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10. Counseling, esoterismo e cultura orientale.

Cultura orientale e occidentale, la legge dei cinque elementi e la metafora. Storia e filosofia della medicina occidentale e delle medicine orientali (cinese e ayurvedica), esoteriche e analogiche. Religioni e filosofie orientali: rapporti con la razionalità scientifica occidentale e la fisica quantistica Analisi del significato dei sistemi di cura non scientifici: pericolosità e abuso della credulità popolare nell’uso di iridologia, medicina tradizionale cinese e ayurvedica, floriterapia, tecniche spirituali e new age. New Age e tecniche spirituali La Spagirya e il processo alchemico Il processo di cambiamento come processo alchemico di trasformazione Fondamenti di medicina scientifica, alternativa ed orientale Tecniche di medicina analogiche e simboliche uso dei chakra e dei meridiani, Meditazione La guarigione mentale e spirituale Il tao e la fisica Il pensiero occidentale e quello orientale Rapporti tra oriente e occidente: la legge dei cinque elementi e la S.F.E.R.A. Esercitazioni di tirocinio pratico supervisionato su casi reali.

11. Comunicazione.

Tecniche di comunicazione e linguaggio del corpo: analisi del linguaggio del corpo e della comunicazione non verbale. Modalità di informazione e consulenza sulla condizione di salute del cliente, fondate sull’approccio psicobiologico. Tecniche di respirazione, di rilassamento. Analisi della postura, della camminata, dello sguardo, del tono della voce e di altri segni inconsapevoli La comunicazione nel counseling, differenza con segno, segnale e informazione La comunicazione olfattiva La comunicazione e l’uso della metafora nella vita quotidiana Comunicazione non verbale, prossemica, cronemica e cinesica, postura, gesti, paraverbale, assertività, stili di comunicazione, ascolto, gli ostacoli della comunicazione PNL, tecniche cognitive e comportamentali, Esercitazioni di tirocinio pratico supervisionato su casi reali.

12. La mente e lo sviluppo cognitivo.

Fondamenti di psicologia dello sviluppo applicata alla psicobiologia Apprendimento e memoria Evoluzione genetica e culturale La mente relazionale secondo Siegel La teoria dell’attaccamento di Bowlby La strange situation, l’Adult attachment Interview e le loro implicazioni nella relazione di Counseling La teoria della mente e lo sviluppo del bambino Natura e cultura Neurotrasmettitori Introduzione all’epigenetica Sistemi a proiezione diffusa: il ruolo di ormoni e neurotrasmettitori nello studio del comportamento Esercitazioni di tirocinio pratico supervisionato su casi reali.

13. Stress, emozioni e paura.

Il corpo e la mente: stress, emozioni secondo la visione psicobiologica, capacità di coping, mastery e resilienza. Elementi di base. Lo stress e la sua importanza evolutiva La reazione fisiologica allo stress Emozioni e stati dell’umore Stress, paura, ansia, malessere esistenziale Storia e principi della psicologia della salute e del counseling, della filosofia e della sociologia in rapporto alla ricerca della qualità della vita Strategie e tecniche di gestione dell’ansia, paura, stress. L’intelligenza emotiva La gestione dello stress nel Counseling psicobiologico Stress ed emozioni secondo la psicobiologia Il colloquio e la conduzione del trattamento, Le tecniche corporee per la gestione dello stress Il tempo e lo stress Esercitazioni di tirocinio pratico supervisionato su casi reali.

14. Manuale di teoria di Counseling psicobiologico.

Manuale di Counseling psicobiologico: prima parte I principi fondamentali applicati alla relazione d’aiuto Differenza tra metodo e tecniche Perché il Counseling psicobiologico non è psicoterapia Obiettivi e scopi realistici del counseling psicobiologico Limiti e avvertenze deontologiche Etica e comportamento Le teorie dell’azione, della scelta razionale e dell’olismo in sociologia Individualismo e collettivismo metodologico Filosofia e Counseling: il counseling filosofico Storia del pensiero sociologico Sociologia e Counseling Esercitazioni di tirocinio pratico supervisionato su casi reali.

