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Sono on line le indagini sugli sbocchi occupazionali dei laureati dell'Ateneo per ciascun corso di laurea. Avvisi.

03/05/2018.

VARIAZIONE ESAME PROF.SSA LEONE Si comunica che l'esame della Prof.ssa Giovanna Leone è stato spostato al 16 maggio 2018 ore 10:00 Aula 14.

27/02/2018.

CALENDARIO TESI e PROVE FINALI MARZO 2018 E' stato pubblicato nella pagina Prove finali e tesi il Calendario delle sedute delle Tesi Magistrali/VO e delle Prove Finali di Marzo 2018.

30/01/2018.

APPELLO SINGOLO PER LAUREANDI MARZO 2018.

21/12/2017.

CHIUSURA EDIFICIO E SEGRETERIE In occasione delle Festività Natalizie, la sede della Facoltà di Medicina e Psicologia di via dei Marsi 78 resterà chiusa al pubblico dal 23/12/17 al 02/01/18. La segreteria didattica e l'ufficio internazionalizzazione (tirocinio ed Erasmus) saranno chiusi dal 23/12/17 al 07/01/18. La segreteria amministrativa studenti sarà chiusa solo nei seguenti giorni: 22 dicembre 2017, 27 dicembre 2017 e il 2 gennaio 2018.

07/12/2017.

Bando borse di collaborazione studenti A.A. 2017-2018.

06/11/2017.

INCONTRO DI INIZIO DELL'ANNO ACCADEMICO Il corso di laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche inizierà l’anno accademico con un incontro in presenza venerdì 10 novembre dalle ore 10 alle ore 13 presso l’aula 3 (piano terra) della Facoltà di Medicina e Psicologia, via dei Marsi 78 Roma. In quell’occasione verrà presentato il corso di laurea e i docenti del primo semestre illustreranno i loro programmi e le modalità di studio e fruizione del corso.

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Serate di Dermatologia ISPLAD 19/09 ore 19.00: Moderatore Prof. Antonino Di Pietro “Acne e rosacea news” Milano, 19 settembre 2016.

Serate di Dermatologia ISPLAD 26/09 ore 19.00: Moderatore Prof. Antonino Di Pietro “Web-marketing” Milano, 26 settembre 2016.

18° Congresso Internazionale di Medicina Estetica – Agorà 14/10 ore 14.30: Moderatore Prof. Di Pietro “Dermatosi con impatto estetico” Milano, 13/15 ottobre 2016.

CosmesiAmo 15/10 ore 16.00: Relatore Prof. Antonino Di Pietro “Chiedi al dermatologo” Milano, 15 ottobre 2016.

55° Congresso Nazionale ADOI 20/10 ore 15.00: Moderatore Prof. Di Pietro “Corso pratico di dermocosmetologia: terapie dermoplastiche iniettive” Bologna, 19/22 ottobre 2016.

2017 XXII Giornate di Dermatologia Clinica 27/01 ore 14.25: Moderatore Prof. Antonino Di Pietro Roma, 26/28 gennaio 2017.

11° Incontro Nazionale ISPLAD – ADOI 10/06 ore 09.30: Relatore Prof. Antonino Di Pietro “La dermatologia plastica oggi” 10/06 ore 11.00: Moderatore Prof. Antonino Di Pietro Matera, 8/10 giugno 2017.

#calidarioincontra 07/07 ore 21:30: Relatore Prof. Antonino Di Pietro Venturina Terme, 07 luglio 2017.

Incontri con l’autore 08/08 ore 18:00 Relatore Prof. Antonino Di Pietro “Pelle, benessere e giovinezza” Brunico, 08 agosto 2017.

Premio Camomilla 03/10 ore 19.00: Premiazione Prof. Antonino Di Pietro “Women for women against violence” Roma, 03 ottobre 2017.

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12.30 - 14.30 Studenti con lettera d'inizio del cognome compresa tra G-Z.

10.30 - 12.30 Studenti con lettera d'inizio del cognome compresa tra E-Z.

12.30 - 14.30 Studenti con lettera d'inizio del cognome compresa tra A-D.

10.30 - 12.30 Studenti con lettera d'inizio del cognome compresa tra A-M.

12.30 - 14.30 Studenti con lettera d'inizio del cognome compresa tra N-Z.

A cura del Dott. Fabio Tarantino. Avvisi.

03/05/2018.

VARIAZIONE ESAME PROF.SSA LEONE Si comunica che l'esame della Prof.ssa Giovanna Leone è stato spostato al 16 maggio 2018 ore 10:00 Aula 14.

27/02/2018.

CALENDARIO TESI e PROVE FINALI MARZO 2018 E' stato pubblicato nella pagina Prove finali e tesi il Calendario delle sedute delle Tesi Magistrali/VO e delle Prove Finali di Marzo 2018.

30/01/2018.

APPELLO SINGOLO PER LAUREANDI MARZO 2018.

21/12/2017.

