojo-verde, pero esto no significa que estas personas no pueden ver los rojos o verdes. Ellos simplemente tienen más dificultades para diferenciar entre ellos. No todos los rojos y los verdes son indistinguibles. Sería muy fácil para alguien con una deficiencia rojo-verde distinguir entre un color verde claro y rojo oscuro, por ejemplo. Depende mucho, al menos en parte, la oscuridad de los colores. Si el rojo es aproximadamente tan oscuro como el verde, hay una mayor probabilidad de que los colores se confundan.

Además, existe alguna evidencia de que las personas con daltonismo rojo-verde vean rojos y verdes como amarillos, naranjas y beises. Esto significa que los amarillos, naranjas y beises se puedan confundir con verdes y rojos. Los colores menos afectados son los azules.

Protanopia y protanomalía (deficiencia de color rojo)

Los receptores de color (conos) en los ojos de las personas con protanopia no son sensibles a longitudes de onda largas (las del color rojo). Los rojos parecen más beises y parecen ser un poco más oscuros de lo que realmente son. Los verdes tienden a parecerse a los rojos. Protanomalía es más suave que protanopia, pero el resultado final es similar. Aunque muchas personas con protanomalía pueden distinguir algunos rojos y verdes, aunque no lo puede hacer tan fácil como una persona con visión normal, y, como con protanopia, los rojos tienden también a más oscuros.

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Deuteranopia y deuteranomalía (deficiencia de color verde)

Deuteranopia y deuteranomalía son las formas más comunes de daltonismo. Las personas con estas condiciones tienen conos que son sensibles a longitudes de onda media (verde), pero el resultado final es similar a la protanopia, con la excepción de que los rojos no se ven tan oscuro. Deuteranomalía es menos grave de las dos condiciones. Aunque los individuos con deuteranomalía probablemente no pueden percibir los rojos y verdes de la misma manera que lo puede ver la gente sin estos problemas, a menudo pueden distinguir entre las tonalidades de rojos y verdes con relativa precisión.

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Tritanopia (deficiencia de color azul)

Tritanopia es mucho menos común que las otras categorías mencionadas anteriormente. Tritanopia es la insensibilidad a las longitudes de onda cortas (los azules). En general, los azules y verdes se pueden confundir, pero los amarillos también se ven afectados en cuanto a que puede parecer que desaparecen o aparecen como ligeros tonos de rojo.

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È una deformità relativamente frequente che consiste nella riduzione o scomparsa della volta plantare longitudinale mediale. È caratterizzata da una deviazione in pronazione del retropiede (extrarotazione rispetto all’asse longitudinale del piede), supinazione dell’avampiede (intrarotazione rispetto all’asse longitudinale del piede), mentre l’astragalo scivola in avanti, medialmente e in basso. Questa patologia spesso è dovuta a una lassità capsulo-legamentosa o all’insufficienza dei muscoli responsabili del mantenimento della volta longitudinale mediale (definiti perciò muscoli cavizzanti, quali il tibiale posteriore, il peroniero lungo, il flessore comune delle dita e il flessore lungo dell’alluce). È un problema che solitamente si supera con la crescita, con l’evoluzione spontanea verso lo sviluppo di un piede normale con gli archi plantari ben rappresentati entro i 7-10 anni: il grado di valgismo del piede, che esprime la gravità del piede piatto, si riduce spontaneamente con lo sviluppo e la maturazione ossea, e quindi solo una ridotta percentuale dei casi arriva al trattamento chirurgico. È fondamentale eseguire un’accurata diagnosi differenziale tramite un esame obiettivo e radiografico, valutando inoltre il paziente sia sotto carico sia fuori carico, concentrandosi in particolar modo sulla deambulazione.

Prima dei due anni d’età bisogna evitare la correzione di un piede clinicamente piatto. In questa fascia d’età, infatti, vi è la presenza di una bolla adiposa plantare che simula una condizione di apparente piattismo. La terapia incruenta prevede l’utilizzo di plantari realizzati in cuoio o in diversi materiali moderni. Altrettanto valido è associare esercizi fisiocinesioterapici che possono agire sinergicamente al plantare. Sarà opportuno eseguire dei controlli periodici per valutare la validità del trattamento, e solo se a fine crescita la deformità non è stata corretta adeguatamente è necessario l’intervento chirurgico.

