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RIVOSECCHI G (2016). Il finanziamento dei gruppi consiliari, ovvero: dell'irresistibile pubblicizzazione del Giano bifronte. (a cura di) G. Tarli Barbieri e F. Biondi, Il finanziamento della politica. Napoli:Editoriali Scientifica, p.301 - 350, ISBN: 9788863428322.

RIVOSECCHI G (2016). Il Parlamento nazionale nella costruzione europea, dopo la â??costituzioneâ? abbandonata. Studi in onore di Francesco Gabriele. Bari:Cacucci, p.853 - 864, ISBN: 9788866115120.

RIVOSECCHI G (2016). La decretazione d'urgenza al tempo della crisi. Scritti in onore di Gaetano Silvestri. Torino:Giappichelli, p.1963 - 1976, ISBN: 9788892101166.

PAJNO S, RIVOSECCHI G (2016). La problematica riforma costituzionale delle autonomie speciali. Le Regioni, p.267 - 305.

PAJNO S.; RIVOSECCHI G (2016). Le autonomie speciali e la riforma costituzionale: profili problematici ed effetti di complicazione normativa. In: AA.VV.. (a cura di) F. Bassanini - F. Cerniglia - A. Quadrio Curzio - L. Vandelli, Territori e autonomie. Un'analisi economico-giuridica. BOLOGNA:Il Mulino, p.153 - 180.

Rivosecchi G (2016). Legge Severino, atto secondo: la conformità a Costituzione delle norme sulla sospensione dalle cariche politiche locali. Giurisprudenza costituzionale, p.2385 - 2395.

Rivosecchi G (2016). Profili di diritto tributario nel contenzioso Stato-regioni. Studi e interventi,

LUPO N; RIVOSECCHI G (2016). Valutare le politiche di bilancio: il ruolo del Parlamento. DIRITTO PUBBLICO, p.113 - 161.

RIVOSECCHI G. (2015). Decretazione d'urgenza e governo dell'economia, in "Legislazione governativa d'urgenza" e crisi. In: Calvano R.. «Legislazione governativa d'urgenza» e crisi. Atti del 1° Siminario di studi di diritto costituzionale (Roma, 18 settembre 2014).:Editoriale Scientifica srl,, ISBN: 9788863427615.

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Come già si è ricordato, vi erano medici membri del collegio e medici estranei ad esso: gli uni e gli altri erano però sottoposti alla sua autorità, sia per la verifica della preparazione professionale e dei titoli di studio, sia in vista dell'applicazione di norme di portata generale, come quella che prevedeva l'imposizione da parte del collegio di una tassa, proporzionata al reddito stimato di ciascun professionista e destinata al pagamento del salario del medico che serviva il capitano generale da mar nell'Armata veneziana (46). Per far fronte a questo compito il collegio eleggeva tre taxatores; altre cariche, oltre al priore annuale e ai due consiglieri, di durata semestrale, erano il tesoriere e tre sindaci; il collegio salariava inoltre un notaio e un bidello. Le entrate provenienti dalle tariffe riscosse per l'ammissione al collegio, per i dottorati e per le licenze di idoneità erano distribuite fra i membri del collegio. Erano previste forme di assistenza a favore dei medici ammalati o impoveriti; per il resto, beneficiavano regolarmente di queste entrate soprattutto i 25 membri numerarii, o anziani, cui si affiancava un numero variabile di supernumerarii, i quali subentravano man mano nei posti vacanti (47).

Va peraltro notato che, contrariamente a quanto previsto in quest'epoca per gli uffici cancellereschi, non venivano considerate come condizioni obbligatorie per l'ammissione al collegio medico né la legittimità dei natali, né la cittadinanza veneziana: l'appartenenza a una famiglia proveniente dal Dominio veneto o da altri Stati non precludeva neppure l'accesso al priorato. Il collegio veneziano conservò dunque lungo tutto il '500 un'apertura ai nuovi venuti abbastanza insolita per quest'età, che vide la "chiusura" di molti altri collegi medici (48).

Il collegio veneziano è inoltre caratterizzato da un elevato numero di membri: nel 1523 sono 61 e, dopo una flessione fra gli anni '30 e i '50, risalgono a 75 nel 1564 e ad 84 nel 1570. Tenendo presente il censimento del 1563, che indica una popolazione di 168.627 residenti, ci troveremmo di fronte, a quella data, a un rapporto di 4,5 medici di collegio ogni 10.000 abitanti: un dato apparentemente vicino a quelli della Verona di metà '500 e della Firenze del 1630 (49).

