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Ma un determinato pH ha enormi variabili di resistivita' ( ro' ), misurabile in ohm e di carica ionica, ovvero di potenziale elettronico ( rH2 ), misurabile in microVolt. Essi sono SEMPRE correlati ed interdipendenti! Se non si tiene conto di queste variabili e' impossibile avere un panorama chiaro, completo e descrittivo (es.:nell'esame del sangue e dei valori reali del suo pH, oppure in quello dell'urina, ecc.) della salute di un essere umano od animale:

Ecco qui descritto in sintesi, lo "ABC" della Bioelettronica (elettronica del Vivente); essa determina, qualifica e quantifica, identificando con apposite apparecchiature bioelettroniche, i parametri elettronici dei liquidi extra cellulari e/o intracellulari, ed il mancato o blocco del trasferimento-comunicazione (blocco informazionale ed energetico) fra terreni liquidi e tessuti base ai quali appartengono le cellule nei vari organi e sistemi, molecole, DNA, cellule, e l'indagine puo' avvenire anche ai vari livelli e sottolivelli. E' anche possibile poter agire su di essi (blocchi d'informazione) a livello delle energie (vibrazioni - frequenze) - questi parametri bioelettronici del Vivente sono le Basi fisiologiche, dalle quali per "caduta", creano, esplicano, comandano e si eseguono con i comandi cerebrali dei vari cervelli del corpo, le informazioni emanate dall'inconscio e dal conscio, che sempre generano azioni e reazioni, biochimiche e non solo, all'interno e fra di essi in tutti i livelli e quindi anche e soprattutto sulla membrana cellulare, nelle cellule stesse. che possono, se ad esempio intossicate, addivenire in uno stato di stress ossidativo, cioe' all'alterazione-malfunzione del metabolismo cellulare e quindi quello nei tessuti (la Matrice) che si infiammano, ove le cellule intossicate risiedono, generando malfunzione negli organi corrispondenti a quei tessuti e determinando nel tempo piu' o meno breve e nei fatti, i vari sintomi che la medicina allopatica ed i medici impreparati, chiamano impropriamente con vari nomi: le "malattie", mentre questo stato Unico di ammalamento lo si puo' riordinare e mantenere salubre con stili di vita adeguati (etica, coerenza ecc, lungo la via-legge dell'Amore, la comunione, la compassione, l'aiuto reciproco fra i viventi. Quindi una vita con stress ridotto al minimo, alimentazione crudista (secondo l'emodieta) appropriata, le giuste funzioni della Perfetta Salute si manifestano a qualsiasi livello psichico e fisiologico, perche' mantengono e/o riportano al giusto pH = leggermente alcalino, modo nel quale gli umani funzionano e debbono vivere per rimanere SANI e quindi il passaggio dell'informazione avviene nell'organismo a tutti i livelli senza malfunzioni e/o blocchi. Mentre l'Odio, il rancore-risentimento, la violenza, sono matrici di pH ACIDO, e di malfunzioni e/o blocchi del passaggio e distribuzione dell'informazione, e quindi generano anche e non solo l'acidosi metabolica, lo stress ossidativo cellulare fautori di qualsiasi malattia, fino al cancro. "Mens sana in corpore sano"

"Conciliare le straordinarie potenzialità della carica vitale giovanile tra crescita culturale ed educazione sportiva”

Questo, secondo l’illustre pedagogista P.F. de Coubertin (padre delle moderne olimpiadi), in una quanto mai attuale interpretazione dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, un possibile rimedio contro la preoccupante escalation della pigrizia mentale e fisica tra i giovani d’oggi. E questa, sostanzialmente, la mission del Liceo Scientifico “Gymnasium Patavinum Sport” di Padova, che in un contesto moderno e funzionale di strutture didattiche ed impianti sportivi, persegue - nel rispetto delle leggi dello Stato- le seguenti finalità:

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A cura del Dott. Fabio Tarantino. OFICINA DE ADMISIÓN.

Nota: La Facultad de Medicina tiene una sola convocatoria que finalizó el 31 de octubre de 2017.

Pasos a seguir en el Proceso de Admisión a la Facultad de Medicina.

1.- Dirigirse a la Oficina de Admisión de la Facultad de Medicina y hacer entrega de los siguientes documentos:

4 fotos tamaño carnet 2 copias de los Créditos de Cuarto y Quinto año 3 copias del Certificado de Nacimiento, Cédula o Cédula juvenil B/ 30.00.