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Il laureato in Medicina Veterinaria deve avere acquisito e approfondito le interrelazioni esistenti tra i contenuti delle scienze di base e quelli delle scienze cliniche, zootecniche e di ispezione degli alimenti di origine animale nel rispetto della complessità che è propria dello stato di salute e benessere animale e della tutela del consumatore, avendo particolare riguardo all'interdisciplinarietà della medicina veterinaria. 1. conoscere e comprendere l'organizzazione biostrutturale fondamentale degli organismi e dei processi cellulari di base degli animali e dei vegetali; 2. conoscere nozioni fondamentali di biomatematica, utili per uno sviluppo di logiche e strumenti quantitativi per definire e caratterizzare i fenomeni biomedici, e di fisica per comprendere la biomeccanica, la cinetica e la statica anatomo-clinica nonché i principi della dinamica dei fluidi, dell'acustica, dell'ottica e dei fenomeni elettrici applicabili alla cellula e alla trasmissione dell'impulso elettrico in organi, apparati e sistemi dell'animale; 3. possedere competenza informatica utile alla gestione dei sistemi informativi dei servizi, alla consultazione di banche dati e all'educazione professionale continua; 4. conoscere, interpretare e comprendere l'organizzazione morfo-strutturale degli animali di interesse medico veterinario, anche in relazione ad applicazioni anatomo-cliniche, dal livello anatomico a quello istologico sino ai principali processi tramite i quali gli organismi si generano, si accrescono, si sviluppano e si organizzano in tessuti, organi, apparati e sistemi. 5. conoscere i fondamenti di chimica per comprendere i meccanismi molecolari e biochimici che stanno alla base dell'intima biostruttura, dei processi vitali delle cellule e delle loro funzioni metaboliche; 6. conoscere i fenomeni e i meccanismi associati alle funzioni cellulari e degli organi del corpo animale, la loro integrazione dinamica in apparati e sistemi e i meccanismi generali di controllo in condizioni normofunzionali; 7. conoscere i meccanismi di espressione dell'informazione genetica a livello cellulare e molecolare e di popolazioni animali, per comprendere le basi genetiche della biodiversità anche in funzione del miglioramento genetico degli animali in produzione zootecnica, al riconoscimento di specie e razze di animali di interesse medico veterinario inclusa l'indagine genetica, diagnostica e predittiva, utile per l'eradicazione di malattie legate a polimorfismi genici di suscettibilità o resistenza: es.scrapie ovina; 8. conoscere la struttura e funzione dei microorganismi, il rapporto tra microorganismi-ospite e relativi meccanismi di difesa immunitaria; saper formulare la diagnosi, la profilassi e la terapia delle malattie infettive e parassitarie degli animali domestici e delle specie aviari per fornire le basi per il controllo delle malattie infettive e parassitarie con particolare riferimento alle zoonosi anche di origine alimentare; 9. conoscere i fondamenti dell'epidemiologia per lo studio della distribuzione e frequenza di malattie, del loro decorso nella popolazione animale; 10. conoscenza delle cause di malattia negli animali, per comprendere e decodificare i meccanismi patogenetici e fisiopatologici fondamentali; 11. possedere un'adeguata conoscenza sistematica delle malattie più rilevanti dei diversi organi, apparati e sistemi, sotto il profilo eziopatogenetico, fisiopatologico e clinico, nel contesto di una visione unitaria e globale della patologia animale e la capacità di valutare criticamente e correlare tra loro i sintomi clinici, i segni fisici, le alterazioni funzionali rilevate nell'animale con le lesioni anatomopatologiche, interpretandone i meccanismi patogenetici e approfondendone il significato clinico e/o della sicurezza alimentare; 12. possedere la capacità di applicare correttamente le metodologie strumentali per rilevare i reperti clinici, funzionali e di laboratorio, interpretandoli criticamente anche sotto il profilo fisiopatologico, ai fini della diagnosi e della prognosi; 13. conoscere le norme deontologiche e di quelle connesse alla responsabilità professionale, valutando criticamente i principi etici che sottendono le diverse possibili scelte professionali e la capacità di sviluppare un approccio mentale di tipo interdisciplinare, approfondendo la conoscenza delle regole e dinamiche che caratterizzano il lavoro di gruppo; 14. conoscere la deontologia, la bioetica e la legislazione veterinaria per fornire le conoscenze necessarie per svolgere l'attività professionale nel rispetto del dettato normativo nazionale e comunitario, ai fini della tutela della salute pubblica, della sanità animale e dell'ambiente; 15. conoscere le diverse classi dei farmaci e dei tossici, i meccanismi molecolari e cellulari e la loro azione, i principi fondamentali della farmacodinamica e della farmacocinetica e la conoscenza degli impieghi terapeutici dei farmaci, le interazioni farmacologiche e i criteri di definizione degli schemi terapeutici, nonché la conoscenza dei principi e dei metodi della farmacologia clinica, compresa la farmacosorveglianza, degli effetti collaterali e dell'uso improprio per migliorare in modo fraudolento prestazioni sportive (doping) o produttive (ripartitori di energia). 16. capacità di proporre le diverse procedure di diagnostica per immagine, di interpretare i referti nonché la conoscenza delle indicazioni e delle metodologie per l'uso di mezzi di contrasto e inoltre la capacità di proporre l'uso terapeutico delle radiazioni ed i relativi principi di radioprotezione; 17. conoscere i quadri anatomopatologici, le lesioni cellulari, tessutali e d'organo e loro evoluzione in rapporto alle malattie più rilevanti a carico dei diversi organi, apparati e sistemi e dell'apporto dell'anatomopatologo al processo decisionale clinico, con riferimento all'utilizzazione della diagnostica cadaverica, istopatologica e citopatologica anche con tecniche biomolecolari, nella diagnosi, prevenzione, prognosi e terapia delle malattie del singolo animale o di gruppi di animali, nonché la capacità di interpretare i referti anatomopatologici; 18. possedere un'approfondita conoscenza dello sviluppo tecnologico e biotecnologico più evoluti in uso in medicina veterinaria 19. conoscere le problematiche sanitarie territoriali acquisite da esperienze pratiche di formazione diretta sul campo; 20. conoscere le emergenze sanitarie da eco-rischi climatico - ambientali; 21. conoscere gli alimenti zootecnici, le tecniche mangimistiche e la nutrizione degli animali in produzione zootecnica e d'affezione; 22. conoscere i sistemi e gli ambienti di allevamento, la zoognostica, l'etologia e l'ecologia per fornire strumenti scientifici per una corretta gestione sanitaria degli animali in produzione zootecnica, per la tutela del benessere animale e del consumatore e nel rispetto dell'ambiente; 23. conoscere le cause ed i meccanismi patogenetici delle malattie e delle principali reazioni degli organismi animali in risposta a queste per fornire le basi per impostare correttamente la diagnosi e la terapia; 24. conoscere i processi produttivi e di trasformazione degli alimenti di origine animale per identificare e prevenire i rischi sanitari per la salute umana derivanti dal consumo di alimenti di origine animale; 25. conoscere la sintomatologia, la fisiopatologia d'organo, le tecniche diagnostiche ancillari e la terapia delle malattie di interesse medico e chirurgico per formulare la diagnosi ed impostare la terapia per la cura delle malattie degli animali di interesse medico veterinario 26. conoscere la fisiologia e fisiopatologia della riproduzione negli animali, della fecondazione naturale e artificiale incluso il trapianto embrionale, del parto, delle patologie riproduttive e neonatali per la gestione riproduttiva degli animali e per la diagnosi e la cura delle malattie dell'apparato riproduttore; 27. conoscere le principali malattie degli animali da laboratorio e delle specie esotiche; 28. possedere nozioni di acquacoltura e di ittiopatologia;