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RIVOSECCHI G. (2015). Diritti e debiti. Uguaglianza e sostenibilità dello Stato costituzionale contemporaneo. In: PIN A.. Il diritto e il dovere dell'uguaglianza. Problematiche attuali di un principio risalente.:Editoriale Scientifica srl, p.77 - 115, ISBN: 9788863427349.

RIVOSECCHI G (2015). I controlli della Corte dei conti sugli enti territoriali. In: AA.VV.. Studi in memoria di Sergio Zambardi. Milano:Giuffrè, p.120 - 145, ISBN: 9788814209338.

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RIVOSECCHI G (2015). I controlli della Corte dei conti sugli enti territoriali e sui gruppi consiliari. In: AA.VV.. I gruppi consiliari. Verona:Cierre Edizioni, p.109 - 154, ISBN: 9788883148200.

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RIVOSECCHI GUIDO (2015). L'Anac uniforma il regime sanzionatorio sulla trasparenza amministrativa. GIORNALE DI DIRITTO AMMINISTRATIVO, 3, p.422 - 430.

RIVOSECCHI G (2015). L'autonomia degli organi costituzionali alla prova delle riforme. In: AA.VV.. L'autonomia degli Organi costituzionali alla prova delle riforme. Il ruolo della dirigenza. p.127 - 160.

RIVOSECCHI GUIDO (2015). La disciplina della politica. Lo status degli esponenti politici e la crisi dei partiti. RIVISTA TRIMESTRALE DI DIRITTO PUBBLICO, 2, p.339 - 378.

Rivosecchi G. Biondi F. (2015). Le forme della rappresentanza e il sistema dei partiti. In: Sicardi Cavino Imarisio. Vent'anni di Costituzione (1993-2013). Dibattiti e riforme nell'Italia tra due secoli.:Società editrice il Mulino spa, p.161 - 266, ISBN: 9788815247032.

RIVOSECCHI G (2014). Considerazioni conclusive. Il Presidente di Assemblea e la giuridicità del diritto parlamentare. In: GIANFRANCESCO E;LUPO N;RIVOSECCHI G. I Presidenti di Assemblea parlamentare. Riflessioni su un ruolo in trasformazione. Bologna:Il Mulino, p.443 - 456, ISBN: 9788815251954.

(a cura di) (2014). I Presidenti di Assemblea parlamentare. Riflessioni su un ruolo in trasformazione. In: GIANFRANCESCO E; LUPO N; RIVOSECCHI G. BOLOGNA:Il Mulino, p.1 - 471, ISBN: 9788815251954.

RIVOSECCHI G (2014). Il coordinamento della finanza pubblica: dall'attuazione del Titolo V alla deroga al riparto costituzionale delle competenze?. In: S. Mangiameli. Il regionalismo italiano tra giurisprudenza costituzionale e involuzioni legislative dopo la revisione del Titolo V. Milano:Giuffrè, p.147 - 213, ISBN: 9788814183799.

RIVOSECCHI GUIDO (2014). Il governo della politica economico-monetaria tra Bruxelles, Lussemburgo e Karlsruhe (a proposito dei mutamenti delle norme dei Trattati sul governo dell'economia). RASSEGNA DI DIRITTO PUBBLICO EUROPEO, 1, p.77 - 112.

RIVOSECCHI GUIDO (2014). Il Meccanismo Europeo di Stabilità e il Fiscal Compact tra Karlsruhe e Lussemburgo. QUADERNI COSTITUZIONALI, 2, p.425 - 429.

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- i dispositivi su misura possano essere immessi in commercio e messi in servizio qualora rispondano alle condizioni prescritte dal disposto combinato dell'articolo 11 e dell'allegato VIII; i dispositivi delle classi IIa, IIb e III devono essere muniti della dichiarazione di cui all'allegato VIII.