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Anche il concubinato del clero, problema comune a tutta la Cristianità tardo-medievale ed attestato per Venezia dai sinodi diocesani (231), non scandalizzava affatto la Signoria, conformemente a quello che era il generale atteggiamento dei laici su questo tema (232). Lo si vide chiaramente quando il vescovo di Treviso Giovanni Benedetto tentò di sradicare questa consuetudine, praticata e pubblicamente difesa da circa un quarto del suo clero diocesano. Montarono le proteste ed il Benedetto fu severamente ammonito da una "ducale" del doge Tommaso Mocenigo, che lo invitò a non introdurre novità ed anzi a dissimulare, come facevano gli altri vescovi del Dominio veneto e di tutto il mondo, giacché l'estirpazione di quell'abuso sarebbe stata difficile e forse avrebbe provocato mali peggiori (233).

Il contrasto non era affatto episodico, ma scaturiva dalla formazione religiosa del Benedetto, un nobile veneziano entrato nell'ordine domenicano ed educato alla scuola di Giovanni Dominici. È chiaro che chi si ispirava all'ideale di una riforma della Chiesa non poteva concordare con la paternalistica tolleranza dimostrata dal governo veneziano verso il proprio clero, che veniva in un certo senso considerato come instrumentum regni. Difatti l'ideale di una riforma continuò ad operare e a generare nuove iniziative e nuove tensioni, che infine non poterono non ripercuotersi anche sull'esercizio del notariato da parte del clero. Non a caso, la pubblica condanna dei preti-notai di Venezia fu pronunciata da un pontefice, Eugenio IV (al secolo Gregorio Condulmer), che nel primo '400 era stato fra gli animatori della vita religiosa veneziana.

Nel 1402 il Condulmer (proveniente da una famiglia non nobile, ma imparentata coi patrizi Correr e legata da rapporti d'affari anche ai Benedetto) aveva promosso assieme ad alcuni nobili amici il primo nucleo della Congregazione dei canonici secolari di San Giorgio in Alga, di cui era entrato ben presto a far parte anche Lorenzo Giustiniani (il futuro protopatriarca) (234). Il Condulmer fu poi chiamato a svolgere importantissime funzioni ecclesiastiche a Roma, come collaboratore di papa Gregorio XII; ma non dimenticò mai la sua città natale e nel 1433, divenuto ormai da due anni pontefice, scelse personalmente il nuovo vescovo di Castello nella persona dell'amico Lorenzo Giustiniani, persuadendolo a lasciare, sia pur riluttante, la vita monastica.

Del resto, già da tempo il Giustiniani aveva cominciato a riflettere, sulle orme del Condulmer, intorno alla crisi della Chiesa. "Povera Chiesa!", osserva il Cracco sintetizzando gli scritti del Giustiniani: "ecco i preti: se ne trovano pochissimi che vivano honeste, ancor meno (rariores) che sappiano occuparsi delle anime; i più pensano solo ai piaceri e vanno a gara con la gente del secolo nel comportarsi come le bestie (bestiarum more); girano per le vie e per le piazze, frequentano teatri e spettacoli, si danno ai balli, bestemmiano e sparlano senza pudore, amano le vesti lussuose, si fanno crescere i capelli contro tutte le norme" (235). Di questa intensa preoccupazione per i corrotti costumi del clero secolare il Giustiniani avrebbe dato prova anche nelle costituzioni del sinodo del 1434, insistendo soprattutto sulla eccessiva dimestichezza coi laici, vera radice del traviamento del clero (236). Non avrebbe però menzionato esplicitamente la spinosa questione dei preti-notai, forse per riguardo verso il governo veneziano, oppure - più probabilmente - perché ormai la questione veniva dibattuta ai massimi livelli, tra il pontefice e il doge.

Infatti fin dal giugno dell'anno precedente Eugenio IV aveva emanato una bolla che, muovendo da considerazioni analoghe a quelle del Giustiniani, mirava a ricondurre l'esercizio del notariato da parte del clero veneziano entro i severi limiti stabiliti dalle norme canoniche. Scopo supremo perseguito dal pontefice, fin dal momento del suo insediamento, era stato "vitam et morem clericorum reformare", in modo che i sacerdoti, dediti esclusivamente al "ministerio divinorum munerum", potessero efficacemente provvedere "animarum saluti". Era per il Condulmer un amaro ricordo di gioventù l'aver dovuto constatare in quale misura il clero veneziano fosse coinvolto nell'esercizio del notariato degli officia e delle corti: ciò infatti significava che la missione sacerdotale veniva trascurata per la maggior parte delle giornate. Ma ora gli appariva addirittura intollerabile la novità introdotta da quei chierici che, come gli veniva riferito, avevano aperto veri e propri uffici ("stationes publicas", "apotecas") in cui ricevevano i clienti a guisa di notai laici. Secondo la bolla questa situazione doveva cessare entro sei mesi: si concedevano poche eccezioni, la più significativa delle quali riguardava i chierici al diretto servizio del doge, cioè i cancellieri inferiori (237).