Attualmente si corregge il piede piatto in modo mininvasivo a partire dai 10-12 anni. In particolare, la tecnica prevede un’incisione nel piede sotto il malleolo esterno e l’introduzione per via percutanea di una vite di calibro adeguato tra astragalo e calcagno, oppure una vite astragalica con funzione di calcaneo stop. Questo intervento determina la correzione del piede piatto in modo definitivo. La vite può essere realizzata in acido polilattico e dopo 3-4 anni, esaurita la sua funzione, viene riassorbita dai tessuti. Se la vite non è riassorbibile l’eventuale rimozione della stessa avverrà alla fine dello sviluppo. I risultati eccellenti di queste metodiche mininvasive sono ormai confortate da follow up di oltre dieci anni e da continui confronti con altre metodiche. Purtroppo, però, la tecnica chirurgica non è applicabile in tutti i casi, che andranno selezionati in base a una valutazione biomeccanica e radiologica, al fine di ottenere risultati eccellenti.

È una deformità laterale della colonna vertebrale sul piano frontale associata a una rotazione del corpo vertebrale (rotoscoliosi); è proprio quest’ultimo elemento che distingue la scoliosi ‘vera’ o ‘strutturata’, cioè il vero e proprio dimorfismo del rachide, dall’atteggiamento scoliotico, paramorfismo di frequente osservazione e con tendenza a una risoluzione spontanea. La scoliosi è invece a carattere evolutivo, e tende a peggiorare lentamente fino al termine dell’accrescimento scheletrico, in particolar modo in corrispondenza dello sviluppo puberale (periodo di massimo aumento della statura). Tuttavia, anche in età adulta si può verificare un persistente peggioramento della deformità (ca. 1 grado all’anno). Lo scopo principale del trattamento è quello di arrestare l’evolversi della patologia: molto spesso, infatti, il ripristino del normale allineamento della colonna non è ottenibile neanche chirurgicamente. Il successo dell’intervento è quindi strettamente correlato alla precocità di una diagnosi corretta. Fattori prognostici fondamentali sono l’età del paziente (tanto più precoce è l’insorgenza della scoliosi maggiore sarà il suo potenziale evolutivo e quindi la prognosi), dall’entità della curva (misurata in gradi con il metodo di Cobb) e della rotazione vertebrale, dalla localizzazione della curva (peggior prognosi nelle forme dorsali e dorsolombari).

Il trattamento può essere incruento (fisiocinesiterapia e corsetti amovibili o gessati) o cruento; spesso questi sono provvedimenti simultanei e/o successivi, poiché nessuno di essi da solo risulta efficace. La fisiocinesiterapia è basata sulla ricerca di una stabilizzazione attiva delle curve tramite l’esecuzione di precisi esercizi che hanno la funzione di stimolare la muscolatura paravertebrale e riequilibrare i movimenti del tronco. I corsetti, invece, basano il loro utilizzo sulla ricerca di un’autocorrezione attiva da parte del paziente, come accade per il busto Milwaukee. Esso è composto da un canestro pelvico sormontato da tre aste raccordate da un collare con appoggi occipitomentonieri. Altri tipi di busti (Boston, Chenau, Lyonese) svolgono una correzione passiva della deformità, tramite l’applicazione di spinte e controspinte capaci di correggere sia la curva scoliotica sia le gibbosità. Solo in alcuni casi selezionati vengono applicati i corsetti gessati che vengono realizzati su specifici letti ortopedici di riduzione.

Il trattamento cruento è invece utilizzato in tutte quelle forme di grave scoliosi nelle quali la fisiocinesiterapia e i corsetti ortopedici non hanno avuto successo. L’intervento consiste nella correzione della curva seguita dalla realizzazione di artrodesi delle vertebre comprese nella curva stessa (fusione di più vertebre eseguita apponendo innesti ossei sui processi articolari e sulle lamine) e conseguentemente sulla loro stabilizzazione con mezzi di sintesi metallici. Quando serve si possono prelevare innesti ossei dalle ali iliache, eventualmente integrati con sostituti ossei. Nel periodo postoperatorio il recupero è rapido, e il paziente può alzarsi e camminare già a due giorni dall’intervento chirurgico. L’applicazione di tutori è destinata ai casi di marcata osteopenia.