I laureati nel corso di laurea magistrale in Medicina Veterinaria svolgeranno attività pratiche nei vari ruoli ed ambiti professionali clinici, ispettivi e zootecnici. Ai fini indicati i laureati della classe dovranno avere acquisito specifiche professionalità nel campo della medicina interna, della chirurgia, dell'ostetricia e ginecologia, delle malattie infettive, delle malattie parassitarie e dell'anatomia patologica nonché in ambito zootecnico e nel settore dell'ispezione degli alimenti di origine animale, svolgendo attività formative professionalizzanti. La formazione pratica assume la forma di un tirocinio pratico di 30 CFU, svolto a tempo pieno, sotto il controllo diretto dei docenti o dell'organismo competente, della durata non superiore di sei mesi sul totale di cinque anni di studi, come previsto dalla DIRETTIVA 2005/36/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 7 settembre 2005 relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali. Il tirocinio è da svolgersi in modo integrato con le altre attività formative del corso presso infrastrutture didattico-assistenziali universitarie, strutture del sistema sanitario nazionale (ASL, IZS), stabilimenti di macellazione e di trasformazione di alimenti di origine animale, allevamenti animali in produzione zootecnica, mangimifici, canili e gattili. Le conoscenze e la capacità di comprensione acquisite verranno verificate periodicamente mediante prove scritte e/o orali e/o pratiche.

Capacità di applicazione.

Il laureato magistrale in Medicina Veterinaria dovrà aver acquisito: 1. capacità di raccogliere, in modo autonomo, l'anamnesi ed eseguire un esame clinico e clinico strumentale, accertamenti diagnostici su fluidi biologici,su tessuti e cellule, sia intravitam sia postmortem, per valutare lo stato di salute, di malattia e di benessere dell'animale singolo o di gruppi di animali, anche in considerazione dei rischi zoonosici connessi, approfondendo le interrelazioni esistenti tra i contenuti delle scienze di base e quelli delle scienze cliniche per arrivare a pronunciarsi in una diagnosi, in una prognosi e per proporre interventi terapeutici, medici e chirurgici, idonei a rimuovere lo stato di malattia; 2. capacità di rilevare e valutare autonomamente la salubrità degli alimenti di origine animale nonché applicare le misure igieniche di filiera da adottare nel processo produttivo, di trasformazione e di conservazione degli alimenti per garantirne la qualità e la sicurezza per prevenirne alterazioni che possono pregiudicare la salute dell'uomo; 3. promuovere lo sviluppo della zootecnia ed applicare le conoscenze tecniche di alimentazione ed di allevamento degli animali in produzione zootecnica per il rispetto del benessere animale e per la difesa dell'ambiente; 4. capacità di progettare e pianificare interventi di sanità pubblica veterinaria sia in condizioni ordinarie sia in stato di emergenza; 5. applicare norme di deontologia e di legislazione veterinaria nazionale e comunitaria; La coniugazione della conoscenza in abilità è maturata e sviluppata durante tutto il percorso curricolare ed in particolar modo è affinata e tradotta nel saper fare nei periodi di orientamento e di tirocinio. La verifica delle abilità sarà valutata mediante prove pratiche in itinere.

Autonomia di giudizio.

Il laureato magistrale in medicina veterinaria deve saper agire, nella pratica quotidiana, in piena autonomia di giudizio nell'esercizio della professione, supportato dalle proprie conoscenze, competenze e abilità, per migliorare la qualità della cura, del benessere degli animali e della salute pubblica. E' consapevole delle proprie responsabilità etiche nei confronti del singolo animale o di gruppi di animali, del cliente e della comunità, conscio anche del fatto che le proprie decisioni professionali possono avere ripercussioni decisive sull'ambiente e sulla società, anche in assenza di un quadro informativo completo. L'autonomia di giudizio è verificata e valutata mediante prove pratiche e di simulazioni di contesto (episodi di tossinfezioni alimentari in casi singoli e nella ristorazione collettiva, emergenze epizootiche, rischi zoonosici, ecc.) in cui il laureato risolve in modo indipendente le varie problematiche che investono la figura del medico veterinario.

Capacità di apprendimento.

Il Laureato in Medicina Veterinaria deve: possedere un'adeguata esperienza nello studio indipendente e nella organizzazione della propria formazione permanente e avere la capacità di effettuare autonomamente una ricerca bibliografica presso banche dati e siti web di aggiornamento professionale. Deve aver assimilato la capacità di effettuare criticamente la lettura di articoli scientifici derivante anche dalla conoscenza della lingua inglese che gli consenta la comprensione della letteratura internazionale e l'aggiornamento. Al termine del "curriculum studiorum" il laureato magistrale in medicina veterinaria avrà conseguito un bagaglio culturale che gli consentirà di proseguire nel 3° ciclo degli studi universitari: dottorato di ricerca, scuole di specializzazione, Master Universitario di 2° livello. Le verifiche dell'apprendimento sono svolte in itinere,esami di profitto, e terminano con la valutazione della prova finale.

Abilità comunicative.

Il Laureato in Medicina Veterinaria deve: 1. saper comunicare efficacemente con clienti, con persone non esperte, con colleghi ed Autorità in merito a argomenti medico-veterinari, di base e specialistici, e deve essere in grado di ascoltare e rispondere con atteggiamento consono alla situazione, seppur difficile, utilizzando un linguaggio appropriato in rapporto al contesto e all'interlocutore. 2. saper comunicare in lingua inglese, sia in forma scritta sia in forma orale, circa argomenti medico-veterinari di base e specialistici. Le abilità comunicative sono verificate e valutate mediante discussione di casi e di metodologie nell'ambito delle esercitazioni, dell'orientamento, dei tirocini, degli esami di profitto e della prova finale.

Prova finale.

La prova finale si concretizza nella presentazione e discussione, davanti alla Commissione di Laurea, di un elaborato scritto, definito tesi, strutturato secondo le linee di una pubblicazione scientifica, preparato autonomamente dal laureando sotto la supervisione di un relatore e riguardante uno specifico argomento delle Scienze Veterinarie. La Commissione di laurea prima di assegnare il voto deve approvare l'elaborato. Il voto di laurea viene assegnato dalla Commissione di Laurea in centodecimi. Gli esami di Laurea sono pubblici. La proclamazione ha luogo al termine dei lavori della Commissione di Laurea. Corso di medicina in inglese.