Però queste cifre ci danno solo un'idea parziale dell'offerta di prestazioni sanitarie. Non abbiamo infatti conteggiato, ignorandone il numero, i medici non inclusi nel collegio; c'erano poi i medici chirurghi, sovente laureati, il cui collegio aveva raggiunto, già prima del 1500, i 40 membri (anche se non sempre si mantenne a questi livelli di iscrizione: negli anni '40 del '500 i suoi membri erano solo 27) (50). Né bisogna trascurare il fenomeno, certo limitato sul piano quantitativo, ma economicamente e socialmente assai rilevante, dell'esercizio occasionale o continuativo della professione medica a Venezia da parte di professori dello Studio di Padova: nel 1415 pratica a Venezia Giovanni Caronelli; per il medesimo motivo nel 1423 Antonio Cermisone ottiene la nomina di un sostituto nell'insegnamento; nel 1450 Sigismondo Policastro è chiamato a Venezia per curare il doge Foscari. Verso la fine del '400 i medici di Padova sono attirati a Venezia pure dalla possibilità di farvi stampare le proprie opere o di fornirvi consulenze editoriali; così negli anni '90 il medico di origine bresciana Francesco Cavalli collaborò con Aldo Manuzio alla pubblicazione delle opere di Aristotele (51). Nel gennaio del 1499 Si arrivò infine a una protesta ufficiale del collegio medico davanti alla Signoria: constatato che durante le vacanze delle lezioni i professori dello Studio patavino Giovanni dell'Aquila, Girolamo della Torre, Gabriele Zerbi e Nicoletto Vernia (oggi ricordato più come filosofo che come medico) venivano a "miedegar in questa terra", i medici veneziani chiesero ed ottennero che fossero anch'essi sottoposti al pagamento della tassa per il medico dell'Armata (52).

Tutte le testimonianze concordano dunque nel presentare la Venezia della fine del '400 e del '500 come ben provvista di medici, professionisti di successo e professori universitari. Alla base di questa larga disponibilità vi era una domanda di cure sanitarie che si manteneva su livelli particolarmente sostenuti: come osservò col suo sicuro intuito di banchiere Girolamo Priuli, "sempre in la citade veneta ne sonno medici assai convenienti et deli più celebri d'Itallia, perché avadagnanno molta summa de danari" (53). È vero che, rispetto al '300, era venuto meno l'intervento diretto dello Stato per le "condotte": a quest'evoluzione aveva contribuito la fortissima pressione esercitata sulla finanza pubblica dalle guerre della fine del '300 e del '400; un qualche ruolo era stato giocato anche dal ciclico ripetersi delle epidemie, durante le quali i chirurghi e i medici pubblici o morivano o tendevano ad eclissarsi, incuranti della minaccia di licenziamento (54).

Ad ogni modo, per i medici che aspiravano alla sicurezza delle "posizioni ferme" c'era ancora la possibilità di trovare un posto al servizio di fondazioni monastiche e luoghi pii. Il '400-'500 è appunto l'epoca in cui si moltiplicano le fondazioni di istituzioni ospedaliere, mentre le Scuole o confraternite collegate alle Arti provvedono all'assistenza agli artigiani malati, e le maggiori confraternite di devozione - le cinque Scuole grandi, già attive nel '400, e una sesta, aggiuntasi alla metà del '500 - si assumono il compito di tenere al servizio dei confratelli due medici per ciascuna (55). C'era poi un generico impegno del collegio medico, in cambio delle esenzioni fiscali da esso godute, a visitare gratuitamente i carcerati, le monache, i "poveri di schuole" ed altri che non potevano pagare (56).

L'insieme di queste iniziative sembra attenuare la durezza classista apparentemente implicita nella riduzione del diretto intervento pubblico, che in campo assistenziale tese a concentrarsi su un solo obiettivo: la prevenzione della peste (57). In questo settore il governo veneziano adottò fin dal '400 soluzioni di avanguardia, come l'istituzione nel 1423 del Lazzaretto Vecchio, struttura permanente destinata a fungere da ospedale per gli appestati; seguì nel 1468-1471 la costruzione del Lazzaretto Nuovo, in cui ospitare durante la quarantena i risanati ed i casi sospetti. Fu altresì di grande rilievo la decisione assunta nel 1460 e rinnovata con maggior successo nel 1486 di rendere permanente la magistratura dei provveditori alla sanità, che in tempo di peste doveva provvedere alle più urgenti necessità e che ora avrebbe potuto dedicarsi più organicamente anche alla prevenzione. Lasciando questo tema ad altre specialistiche trattazioni, ci limiteremo a segnalare che l'impiego di personale medico alle dipendenze dei provveditori fu quanto mai limitato, analogamente a quanto avveniva negli altri uffici di sanità allora istituiti in Italia: nel 1541 troviamo al servizio di questa magistratura un solo medico; più tardi, un medico fisico e un medico chirurgo (58). Naturalmente i provveditori potevano consultare in qualunque evenienza il collegio medico, che però non fu mai stabilmente associato alla loro attività. A questo riguardo, va tenuto presente che le misure di prevenzione adottate dai provveditori miravano in parte ad impedire il corrompimento dell'aria (in base a dottrine mediche erronee che però produssero una positiva preoccupazione per l'igiene cittadina) e in parte ad evitare il contagio, già individuato dall'esperienza anche se non spiegato dalla scienza medica, mediante l'adozione di procedure di isolamento e di quarantena. L'applicazione di queste misure richiedeva ai provveditori capacità politico-amministrative, buon senso, spirito d'osservazione: le tradizionali virtù del ceto dirigente (59).