Questi dispositivi non recano la marcatura CE.

4. Gli Stati membri possono prescrivere che le indicazioni che devono essere fornite all'utilizzatore e al paziente conformemente all'allegato I, punto 13 siano formulate nella(e) lingua(e) nazionale(i) o in un'altra lingua comunitaria al momento della consegna all'utilizzatore finale, per uso professionale o per qualsiasi altra utilizzazione.

5. Qualora i dispositivi siano disciplinati da altre direttive comunitarie relative a differenti aspetti e che prevedono la marcatura CE, questa indica che i dispositivi soddisfano anche le prescrizioni di queste altre direttive.

Rinvio alle norme.

3. Qualora uno Stato membro o la Commissione constati che le norme armonizzate non soddisfano completamente ai requisiti essenziali di cui all'articolo 3, le misure che incombono agli Stati membri in relazione a tali norme e alla pubblicazione prevista al precedente paragrafo I sono adottate secondo la procedura di cui all'articolo 6, paragrafo 2.

Comitato "Norme e regole tecniche"

La Commissione tiene in massima considerazione il parere formulato dal comitato. Essa lo informa del modo in cui ha tenuto conto del suo parere.

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Se le misure previste non sono conformi al parere del comitato o in mancanza di parere, la Commissione sottopone senza indugio al Consiglio una proposta in merito alle misure da prendere. Il Consiglio delibera a maggioranza qualificata.

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SIMEU.

Il Teatro della Medicina di emergenza-urgenza: è questo il titolo dell’XI Congresso nazionale Simeu, che si terrà a Roma dal 24 al 26 maggio 2018. Chi sono gli attori sul palcoscenico quotidiano dell’emergenza, medici e infermieri; qual è la scena su cui si muovono, dall'emergenza territoriale al pronto soccorso, all’Osservazione breve intensiva alla Terapia semintensiva. Tre le lenti attraverso cui si inquadrerà la disciplina: la formazione, a partire dai corsi precongressuali, le competenze dei professionisti e l’organizzazione del sistema. Per fare il punto sugli sviluppi della medicina di emergenza-urgenza con l’obiettivo di garantire la sicurezza e la qualità del servizio sanitario pubblico.

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Il trattamento del dolore acuto dei pazienti dell'emergenza deve diventare sempre più tempestivo ed efficace, per garantire un migliore esito delle cure e una risposta adeguata alle necessità del paziente. A questo tema SIMEU dedica ricerca, workshop dedicati in occasione di convegni scientifici e interi cicli dei suoi corsi di formazione.

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La causa più comune del fallimento di un’artroprotesi è la mobilizzazione asettica che dipende dal verificarsi di due fenomeni: l’usura delle superfici articolari e la reazione biologica che deriva dalla liberazione di particelle dalle componenti protesiche. Infatti l’associazione tra usura volumetrica e riassorbimento osseo periprotesico è in relazione al numero di particelle biologicamente attive rilasciate dall’usura della protesi stessa. La risposta biologica è di tipo infiammatorio e un ruolo importante lo assumono i macrofagi e le cellule giganti. Questi fagocitano i detriti liberati, attivano i fibroblasti, formano granulomi e, liberando citochine, attivano il processo di riassorbimento nell’osso prospiciente l’impianto causandone la mobilizzazione e quindi il fallimento dell’artroplastica. Sono quindi necessari dei controlli di routine nei pazienti protesizzati, poiché la maggior parte di lesioni litiche in presenza di una componente stabile sono assolutamente asintomatiche.

È un intervento che costituisce una soluzione sempre più diffusa a numerose patologie invalidanti. In generale, l’indicazione all’artroplastica coxofemorale scaturisce dalla valutazione di due sintomi fondamentali: il dolore e la riduzione della funzione articolare residua. Sono attualmente disponibili diversi modelli di protesi totale di anca con una grande varietà di modelli sia delle componenti acetabolari sia di quelle femorali. Nessun modello tuttavia può essere considerato ideale per tutti i tipi di pazienti. La scelta della tipologia si basa sulle necessità del paziente, sull’aspettativa di vita, sullo stile di vita, sulla morfologia, le dimensioni e la qualità dell’osso, nonché sull’esperienza del chirurgo.