Abbiamo parlato di tutte le PCR: c’è una grossa diatriba per poter calcolare il numero di molecole finali partendo dal numero di molecole iniziali. Posso quantizzare un prodotto di PCR a patto che conosca quante molecole iniziali ho messo nella reazione, l’efficienza di amplificazione (in teoria ad ogni ciclo il DNA si duplica e corrisponde ad un’efficienza 100%: molto spesso l’efficienza di amplificazione non è 100%). Quali sono i motivi per cui l’efficienza non è al 100%?

Dipendono essenzialmente da come è fatto il primer. Immaginiamo di avere 100 molecole per studio ed avere un’enorme quantità di primer perché in effetti la reazione è a due, tra il bersaglio e il primer. Il primer è sempre in eccesso rispetto al DNA o cDNA (da 10 a 100 volte in più) perché non vogliamo che la reazione della PCR termini a causa dell’esaurimento del primer e per facilitare gli incontri tra il primer e il bersaglio (è questione di cinetica), a meno che non stiamo facendo la PCR asimmetrica in cui uno dei due primer è stato volutamente messo in quantità limitata perché vogliamo amplificare solo uno dei due filamenti.

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2° fase: il recupero della funzione.

Nonostante l’applicazione di tali innumerevoli presidi, la patologia tendinea frequentemente cronicizza e diventa più resistente ai trattamenti antidolorifici. Le modalità fisiche strumentali che, da sole o in associazione, vengono comunemente impiegate nel trattamento delle tendinopatie croniche sono le stesse: i campi magnetici, gli ultrasuoni, il laser, la TENS, la ionoforesi, l’ipertermia. Riportiamo come un recente studio abbia valutato l’efficacia dell’ipertermia nel trattamento di 40 atleti affetti da tendinopatia degli arti inferiori riscontrando risultati incoraggianti dall’impiego di questa metodica. Ancora una volta, però, per molte di queste tecniche non esiste un giudizio univoco in letteratura e il loro impiego è quindi dettato più dall’esperienza personale del riabilitatore piuttosto che da una evidenza scientifica della loro efficacia. Tutte queste metodiche, a medio e lungo termine, non mostrano infatti benefici significativi o clinicamente rilevanti, né prevengono le recidive. Ciò d’altronde è facilmente comprensibile se si ragiona sulla base fisiopatologica della tendinopatia cronica, cioè una degenerazione e non più solo una infiammazione. In questa fase l’unico trattamento dimostratosi efficace è rappresentato dalla ginnastica riabilitativa. L’impiego di farmaci o di mezzi fisici è ancora ragionevole ma limitatamente al transitorio alleviamento della sintomatologia dolorosa (ciò può consentire al paziente di svolgere al meglio la rieducazione motoria), mentre risulta avere benefici inconsistenti se non integrato in un progetto riabilitativo più ampio, con interventi “attivi” di ricondizionamento funzionale. Il trattamento conservativo rappresenta ancora la scelta terapeutica più opportuna: naturalmente risulta tanto più efficace quanto più precocemente è messo in atto. Uno dei cardini essenziali per il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico è la riduzione dei carichi più o meno radicale, a seconda delle entità e della fase della patologia. È controindicata comunque una completa immobilizzazione, essendo le stesse forze di tensione un efficace stimolo alla rigenerazione delle fibre collagene e del loro orientamento. Certamente, quale sia la giusta tempistica per passare dalla prima fase alla seconda è ancora da definire, ma numerosi studi hanno dimostrato come un eccessivo riposo o tempo di immobilizzazione possano avere risultati deleteri, causando atrofia muscolare e perdita di forza della unità muscolo-tendine-osso. Per questo motivo anche l’impiego dei tutori è controverso: certamente sono in grado di ridurre il sovraccarico funzionale ma non di favorire il processo di guarigione, se non in associazione alla rieducazione funzionale. Così la guarigione di un tendine prevede innanzitutto di spegnere il processo infiammatorio ma anche di intervenire velocemente per rimuovere l’irritazione che lo ha causato. Per tale motivo è necessario proporre il riposo “funzionale” ma attivo. L’arto interessato può essere posto in scarico e intanto si può iniziare un lavoro aerobico con l’arto controlaterale o gli arti superiori (all’ercolina, ad esempio) per favorire l’ossigenazione dei tessuti e prevenire una ipotonia muscolare. Non appena possibile è opportuno iniziare con tecniche di mobilizzazione e rinforzo muscolare. Prima di iniziare il lavoro muscolare controresistenza è opportuno recuperare la completa escursione articolare. Esercizi per il ripristino della escursione articolare vengono eseguiti dal paziente sotto il controllo del terapista, che al bisogno si avvale di tecniche manuali (stretching statico, stretching dinamico). Nel corso degli ultimi anni sono state sviluppate anche numerose metodiche di massaggio per il trattamento delle tendinopatie: la più comune fra questa è rappresentata dal Massaggio Traverso Profondo (MTP), con l’intento, sostanzialmente, di ridurre le aderenze fibrotiche e di promuovere un aumento locale della vascolarizzazione, in modo da favorire il processo di guarigione. Per tale scopo anche la fibrolisi percutanea, proposta da Kurt Eckman più di 20 anni fa, trova un razionale di impiego in numerose sindromi muscolo-tendinee per “rompere” attraverso la cute (e ovviamente senza procurare lesione alla stessa), mediante uno strumento dedicato detto “gancio fibrolisore”, le aderenze fibrotico-cicatriziali tipiche delle forme ormai cronicizzate. Per gestire il “sovraccarico” riabilitativo ci si avvale della crioterapia; l’utilizzo del ghiaccio come terapia è ormai accettata e convalidata da numerosi studi scientifici che pongono tuttavia l’attenzione sulla dose con cui tale “farmaco” deve essere somministrato: un trattamento locale deve avere una durata di circa 20-30 minuti, con pause di sospensione tra una applicazione e l’altra, più volte nel corso della giornata. Tale metodica viene invece spesso sottovalutata e sostituita dall’impiego di “pompieri” chimici, quali i farmaci antiinfiammatori, che però si dimostrano di bassa efficacia, se non in termini di analgesia, a causa dello scarso apporto ematico del tessuto tendineo, ma soprattutto di scarsa efficacia nei quadri di tendinosi franca, in cui il processo infiammatorio è poco prevalente. Fra tutti i comuni presidi terapeutici che generalmente sono adottati nelle forme infiammatorie tendinee croniche, vale la pena segnalare l’applicazione di ESWT (Estracorporeal Shock Wave Therapy, altrimenti nota come Terapia con onde d’urto) che rappresenta una nuova e interessante opportunità. È compito del riabilitatore ricercare e correggere anche le anomalie anatomiche e le alterazioni funzionali che influenzano in modo determinante la biomeccanica dei gesti motori, e non focalizzare l’attenzione solo sul sito di lesione. Ai sintomi clinici locali (dolore, tumefazione, impotenza funzionale) si accompagnano spesso deficit quali debolezza muscolare dei muscoli sinergici, contratture e perdita di elasticità. Oltre all’esame clinico della struttura coinvolta, è fondamentale dunque eseguire una valutazione posturale globale poiché una patologia dolorosa tendinea è spesso causata, oltre che dai ripetuti microtraumi che agiscono sul tendine, anche dai fenomeni di adattamento che una articolazione attua nel tempo per compensare e far fronte a problemi nati a volte altrove. Ad esempio il tendine rotuleo è al centro di un sistema funzionale che è fondamentale per tutto l’arto inferiore: dal suo corretto allineamento dipende l’estensione della gamba e nel corso del tempo esso può trovarsi a compensare difetti che provengono dal basso (es. problemi di appoggio del piede) oppure adattarsi a problematiche discendenti che provengono dal bacino o dalla colonna o dalle anche. Ancora, il tendine rotuleo e achilleo possono andare incontro a progressiva degenerazione per cause indipendenti dalla loro struttura o dai carichi cui sono sottoposti, ma per effetto di erronee sollecitazioni che provengono da sistemi biomeccanici inefficaci: tipico è il caso della instabilità articolare della caviglia e dell’anca. Dopo la correzione di eventuali squilibri biomeccanici, il passo successivo è quello di cercare di ridare elasticità al sistema con un programma di stretching muscolare associato a un graduale potenziamento della muscolatura coinvolta.