Una certa circolazione negli ambienti patrizi delle principali teorie mediche era comunque assicurata in virtù degli studi padovani di molti nobili veneti, non pochi dei quali giungevano a laurearsi in artibus; ma poco giovamento poteva venire ai provveditori da una medicina sostanzialmente ferma, almeno fino al Benedetti e al Fracastoro, alla concezione galenica della peste causata da "corruzione dell'aere" (60).

Così i provveditori erano costretti a battersi, con mezzi e dottrine inadeguati, contro "un nemico invisibile". Sul piano psicologico il loro atteggiamento, così come quello di tutto il patriziato, doveva quindi oscillare tra la fiducia e lo scoramento nei riguardi del corpo medico e delle sue capacità terapeutiche. Ciò appare con chiarezza nelle riflessioni dedicate alla pestilenza del 1506 dal diarista Girolamo Priuli, convinto, come già si è ricordato, che Venezia potesse contare su ottimi medici, fra i migliori d'Italia. Ma all'inizio dell'epidemia questi seri professionisti avevano pensato di praticare ai malati dei vigorosi salassi, "e tutti morivano subito salassati". Finalmente, dopo aver visto perire otto pazienti su dieci, "deliberonno li medici, vedendo che il trazer di sangue era a loro molto contrario, tentar un'altra experientia" e cambiarono terapia, con risultati questa volta un po' migliori. "Et li medici anchora loro non ponno intender il tutto, et cum la experientia et cum lo tempo imparanno, quia nemo natus est magister" (61).

Quest'appello all'esperienza non deve essere anacronisticamente interpretato in senso galileiano: esso si inserisce anzi in un contesto culturale molto complesso, giacché il Priuli, bene esprimendo il sentire comune di larghi strati del patriziato, è pur sempre convinto della grandezza degli antichi maestri, da Galeno ad Avicenna. Né sono certo estranei agli interessi medici del patriziato dell'epoca l'occultismo, la magia naturale e l'astrologia, che sono anzi oggetto di studio anche negli ambienti dell'Università di Padova (62).

Dobbiamo comunque tener conto di questa predisposizione psicologica dei Veneziani in favore della "experientia", sia pure latamente intesa, perché questo dato ambientale aiuta a comprendere in qual modo potesse coesistere nella Venezia del '400-'500 una pluralità di proposte terapeutiche di varia provenienza, la cui diffusione era certamente propiziata dall'attivo ruolo di mediazione che la città ancora svolgeva fra Oriente e Occidente. Per questa via possono essere arrivate in Europa idee feconde, fra cui forse anche quella della circolazione polmonare del sangue, già intuita dai medici arabi (63).

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163. Su questi tribunali, cf. M. Sanudo, De origine, situ et magistratibus, pp. 119 ss.

164. A.S.V., Compilazione delle Leggi, b. 64, c. 132, "parte" del maggior consiglio del 12 settembre 1463.

166. Ibid., c. 164, "parte" del senato del 6 maggio 1473.

167. Ibid., c. 203, "parte" del senato del 22 settembre 1489. Cf. S. Gasparini, I giuristi veneziani, p. 87.

168. A.S.V., Notatorio di Collegio, reg. 14, c. 9, 17 ottobre-26 ottobre 1489. Cf. S. Gasparini, I giuristi veneziani, p. 87 (sulla base di una copia del documento dà un totale di 64 avvocati straordinari); M. Knapton, Tribunali veneziani e proteste padovane, p. 167 n. 53.

169. Cf. M. Sanuto, I diarii, III-VI, indice, ad voces.

170. Ibid., III, col. 95.

171. Cf. Marco Ferro, Dizionario del diritto comune e veneto, I-X, Venezia 1778-1781: X, pp. 81 ss.; S. Gasparini, I giuristi veneziani, pp. 90-92.