Le artroprotesi di anca, che da sole costituiscono circa il 65% di tutti gli interventi di chirurgia protesica in ortopedia, possono essere classificate in base a vari fattori. Biomeccanicamente possiamo distinguere due tipi di protesi: di distribuzione di carico, dette load sharing device, che trasmettono il carico direttamente all’osso diafisario (steli femorali cementati e non); e di trasferimento di carico, dette load transfer device, che lo trasmettono a una porzione epifisaria (protesi di rivestimento) o alla porzione cortico-spongiosa della pelvi (coppa acetabolare). Nelle prime è importante il mantenimento di una forza compressiva risultante più vicina possibile al normale, così per non modificare la distribuzione dei carichi all’interfaccia tra protesi e osso. Le protesi a trasferimento di carico presentano diversi vantaggi rispetto alle precedenti perché sono più conservative. Infatti, non vengono assolutamente modificate l’anatomia dell’anca nell’ off-set (ovvero la distanza tra centro articolare e diafisi), la lunghezza dell’arto, il grado di antiversione del collo del femore, la distribuzione del carico al femore prossimale. Ciò comporta inoltre un minor rischio di lussazione.

Riguardo la tecnica di fissazione all’osso si distinguono invece le protesi cementate da quelle non cementate. Talvolta può essere necessario ricorrere a due tipi diversi di fissaggio sullo stelo e sul cotile. Dall’uso del cemento solo per l’ancoraggio dello stelo nascono le protesi ‘ibride’; se invece è solo la componente acetabolare a essere cementata la protesi viene detta ‘ibrida inversa’. Considerando le dovute eccezioni, la scelta dell’eventuale uso del cemento si effettua in base alla misura del cortical index (spessore delle corticali in rapporto alle dimensioni del canale midollare), il cui valore normale è compreso tra lo 0,42 e lo 0,58; per valori superiori allo 0,50 si avrà l’indicazione per l’uso di protesi non cementate altrimenti ci si orienterà verso impianti cementati o ibridi. Si deve inoltre evidenziare l’importanza di un tono muscolare adeguato nei pazienti con elevata attività di carico: l’insufficienza muscolare (risolvibile con il prolungamento del programma riabilitativo) potrebbe infatti portare alla mobilizzazione dell’impianto. Nel decorso postoperatorio possono essere utilizzati diversi strumenti di valutazione, tra cui l’analisi di schede compilate dal paziente per valutare nel tempo il dolore e la funzione articolare, e l’esame radiografico al fine di ricercare zone di radioluminescenza od osteolisi.

Un’ulteriore classificazione può essere fatta in base alla scelta dell’accoppiamento, ovvero la scelta dell’abbinamento tra la testa femorale e la coppa acetabolare. La coppia usata più comunemente è polietilene-metallo. Possibili sono poi gli accoppiamenti ceramica-ceramica (utilizzato soprattutto nei pazienti giovani perché poco soggetti alla usura ma purtroppo anche molto costosi), ceramica-polietilene e metallo-metallo.

Un’ultima considerazione deve essere fatta: in seguito all’aumento della vita media della popolazione, e alle sempre maggiori richieste funzionali da parte dei pazienti, bisogna tener presente che molte protesi avranno bisogno di un intervento di revisione di una o di entrambe le componenti. A questo riguardo, è di fondamentale importanza la conservazione del bone stock. Gli interventi di revisione rappresentano ormai una parte sempre più ampia degli interventi di artroprotesi di anca. Per questo motivo nei pazienti giovani si fa ricorso a protesi di rivestimento o a conservazione di collo che permettendo una maggior salvaguardia del patrimonio osseo facilitano gli eventuali interventi di riprotesizzazione.