L’esercizio terapeutico Come detto, una volta regredita o migliorata la sintomatologia dolorosa, si deve passare alla seconda fase del processo riabilitativo che consiste nella rieducazione motoria vera e propria, troppo spesso trascurata o fatta male dopo la risoluzione dei sintomi e che rappresenta invece la vera chiave di successo per la guarigione del processo e per la prevenzione della recidiva. Vanno incoraggiati esercizi di contrazione muscolare isometrica e successivamente isotonica, entro ambiti articolari inizialmente protetti e poi liberi, a carico libero e via via crescente (con elastici e pesi). Viene sostanzialmente esplicata una graduale sollecitazione sul tessuto in via di guarigione, avendo cura di non esagerare, lungo l’asse principale del tendine, con il fine di stimolare un corretto orientamento delle fibre collagene neoformate e incrementare la resistenza ai carichi dell’unità muscolo-tendinea. A lungo termine, la rieducazione funzionale garantisce una riduzione della disabilità superiore alla strategia attendista “aspettiamo e vediamo”, e studi epidemiologici riportano che gli esercizi terapeutici sono giudicati utili in una percentuale dal 48 al 99% dei pazienti. La rieducazione delle tendinopatie con esercizio eccentrico in particolare ha evidenziato buoni risultati clinici, in associazione con tecniche di stretching, tipo facilitazioni neuromotorie progressive, e a terapie per il controllo della reazione infiammatoria (ghiaccio a fine seduta). Attraverso la pratica assidua e regolare dello stretching, il punto critico al quale si innescherebbe il riflesso da stiramento potrebbe essere “resettato” ad un livello superiore (fenomeno della stretch-tollerance). Il trattamento riabilitativo consiste quindi nella elasticizzazione della struttura muscolo-tendinea coinvolta e nel ripristino di una corretta risposta propriocettiva. Questo approccio appare incoraggiante e i risultati positivi sono probabilmente da attribuire ad alcuni fattori quali l’aumento della resistenza tensile e della forza muscolare, la correzione dei disturbi neuromuscolari, la modulazione della collagenasi tendinea con miglioramento e acceleramento del processo di guarigione. I benefici delle diverse esercitazioni kinesiterapiche hanno inoltre una solida base scientifica. Il movimento e il carico sul tendine ne migliorano le proprietà fisiche e strutturali, aumentando il metabolismo e la densità delle fibre collagene, garantendo così gradualmente una maggiore resistenza al tendine e favorendo l’elasticizzazione dei processi fibrotici cicatriziali della guarigione. Ricordiamo che esistono due tipi di contrazione muscolo-tendinea: la contrazione statica o isometrica e la contrazione dinamica. Durante la contrazione isometrica il muscolo sviluppa tensione senza che i suoi estremi si avvicinino. Nella contrazione dinamica c’è spostamento (e quindi lavoro) e il mu­scolo varia la sua lunghezza: si accorcia se resiste a una resistenza (lavoro concentrico) o si allunga se, nonostante la resistenza che offre, la forza applicata la supera. Poiché la contrazione eccentrica genera la maggior tensione a carico dell’unità muscolo-tendinea, normalmente è opportuno iniziare con delle esercitazioni isometriche e, alla scomparsa del dolore, inserire modalità di rinforzo isotonico, inizialmente contro resistenza e poi mediante l’impiego di elastici a tensione via via crescente. In questa fase è possibile alternare, al programma di lavoro in palestra, alcune sedute di idrochinesiterapia, assistita o autoassistita, per sfruttare gli effetti positivi dell’ambiente acquatico (meglio se in acqua a 27-28° di una vasca riabilitativa). L’effetto dell’acqua infatti permette un più rapido e sicuro recupero dell’escursione articolare e una maggiore stimolazione propriocettiva, inoltre costituisce spesso un ambiente di lavoro estremamente piacevole per il paziente. Vengono efficacemente proposti esercizi di posizionamento e riposizionamento articolare per migliorare la percezione del movimento ed esercizi per il recupero dell’equilibrio, in carico bipodalico e successivamente monopodalico, ad occhi aperti e poi chiusi.

3° fase: il recupero della attività fisica precedente.

Un programma riabilitativo deve tenere in considerazione sempre 3 aspetti fondamentali:

la specificità dell’allenamento il carico massimale la progressione del lavoro.