Schematicamente, il trattamento della scoliosi può essere suddiviso come segue: ( a ) curve fino a 20 gradi: fisiocinesiterapia e sorveglianza clinica, soprattutto durante gli anni dello sviluppo; ( b ) curve tra 20 e 40 gradi: applicazione di corsetti accompagnati da esercizi precisi da svolgere con il busto; ( c ) curve sopra i 40 gradi: trattamento chirurgico.

È un’affezione ereditaria caratterizzata alla nascita dall’alterazione dello sviluppo e della conformazione dell’articolazione coxo-femorale, da lassità capsulo-legamentosa e da retrazione muscolo-tendinea. Per questi motivi dopo la nascita l’anca tende a sublussarsi o a lussarsi. Colpisce sopratutto individui di sesso femminile e quasi nel 50% dei casi è bilaterale. Spesso alla nascita l’anca displasica non è ancora lussata ma risulta comunque lassa. Per determinarne la lussazione esiste una manovra ortopedica patognomonica di questa patologia, definita manovra di Ortolani-Barlow. Essa consiste nella sensazione di uno scatto durante l’abduzione e l’extrarotazione dell’anca con il neonato in posizione supina ad anche flesse a 90°. Eseguendo la manovra inversa si ottiene la riduzione manuale della lussazione stessa. Oltre all’attento esame clinico, anche l’ecografia e l’esame radiografico dell’anca sono molto utili per ottenere una diagnosi corretta.

Per un trattamento efficace risultano di fondamentale importanza l’età del paziente e lo stadio della patologia. Quando la patologia viene diagnosticata durante le prime settimane di vita (anca displasica, ma non lussata), si possono applicare dei tutori che consentono di far rimanere l’anca nella sua posizione naturale, ovvero ben centrata nell’acetabolo. Il paziente eseguirà a distanza dei controlli ecografici e radiografici al fine di monitorare l’andamento del trattamento; spesso si evidenzia un normale sviluppo dell’articolazione. Viceversa, nel caso di una diagnosi più tardiva (dopo il sesto mese) non solo cambia il tipo di trattamento ma, poiché nel frattempo si è venuta a instaurare una sublussazione o addirittura una lussazione franca, si altera la possibilità di successo del trattamento stesso. In particolare occorre prima di tutto eseguire una riduzione della testa femorale risalita; alcune volte ciò può essere ottenuto con una terapia incruenta, attraverso l’applicazione di una trazione progressiva cutanea e susseguente immobilizzazione in gesso. A volte, però, questo trattamento non dà il successo sperato a causa dell’interposizione di tessuti molli o per la rigidità dei muscoli retratti. In questi casi si ricorre a una riduzione a cielo aperto (eseguendo eventualmente anche allungamenti miotendinei e accorciamenti femorali) con seguente immobilizzazione in un primo momento con apparecchio gessato e poi con tutori. Infine, nei casi di lussazione inveterata è opportuno ricorrere a interventi chirurgici che hanno lo scopo di migliorare la capacità contenitiva dell’acetabolo (che in questi casi è scadente) con interventi di tettoplastica, osteotomie di bacino, oppure correggere la coxa valga antiversa con interventi di osteotomia di centramento femorale.

Una branca molto importante della chirurgia ortopedica è quella della sostituzione protesica di articolazioni non più funzionalmente efficienti. Si tratta di sostituire le superfici articolari con componenti protesiche di materiale biocompatibile. I sintomi che più spesso rendono necessario il ricorso a tale tipo di chirurgia sono il dolore e la perdita del normale range of motion (ROM o articolarità). A seconda dell’articolazione coinvolta, questi sintomi possono avere conseguenze invalidanti o inabilitanti per il paziente.