L’uso delle protesi nel ginocchio rappresenta la soluzione dell’ultimo stadio dell’artrosi di tale articolazione. L’articolazione del ginocchio è composta da tre ossa e da tre compartimenti: mediale (condilo femorale mediale e piatto tibiale mediale), laterale (condilo laterale e piatto laterale) e femoro-rotuleo (rotula e troclea femorale). Le protesi possono sostituire anche tutti e tre i compartimenti.

Le protesi monocompartimentali vengono usate quando il processo degenerativo riguarda un unico compartimento. Ciò ha luogo fondamentalmente nelle deviazioni assiali dell’arto inferiore, che aumentano il carico, per unità di superficie, supportato dal singolo compartimento. Il sovraccarico che ne deriva eccede la resistenza della cartilagine determinandone il deterioramento. I pazienti destinati all’intervento sono relativamente giovani e presentano un dolore localizzato al comparto mediale o laterale che aumenta in relazione all’impegno funzionale e al carico. È importante valutare nei candidati l’allineamento degli arti in appoggio monopodalico e dell’allineamento meccanico tramite una radiografia in ortostatismo effettuata da 1 m di distanza e includendo anca ginocchio e caviglia. Non tutte le deformità assiali possono infatti essere corrette con questo tipo di protesi, masolo quelle che non superino i 10° divalgismo o varismo rispetto ai valori normali. Le controindicazioni sono diverse: oltre alla deformità eccessiva, le artropatie infiammatorie, la lassità legamentosa (che genera un carico anomalo e maggiore usura dell’impianto e quindi un precoce fallimento), una sindrome femoro-rotulea, e le aspettative del paziente (che dovrà evitare sovraccarichi per aumentare la longevità dell’impianto) limitano l’utilizzo dell’impianto. Il vantaggio delle protesi monocompartimentali è che eliminano il dolore (in pazienti selezionati) salvaguardando il patrimonio osseo. L’intervento di revisione in caso di fallimento è relativamente più semplice rispetto a quello successivo a una protesi totale.

L’indicazione alla protesi totale del ginocchio è rappresentata solitamente da un grave processo artrosico che genera dolore non più controllabile con una terapia conservativa. Anche la deformità, legata al processo artrosico, può divenire la principale indicazione all’intervento qualora minacci l’esito di un’artroprotesi già pianificata. Diversi sono i design protesici esistenti. Si possono distinguere in bi- o tricompartimentali a seconda che venga sostituita anche la faccia articolare della rotula. La decisione sulla sostituzione della superficie articolare rotulea si basa sul grado di degenerazione. Il rischio è quello della persistenza di dolore del ginocchio in sede anteriore. Solitamente le superfici articolari sono costituite da metallo, per la componente femorale e polietilene, per quella tibiale e rotulea.

Biomeccanicamente le artroprotesi vengono distinte a seconda che conservino o meno il legamento crociato posteriore (LCP). A favore della conservazione del legamento vi è la possibilità di un più ampio range di movimento, la maggiore stabilità negli spostamenti di traslazione del ginocchio, la migliore conservazione della cinetica del passo, la minore resezione ossea per il posizionamento della componente femorale e il migliorato funzionamento della femoro-rotulea. Tuttavia, vi sono anche ragioni a favore del sacrificio dell’LCP. Infatti, non sempre il legamento è valido, e tali protesi garantiscono maggiore sicurezza nella correzione di deformità accentuate e contemporaneamente un minor tasso di usura (si ha maggiore congruenza delle superfici articolari sul piano sagittale che si traduce in minori stress del polietilene tibiale). In entrambe le tipologie protesiche è comunque importante effettuare un bilanciamentolegamentoso. Sono ammessi giochi di 1-2 mm in direzione laterale: un eccessivo gioco potrebbe infatti renderenecessario, infatti, l’utilizzo di protesi vincolate (a cerniera).