Per specificità di allenamento si intende la necessità di allenare il tendine proprio nel gesto sportivo che l’ha messo in difficoltà: l’unità muscolo-tendinea deve essere sottoposta alle stesse sollecitazioni in cui viene normalmente a confrontarsi durante il gesto motorio (ad esempio allenamento nei balzi per sport quali pallavolo o basket). Dal momento che la massima tensione a carico dell’unità miotendinea si verifica durante la fase eccentrica della contrazione, esercizi specifici eseguiti in modalità eccentrica rappresentano la chiave per un ottimale recupero funzionale e un corretto rimodellamento della struttura alterata dai processi degenerativi. L’efficacia del potenziamento eccentrico è stata ormai dimostrata in numerosi studi per il trattamento delle tendinosi achillea, rotulea e del tendine epicondiloideo dell’omero. Per le sue stesse caratteristiche, tale tipo di rinforzo prevede la necessità di un adeguato tempo di recupero tra le serie e tra le sedute, ma riproduce moltissimi movimenti che effettuiamo durante la vita quotidiana e l’attività sportiva ( Fig. 9 ). Come possibile spiegazione degli effetti benefici di tale modalità di potenziamento è stato ipotizzato, innanzitutto, proprio il concetto dell’allenamento gesto-specifico, un effetto di elasticizzazione (oltre che di rinforzo) dell’unità muscolo-tendinea e lo sviluppo di un certo grado di ipertrofia del tessuto tendineo come reazione biologica diretta a questo tipo di lavoro. Ovviamente questo tipo di allenamento deve avvenire in progressione, consentendo al tendine un adattamento nel tempo a una maggiore capacità di resistenza. Soprattutto in una prima fase, allorquando l’esercizio provoca ancora dolore (se non addirittura lo esacerba) è necessario che tempi e carichi vadano “dosati” in maniera appropriata, rispettando i sintomi e le sensazioni del paziente. In questa fase di riparazione, infatti, la resistenza del tendine potrebbe non essere ancora in grado di sopportare grandi sollecitazioni e una forte contrazione muscolare potrebbe causarne anche la rottura. Il punto strategico di un appropriato recupero funzionale risiede dunque nella capacità da parte del riabilitatore di non eccedere i fisiologici limiti di adattamento e di proporre carichi crescenti, nel rispetto della capacità di sopportazione del tendine in quel momento; il sintomo dolore agisce da feedback per la progressione dei carichi (Fig. 10). È opportuno sottolineare come i tempi di reazione e adattamento biomeccanico a questo tipo di lavoro siano comunque lunghi, ed è necessario spiegare al paziente (in particolare agli atleti e ai loro allenatori!) che, molto spesso, i “frutti di tanta sofferenza” si renderanno realmente effettivi solo a distanza di mesi, sconsigliando quindi di interrompere prima di 12 settimane il programma di riabilitazione, anche quando sia scomparsa la sintomatologia. Inutile sottolineare come un recupero affrettato o inadeguato sia il principale fattore di rischio per una recidiva. Nelle fasi finali dell’iter riabilitativo, è opportuno completare il recupero muscolare con l’impiego di un dinamometro isocinetico (vedi Approfondimento); tale metodica è in grado di offrire almeno 2 diversi vantaggi:

fornire una sollecitazione massimale ma “controllata” sul tendine (la velocità del movimento rimane infatti costante) possibilità di quantificare il deficit di forza e monitorare i guadagni ottenuti mediante l’esecuzione del test e l’allenamento isocinetico.

Approfondimento: Il test isocinetico La forza dei gruppi muscolari che agiscono su di una articolazione può essere misurata direttamente, mediante un test con dinamometro isocinetico. L’esercizio isocinetico può essere descritto come un movimento che avviene a una velocità angolare costante contro una resistenza accomodante poiché, una volta raggiunta la velocità angolare pre-impostata, l’apparecchio inserisce una resistenza che si mantiene e si adatta alla tensione muscolare prodotta nei vari punti dell’escursione articolare. Il test può essere proposto a livello di diverse articolazioni (ginocchio, caviglia, spalla, gomito), con lo scopo di valutare i livelli di forza dei muscoli antagonisti e antagonisti, confrontandoli con quelli dell’arto contro-laterale. L’interpretazione del test viene effettuata considerando i valori di picco di momento di forza, il rapporto tra i gruppi muscolari e la presenza di eventuali deficit di forza (nel confronto con l’arto sano), condizione che predispone allo sviluppo di lesioni muscolo-tendinee. I dati raccolti possono inoltre fungere per un confronto con i valori di riferimento e allo stesso tempo non devono essere considerati un momento isolato nella valutazione di un atleta/paziente poiché assumono particolare significato quando vengono ricontrollati nel tempo, permettendo di monitorare gli effetti dell’allenamento muscolare. Parallelamente al recupero delle qualità organiche e biomeccaniche, il progetto rieducativo non deve dimenticare il recupero delle qualità neuromuscolari mediante esercizi progressivi di ginnastica propriocettiva: un tendine non va infatti considerato come una struttura inerte avente una funzione esclusivamente meccanica (trasferire cioè energia dai muscoli alle leve ossee), ma possiede anche una importante funzione sensoriale. Inoltre, rimarchiamo l’importanza di un programma di ricondizionamento dell’organismo in toto, alle volte fermo da settimane. L’attività aerobica deve costituire il substrato di tutto l’iter riabilitativo: indispensabile, negli atleti, per un più rapido rientro all’agonismo e necessario nell’ottica di mantenere (se non addirittura migliorare!) il metabolismo e la funzione del sistema cardiocircolatorio. Inizialmente l’attività aerobica potrà essere fatta in acqua, oppure con ergometri a braccia o su cyclette (principio del lavoro aerobico alternativo); per quanto riguarda il rotuleo o l’achilleo, l’attività di corsa verrà concessa solo se non produce dolore (al massimo un lieve disagio). Per chi pratica attività sportiva, l’allenamento tecnico di base sport-specifico seguirà la fase di recupero neuromuscolare e di ricondizionamento, mentre il ritorno allo sport agonistico prevede il raggiungimento di tutti gli obiettivi riabilitativi: completo ripristino delle qualità muscolari di forza, resistenza ed elasticità, corretta esecuzione del gesto-tecnico atletico fuori dal dolore.