In termini epidemiologici la chirurgia protesica ha avuto un notevole incremento negli ultimi anni. Questo fatto può essere spiegato alla luce del fatto che, a fronte di un significativo aumento della vita media, da parte dei pazienti vi è la richiesta di una migliore qualità della vita, mentre vi è la necessità di dover garantire al paziente la propria autonomia. A queste richieste l’intervento risponde in maniera eccellente, portando benefici sia in termini di risoluzione della sintomatologia dolorosa, sia in termini della restituzione dell’autonomia e del movimento. Nella decisione di intraprendere un intervento sostitutivo (o artroplastica) ci sono importanti parametri da considerare: le condizioni del soggetto, la mono- o bilateralità della patologia, il grado della compromissione anatomopatologica e l’efficienza dei gruppi muscolari periarticolari. L’acquisizione di una sempre maggiore esperienza unita all’elevato grado di ottimizzazione raggiunto sotto l’aspetto tecnologico (design, biomateriali, tecniche chirurgiche, strumentari ecc.) ha consentito di allargare le indicazioni a molte patologie: ( a ) patologie articolari di tipo degenerativo (artrosi, la causa più frequente); ( b ) le forme artritiche (artrite reumatoide ecc.); ( c ) l’osteonecrosi; ( d ) la sublussazione e la lussazione congenita (nel caso dell’anca); ( e ) i tumori ossei; ( f ) le fratture. Tuttavia nonostante i progressi fatti sarebbe un errore pensare all’artroplastica come unico possibile trattamento. Dovrebbe essere considerato infatti un piano terapeutico diversificato sulla base del tipo di malattia, dell’età, dell’attesa di vita del paziente ma anche in base all’esistenza di alternativeconservative (di natura fisioterapica e/o infiltrative) ochirurgiche: artroscopia, core decompression (osteonecrosi della testa del femore), osteotomie.

Quando viene indicato l’intervento il planning preoperatorio si effettua sulle radiografie dell’articolazione da trattare, e all’osservazione si accompagnano la misurazione ed eventualmente la scelta del mezzo di fissazione. Un altro fattore importante della chirurgia protesica è il successivo e necessario trattamento fisioterapico, volto al recupero del tono della muscolatura attivatrice dell’articolazione stessa in modo da stabilizzare l’artroprotesi, riducendo così il rischio di lussazioni, ma soprattutto per un precoce recupero della stazione eretta e della deambulazione dopo interventi all’anca o al ginocchio. Va infine sottolineato che, nonostante i continui miglioramenti e nella tecnica chirurgica e nei materiali delle componenti stesse, non si deve pensare alla protesi come a qualcosa di eterno: tutte le protesi possiedono una vita media di diversi anni ma che, essenzialmente, dipende dal tipo di impiego che il paziente ne fa.

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30/01/2018.

APPELLO SINGOLO PER LAUREANDI MARZO 2018.

21/12/2017.

CHIUSURA EDIFICIO E SEGRETERIE In occasione delle Festività Natalizie, la sede della Facoltà di Medicina e Psicologia di via dei Marsi 78 resterà chiusa al pubblico dal 23/12/17 al 02/01/18. La segreteria didattica e l'ufficio internazionalizzazione (tirocinio ed Erasmus) saranno chiusi dal 23/12/17 al 07/01/18. La segreteria amministrativa studenti sarà chiusa solo nei seguenti giorni: 22 dicembre 2017, 27 dicembre 2017 e il 2 gennaio 2018.

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Bando borse di collaborazione studenti A.A. 2017-2018.

06/11/2017.

INCONTRO DI INIZIO DELL'ANNO ACCADEMICO Il corso di laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche inizierà l’anno accademico con un incontro in presenza venerdì 10 novembre dalle ore 10 alle ore 13 presso l’aula 3 (piano terra) della Facoltà di Medicina e Psicologia, via dei Marsi 78 Roma. In quell’occasione verrà presentato il corso di laurea e i docenti del primo semestre illustreranno i loro programmi e le modalità di studio e fruizione del corso.

30/10/2017.

LEZIONI PROF.SSA TAFA' Si comunica che le lezioni di "Psicodinamica delle Relazioni" della Prof.ssa Tafà riprenderanno il 9 novembre 2017 ore 16.30.

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