Va inoltre tenuto presente che l’artroprotesi di ginocchio ha un’aspettativa di vita limitata, inversamente proporzionale al livello di attività. Il candidato ideale è quindi un paziente an-ziano con uno stile di vita piuttostosedentario, per il quale è presente un aspetto emotivo da non sottovalutare: il miglioramento dello stato funzionale si ripercuote sul recupero dell’indipendenza e della stima di sé.

Tale protesi è stata sviluppata intorno agli anni Settanta del secolo scorso come alternativa all’artrodesi nell’osteoartrosi avanzata dell’articolazione tibio-tarsica, ma ben presto il numero eccessivo di complicanze ne ha reso impopolare l’utilizzo. Recentemente, grazie al miglioramento della tecnica chirurgica e al miglior design protesico (che determina una diminuzione della resezione ossea pur offrendo una maggiore stabilità), si sono ottenuti risultati incoraggianti a breve termine. Tuttavia il rinnovato interesse per le protesi di seconda generazione rimane condizionato dalla storia insoddisfacente dei primi impianti, dalle fastidiose complicanze (che riguardano la guarigione della ferita che in più del 40% dei casi avviene in seconda intenzione: i tessuti infatti sono meno vascolarizzati di quelli in altri distretti) e dalla dif-ficoltà delle procedure di salvataggio e di revisione. Imodelli di prima generazione potevano essere distintiin vincolati e non. I primi trasferivano in modo eccessivo forze di taglio, di compressione e di rotazione, associate al carico, su una superficie relativamen-te piccola dell’interfaccia osso-protesi, causando una mobilizzazione precoce. I secondi invece, pur determinando un minore scollamento delle componen-ti, erano instabili e determinavano un conflitto con il malleolo o con i tessuti molli. Le protesi di seconda gene-razione si distinguono in protesi con superficie in carico mobile o fissa. Quelle del primo tipo hanno una componente in polietilene interposta tra la componente astragalica (convessa), e quella tibiale (piatta), avendo, di fatto, due distinte superfici articolari. I dispositivi con superficie in carico vincolata hanno un’unica articolazione tra la componente tibiale e quella astragalica.

Il candidato ottimale all’intervento è una persona anziana, con basse richieste funzionali e artrosi articolare multipla. Nell’atto chirurgico una volta posizionate le componenti protesiche bisogna effettuare la ricostruzione di legamenti, ed è essenziale ottenere una tensione uguale e adeguata nei complessi legamentosi deltoideo e laterale. Un’eccessiva lassità legamentosa può portare a instabilità, soprattutto nelle protesi con componente intermedia mobile. Nonostante i risultati a medio termine siano promettenti non è ancora giustificata la diffusione della protesi totale di caviglia al di fuori dei centri di ricerca.

Questo tipo di protesi ha avuto un minore sviluppo rispetto a quella di altre articolazioni sottoposte a carico perché meno interessata da patologie di tipo degenerativo, le quali sono inoltre meno debilitanti. La maggior parte delle sindromi dolorose sono infatti legate a lesioni dei tessuti molli. Le cause del ricorso alla chirurgia sono le stesse di tutta la chirurgia protesica: un dolore non rispondente alla terapia conservativa e una limitazione funzionale rilevante. Osteoartrosi e artrite reumatoide sono i fattori eziologici più comuni, seguite dall’osteonecrosi. La rottura massiva della cuffia dei rotatori viene considerata una controindicazione relativa (in questi casi la funzione muscolare viene vicariata mediante trasposizioni miotendinee) così come la perdita di funzione del deltoide. Infezioni in fase attiva e la spalla neuropatica rappresentano le controindicazioni assolute.