La guarigione metabolica Come detto, il tendine, pur poco vascolarizzato, è un tessuto metabolicamente attivo costituito da fibre di collagene (per l’85%) e di elastina che ne garantiscono le proprietà elastiche e meccaniche e gli permettono di reagire agli stimoli esterni, adattandosi ai carichi di lavoro e modificando le proprie caratteristiche, mediante un lento ma costante processo di rinnovamento cellulare. Tuttavia, la resistenza del tendine può essere compromessa in caso di overuse e di stress ripetuti (la cui frequenza superi la velocità di riparazione cellulare del tessuto tendineo); ciò avviene più facilmente in tendini logori per età o usurati da stressanti attività sportive o lavorative. In tali condizioni diventano strutture facilmente vulnerabili agli insulti traumatici o microtraumatici, soprattutto quando l’organismo è carente dei microelementi nutrizionali essenziali per il buon funzionamento e la conservazione del tendine stesso. Il processo di riparazione o di adattamento che si attiva in queste circostanze è normalmente molto lento, ma può essere favorito dalla supplementazione di aminoacidi, vitamine e antiossidanti, mentre un ridotto apporto di micronutrienti sembra possa favorire il rallentamento della loro riparazione intrinseca. Tale evenienza è particolarmente vera in chi pratica sport come il calcio, il basket, lo sci, la pallavolo, che comportano insieme a una forte sollecitazione delle articolazione e dei tendini, anche un più rapido consumo dei micronutrienti necessari al benessere del tendine stesso. Tra i micronutrienti necessari al buon funzionamento del tessuto tendineo e fondamentali nelle sue fasi riparative, sono stati identificati quelli ritenuti essenziali: metilsulfonilmetano (MSM), ornitina alfa-chetoglutarato, lisina, condroitin solfato, glucosamina, vitamine C ed E, biotina. Il MSM è uno dei principali donatori di solfati naturali organici presente in natura ed è indispensabile nell’omeostasi del tendine, contrastandone i processi di invecchiamento. L’ornitina è un aminoacido che blocca la fase catabolica indotta nelle lesioni tendinee, antagonizza i processi flogistici e promuove l’anabolismo del tessuto, accelerando la sintesi di collagene. Anche la lisina è un aminoacido, necessario per la crescita del tessuto tendineo, promuovendo la sintesi di alcune proteine essenziali. Il condroitin solfato e la glucosamina agiscono in sinergia durante i processi riparativi: il primo interviene all’inizio dei processi riparativi, mentre la seconda regola le fasi finali e la stabilizzazione della componente fibrillare. La vitamina C (acido ascorbico) influenza il metabolismo del tessuto connettivo e svolge una azione antinfiammatoria e antiossidante, in sinergia con la Vitamina E, antiossidante e sostanza fondamentale per il mantenimento della integrità delle membrane cellulari. La biotina, infine, svolge un ruolo nell’omeostasi metabolica del tendine. Recentemente è stato osservato che l’apporto di micronutrienti ad azione antiossidante ed antinfiammatoria possa agire sul tessuto connettivo, favorendo e accelerando la riparazione, con benefici in termini di minor tempo di recupero e sollievo del dolore. Poiché il tendine è di per sé scarsamente vascolarizzato, sostanze quali aminoacidi, vitamine e antiossidanti dovrebbero essere assunti costantemente, soprattutto in chi pratica attività fisica. Inoltre, serve una adeguata quantità di collagene poiché la guarigione necessita della riparazione del tessuto danneggiato tramite la neoformazione di tessuto cicatriziale, conservando però le qualità elastiche e di flessibilità del tessuto originario. Allo stesso tempo, una sintesi eccessiva potrebbe rivelarsi controproducente qualora fosse di “impiccio” alla scorrimento del tendine. Per tale motivo, l’apporto di tali aminoacidi, vitamine e antiossidanti è fondamentale per prevenire, mitigare e migliorare il processo di guarigione dei danni tendinei e la loro supplementazione può giocare un ruolo importante nel trattamento di lesioni di lieve entità, soprattutto nella fase cronica.

La scelta chirurgica Come già detto, l’indicazione al trattamento chirurgico viene posta in prima istanza esclusivamente in presenza di completa rottura tendinea. Per le tendinopatie di grado minore, tramite l’impiego di tecniche non invasive sempre più sofisticate ed efficaci, si tenta di ridurre a pochissimi casi selezionati, particolarmente recidivanti, la scelta chirurgica. Certamente se la terapia conservativa, dopo 6-8 mesi, non è ancora in grado di offrire risultati positivi, è ragionevole ricorrere al trattamento chirurgico. Tuttavia anche i risultati di tale soluzione sono variabili, con pochi studi attendibili in letteratura e risultati comunque spesso non univoci, con atleti mai tornati al precedente livello di attività sportiva. Per tale motivo la terapia chirurgica è da considerarsi “l’ultima spiaggia”: risultati tra eccellenti e buoni, raccolti dalle varie casistiche, oscillano tra il 46 e il 100% ma, anche per i casi con evoluzione positiva, il ritorno all’attività agonistica dopo l’intervento è compreso tra i 3 e i 9 mesi. Nelle tendinopatie inserzionali la tecnica più impiegata è di solito la scarificazione del tendine; recentemente alcuni Autori hanno proposto la rimozione di una losanga di tessuto sofferente, con un curretage della restante superficie. Un’altra metodica che sembra offrire risultati incoraggianti è denominata “tenotomia multipla longitudinale”, che viene praticata in anestesia locale e sotto guida ecografica e in particolare con approccio artroscopico: tale chirurgia garantisce risultati sovrapponibili alle altre tecniche chirurgiche ma allo stesso tempo un ritorno più rapido alle attività sportive.

Prevenire è meglio Come abbiamo visto, nonostante negli ultimi anni le metodiche riabilitative e chirurgiche si stiano rapidamente evolvendo, le sofferenze tendinee rappresentano a tutt’oggi un problema importante e spesso irrisolto, mentre la riabilitazione può essere lunga e difficoltosa. Negli ultimi anni si è studiato come le lesioni a carico dei tendini avvengano nelle fasi di lavoro eccentrico del gesto motorio (è noto che in tale condizione si verifichi una maggiore tensione a carico dell’unità muscolo-tendinea) e ciò ha posto le basi per un corretto trattamento e prevenzione delle tendinopatie croniche. In considerazione del grado di incidenza, soprattutto in certe attività sportive, e delle difficoltà di trattamento, la chiave del trattamento delle tendinopatie dovrebbe in realtà essere la prevenzione. Oltre alla identificazione e alla correzione delle anomalie anatomiche e funzionali che ne costituiscono elemento predisponente, è necessaria l’identificazione di fattori di rischio esterni, quali l’impiego di calzature errate, la pratica su terreni non idonei, e, soprattutto un programma di allenamento con graduale progressione dei carichi di lavoro, che costituiscono gli elementi di fondamentale importanza per la prevenzione delle tendinopatie nell’atleta ad ogni livello. Un adeguato programma di prevenzione non può inoltre non tenere in conto gli aspetti “educativi” che riguardano principalmente:

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Si precisa che si tratta di un cambiamento organizzativo interno senza alcun impatto sul percorso accademico dello studente che rimane iscritto al proprio corso di studio.