172. A.S.V., Compilazione delle Leggi, b. 64, c. 211, senato, 31 dicembre 1497. Cf. S. Gasparini, I giuristi veneziani, p. 88. Questa delibera sembra ispirarsi alle norme disciplinari vigenti per il personale della cancelleria ducale ( Francesco Marini, Luigi Marini segretario della serenissima repubblica di Venezia nel secolo XV e XVI, Treviso 1910, pp. 47-48; Giuseppe Trebbi, La cancelleria veneta nei secoli XVI e XVII, "Annali della Fondazione Luigi Einaudi", 14, 1980, pp. 87 n. 62, 100 [pp. 65-125>).

173. Scelta degli avvocati regolamentata dalla già citata "parte" del senato del 6 maggio 1473 (cf. Ivone Cacciavillani, La legge forense veneziana [1537>, Padova 1987, p. 89). Divieto di consumare i pasti: "parte" del senato del 31 dicembre 1497, A.S.V., Compilazione delle Leggi, b. 64, C. 211.

174. Cf. sopra, n. 146.

175. Cf. Gaetano Cozzi, Autorità e giustizia a Venezia nel Rinascimento, in Id., Repubblica di Venezia e Stati italiani. Politica e giustizia dal secolo XVI al secolo XVIII, Torino 1982, pp. 96 ss.

176. Sul dibattito dell'aprile 1518, cf. ibid., p. 122. Il Dolfin vi sostenne Luca Tron (M. Sanuto, I diarii, XXV, coll. 356-357). Precedente scontro del Dolfin e del Tron col doge Loredan, ibid., col. 354. Sul Tron, cf. in generale Robert Finlay, La vita politica nella Venezia del Rinascimento, Milano 1982, pp. 294-306.

177. M. Sanuto, I diarii, XXV, coll. 113, 115.

178. Infatti erano nobili sette dei sedici avvocati straordinari provvisoriamente autorizzati a esercitare la professione nelle corti di San Marco (ibid., col. 115).

179. Ibid., coll. 190, 194.

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La FIMP ha preso 94.000 euro da Glaxo Smith Kline e Pfizer.

La SIP circa 64.000 euro da Glaxo Smith Kline, Pfizer e Sanofi per organizzazione di eventi e sponsorizzazioni.

Secondo il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone: «c’è un conflitto d’interesse che stiamo cercando in qualche modo di risolvere». Speriamo qualcuno riesca a fare un po’ di luce nell’oscuro e inquietante intrigo tra industria farmaceutica, associazioni mediche e partiti politici.

Ebbene sì, a beneficiare dei soldi di Big Pharma ci sarebbero anche le FONDAZIONI POLITICHE legate a PARTITI…

Ma di queste, oltre il 90% non hanno MAI reso pubblica l’entità e la provenienza dei propri fondi, anche perché il vuoto legislativo italiano glielo permette. Tra miliardi di euro, intrallazzi, corruzione, comparaggio, congressi e corsi di formazione ricordiamo sempre che di mezzo c’è la salute dei nostri bambini!

Tratto dalla trasmissione «GabbiaOpen» La7.

Denunciate all’ANANC le società scientifiche italiane vicine alle case farmaceutiche produttrici di vaccini.

Chi volesse può adeguare e inoltrare la denuncia che riporto (a: protocollo@pec.anticorruzione.it oppure vada sul sito ANAC) sotto per combattere questa mancanza di trasparenza affinché non collaborino più ai piani vaccinali nazionali. Vi terrò aggiornati. Grazie.

Oggetto: conflitto interessi tra vaccini e case farmaceutiche Da: ROBERTO IONTA Data: Lun 05/06/2017 11:23 A: protocollo@pec.anticorruzione.it.

Voglio portare alla vs attenzione la gravissima questione che si rileva dalla pagina 115 del nuovo piano vaccinale 2017-2019 pubblicato in Gazzetta Ufficiale ove si rileva:

“18-2-2017 Il presente piano è stato formulato con il contributo di:

Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute – Gruppo di lavoro interistituzionale ‘Strategie Vaccinali’ (Ministero della Salute-Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria, Consiglio Superiore di Sanità, Agenzia Italiana del Farmaco, Istituto Superiore di Sanità)

Gruppo interregionale di Sanità Pubblica e Screening del Coordinamento interregionale della Prevenzione della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome.

Società Scientifiche: SItI, FIMG, FIMP, SIP. ”

che tale ultimo rigo delle società scientifiche che partecipano alla formulazione “contribuendo” allo stesso lascia perplesso il sottoscritto che vi evidenzia la possibile collusione tra chi produce il vaccino e chi lo deve immettere nel sistema sanitario, rendendo quantomeno strano il legame tra case produttrici e la spinta vaccinale in atto anche alla luce del recente decreto della ministra Beatrice Lorenzin.

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