La pianificazione preoperatoria è molto importante e si basa sullo studio radiografico dell’articolazione; la risonanza magnetica è utile a indagare le condizioni della cuffia dei rotatori e l’estensione del danno cartilagineo. Schematicamente una prima distinzione può essere effettuata tra emiartroprotesi (endoprotesi), con sostituzione della sola testa omerale, e artroprotesi. La scelta tra le due opzioni è ancora dibattuta. La prima presenta un tempo operatorio più breve, è di più facile esecuzione, può essere utilizzata nei pazienti con rottura massiva della cuffia ma offre minor controllo del dolore; la seconda invece agisce in maniera più efficace sul dolore (le superfici articolari della testa omerale e della glenoide vengono entrambe sostituite). I risultati funzionalmente migliori quando si utilizza questo tipo di protesi sono nella cura dell’osteoartosi, in quanto generalmente la cuffia dei rotatori è intatta e il bone stock buono; nel paziente con artrite reumatoide la presenza di una sofferenza miotendinea influisce negativamente.

Tra le protesi totali di spalla è possibile la distinzione tra artroprotesi diretta e inversa. La seconda, che presenta una superficie convessa sul versante glenoideo e uno concavo su quello omerale, sembra garantire migliori risultati funzionali nel paziente anziano e con rottura della cuffia dei rotatori.

La necessità di una ricostruzione anatomica perfetta rappresenta il prerequisito necessario per un buon risultato. Importante in questo senso è il mantenimento della superficie articolare della testa a circa 8÷10 mm dalla grande tuberosità (in senso craniale). L’offset, la distanza che intercorre tra la porzione laterale della coracoide e il margine laterale della grande tuberosità, è importante per il mantenimento dei bracci di leva del muscolo sovrascapolare e deltoide.

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STUDIARE MEDICINA ALL’ESTERO: DOVE NON ANDARE.

Diciamo che a livello di Test Universitari noi italiani non siamo messi peggio dei Tedeschi: in Germania gli studenti, per accedere alla facoltà di Medicina, devono avere un voto di Maturità abbastanza alto e superare un test veramente difficile! In Francia invece non c’è un test d’ingresso iniziale, ma per accedere al secondo anno bisogna superare un esame di sbarramento abbastanza complicato, che si può rifare solamente una volta. E che dire dell’Inghilterra? Oltre al resto, ci vuole una lettera di referenza di un insegnante, una presentazione autobiografica con tanto di curriculum dettagliato, e per finire è necessario aver maturato esperienze di volontariato in Africa o in Asia.

STUDIARE MEDICINA ALL’ESTERO: COSTI.

Come abbiamo visto, per studiare Medicina all’estero occorre in alcuni casi superare un test di ingresso, per altri l’accesso è libero o mediante valutazione dei titoli. In ogni caso, occorre anche considerare i costi, che variano in base al Paese in cui si decide di andare: se per esempio in Albania il costo annuale è di circa 5.000 euro, in Spagna il prezzo è esorbitante: 90.000 euro all’anno. Dunque, prima di decidere, informatevi bene anche sui costi, contattando la segreteria dell’Università scelta.

Preferisci rimanere a studiare in Italia? Se non superi il test allora leggi:

STUDIARE MEDICINA ALL’ESTERO SENZA TEST: ECCO DOVE.

Infine, se il tuo scopo è quello di evitare in ogni modo e a qualunque costo la prova di accesso aggirando l’ostacolo del numero chiuso (ma non qualunque tipo di ostacolo esistente, sia chiaro!), allora ti consigliamo di leggere con attenzione la nostra guida specifica: Studiare Medicina senza Test d’ingresso: dove e come è possibile.

Tutto questo parlare di estero ti ha fatto venire voglia di rimanere in Italia, allora stai attento a non bucare le scadenze: Iscrizione all’Università: calcolo tasse, esoneri e modulistica. Ammissioni ai corsi di studio.

Ammissioni.

Ammissioni ai Corsi di Studio.

Nelle sezioni di riferimento delle tre Facoltà di Ateneo sono presenti le informazioni legate alle modalità di ammissione ai Corsi di Studio di tutti i cicli di istruzione:

• Corsi di Laurea triennali, magistrali e magistrali a ciclo unico.

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