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Alla luce di tali finanziamenti dalle più note case farmaceutiche internazionali produttrici dei vaccini utilizzati in Italia come da Piano Vaccinale 2017-2019 alle suddette società scientifiche emerge chiaramente la mancanza di trasparenza e, ancor di più, la collusione tra chi produce e chi deve immettere nel sistema sanitario, trovandosi in una posizione privilegiata in quanto a contatto diretto coi genitori anche per la informazione sui vaccini e sui loro effetti collaterali e reazioni avverse che dovrebbe (ma il condizionale è assolutamente d’obbligo) essere corretta e la più piena possibile.

Per quanto sopra il sottoscritto chiede che vengano avviate tutte le indagini del caso al fine di accertare la collusione tra produttori di vaccini e le suddette società scientifiche affinché venga meno tale conflitto di interessi in favore di una maggiore trasparenza sia nella scelta che nell’uso di tali vaccini in Italia e che il piano vaccinale 2017-2019 unitamente al decreto Lorenzin vengano modificati sulla base di una commissione medico-scientifica che preveda anche due componenti indipendenti e che non sia più possibile ricevere contributi da società legate a case farmaceutiche produttrici di vaccini.

In attesa di gentile e sollecita risposta porge distinti saluti.

By KAREEM PIASER PAOLO - 25/05/17 Giusta riflessione di un padre sui obbligo della vaccinazione: "Non ci entro nemmeno nella questione se 12 vaccini siano pochi, tanti, siano indispensabili o superflui, assolutamente sicuri o inaccettabilmente rischiosi - mi basta e avanza un aspetto che viene prima: Lo Stato mi dice che sono io responsabile per la salute di mio figlio. Però mi dice che sono obbligato a fargli fare 12 vaccini. Per farglieli, essendo io responsabile della sua salute, mi viene chiesto di firmare le autorizzazioni. Nessuno però firma per me assicurazioni che non ci siano conseguenze negative per la salute di mio figlio. Ricapitolando, sarei "obbligato a dare il permesso". Come dire: nessuno tranne te può decidere che questo avvenga, ma ti obblighiamo a decidere come vogliamo noi. In pratica, lo Stato obbliga "me" ad assumere la responsabilità per una decisione che mi impone? No, no, proprio non ci siamo. Puoi minacciarmi, puoi colpirmi, puoi mettermi in galera ma non puoi farmi assumere responsabilità per le *tue* decisioni – men che meno sulla pelle di mio figlio. Caro Stato: messe così le cose, anche avessi la certezza matematica che quei vaccini siano indispensabili, puoi infilarteli dove sappiamo tutti, bene arrotolati nel foglio di autorizzazione".

Stefano Re invia questo messaggio: [23/5, 11:49] KAREEM PIASER PAOLO VACCINI. L’ALLARME ERA NOTO AL GOVERNO USA DA ANNI - DATI UFFICIALI TERRIFICANTI!

Nel Giornalismo, per smentire, fare a pezzi il Promotore di una pratica che si ritiene pericolosa, socialmente nociva, l’unica cosa da fare è scavare nella pancia di quel Promotore e scovare le prove che lui stesso sapeva alla perfezione che ciò che oggi promuove (o impone) è pericoloso e socialmente nocivo. Se ci riesci, il Promotore è finito.

Oggi il maggior Promotore delle vaccinazioni al mondo sono gli Stati Uniti d’America, che impongono ai propri bambini 26 dosi-vaccini. Attenti: dose può significare un’iniezione con dentro tre vaccini, quindi immaginate. Ed io sono andato nella sua pancia, al top, come sempre si deve fare: The National Institutes of Health, del governo USA, e specificamente il National Center for Biotechnology Information. E ho trovato la prova che il Grande Promotore delle vaccinazioni sapeva da anni a livelli di altissima ricerca governativa che esistono pericoli MORTALI, e ignorati, sui vaccini, con prove terrificanti.

Prima di continuare, lo studio fa a pezzi Bill Gates, infatti ci dice chiaro che se pensiamo ai bambini del Terzo Mondo, di gran lunga la maggior causa di IMR non ha nulla a che vedere con le classiche malattie dell’infanzia, ma con la malnutrizione. Li ammazza la fame. E qui viene una clamorosa smentita al Teorema Bill Gates che proclama le vaccinazioni di massa nei Paesi Poveri come via di salvezza dei bimbi. Leggete: “E’ istruttivo notare che le vaccinazioni sono diffusissime nei Paesi Poveri, con tassi di vaccinazioni di oltre il 90% dei bambini presenti… eppure hanno lo stesso una IMR tragica. Per dare un termine di paragone, la IMR degli USA è 6,2 morti su 1000 parti; il Gambia obbliga i bambini a 22 dosi di vaccini, ma la IMR è di 68,8. La Mongolia somministra lo stesso numero di dosi vaccini, con IMR di 39,9. Questo prova che la IMR in molto del Terzo Mondo ha assai più a che fare con la malnutrizione, acqua infetta, e sistemi sanitari carenti. Non l’assenza di vaccini”. Ma peggio: “Abbiamo scoperto che anche nei Paesi in via di Sviluppo esiste una relazione contro-senso fra il numero dei vaccini somministrati e la IMR: le nazioni con la peggiore IMR sono quelle che somministrano ai bambini il maggior numero di vaccini”. Lo studio torna all’Occidente ricco: “Gli USA hanno visto pochissimi progressi nella IMR dall’anno 2000, e le tradizionali cause di IMR (da parto ecc.) non spiegano questo fenomeno… Si noti che nel 2009, cinque delle 34 nazioni con il miglior tasso di IMR richiedevano solo 12 dosi-vaccini, il numero minore, mentre gli Stati Uniti ne richiedeva 26, il maggior numero al mondo”.

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