Per evitare una drastica applicazione della bolla intervenne prontamente la Signoria: il doge Foscari fece sapere al pontefice che l'allontanamento dei preti-notai dagli officia di palazzo Ducale avrebbe potuto provocare "incommoda et scandala". Sicché nel maggio del '34 lo stesso papa Eugenio si risolse a scrivere al vescovo di Castello, allargando le proprie concessioni fino al punto di autorizzare la permanenza negli uffici di tutti i chierici "ad sententias et alios actus iudiciarios deputati" (238).

Nelle intenzioni del pontefice, questa concessione aveva carattere provvisorio; in realtà i chierici avrebbero continuato a ricoprire il notariato degli officia per altri quarant'anni. Per la loro sostituzione dovevano infatti realizzarsi alcune fondamentali precondizioni di carattere politico e sociale: innanzi tutto, occorreva che si attenuasse il pregiudizio sfavorevole all'impiego di notai laici, alcuni dei quali cominciavano allora ad entrare nelle notarie di magistrature minori, come nel caso del celebre copista di codici latini Michele Salvatico, collaboratore di umanisti e notaio dei capi di sestiere (239). Inoltre, poiché non si trattava di sostituire singoli elementi, ma tutto un corpo di funzionari, era necessario che emergessero nuove forze sociali capaci di offrire al patriziato una valida alternativa all'impiego dei chierici. Al di sotto dell'aristocrazia doveva cioè formarsi un' élite di mercanti, professionisti e burocrati, populares o cives populares (240), capaci di sostenere la Repubblica con la loro opera, i loro mezzi finanziari e il loro patriottismo, sia in pace, sia in guerra, salvo poi a pretendere come corrispettivo l'assegnazione di determinate cariche. Questo processo cominciò a trovare significativi sbocchi legislativi a partire dal quinto decennio del '400 e si manifestò in maniera più netta negli anni '70.

L'aspetto più noto di questa lotta per l'assegnazione degli uffici pubblici fu rappresentato dalla deliberazione del consiglio dei dieci che nel 1478 riservò i posti di notaio della cancelleria ducale ai soli "cittadini originari"; ma già nel 1475 una legge del maggior consiglio aveva escluso i preti-notai dalle "nodarie" degli "offici o zudegadi nostri a palazo over de Rialto", riservando tali posti a "nostri citadini laici de questa città" (241). Come si può facilmente osservare, questa riforma, concepita per favorire un ceto in ascesa, seguiva criteri assai diversi da quelli enunciati nella bolla di Eugenio IV, in quanto escludeva il clero dal notariato degli officia, mentre risparmiava i preti-notai gestori di quelle apothecae che, già segnalate ed esecrate dal pontefice, erano ora divenute ancor più numerose, così intorno a Rialto come a San Marco (242).

Anche sotto un altro aspetto la situazione dei preti-notai non era mutata nel mezzo secolo trascorso dopo l'intervento di papa Condulmer: come egli aveva allora denunciato, diversi chierici continuavano a rogare atti e testamenti come notai "Imperiali auctoritate". Ed erano cerimonie davvero curiose quelle che ancora verso il 1480 continuavano a svolgersi in qualche apotheca del sestiere di San Marco, dove un conte palatino, che doveva il suo altisonante titolo alla generosità o all'interesse di un Asburgo precariamente insediato sul trono imperiale, conferiva a qualche chierico veneziano il titolo di notaio, osservando tutte le forme tradizionali, compreso il giuramento di fedeltà all'Impero (243). Ne derivavano per lo Stato veneziano alcuni rilevanti pregiudizi: quello teoricamente più grave, cioè il vulnus inferto alla sovranità della Repubblica, non era allora considerato con la stessa preoccupazione con la quale lo si sarebbe valutato nel secolo XVII (e infatti solo allora ci si sarebbe decisi, dopo un fermo intervento del consultore in iure Servilio Treo, ad abolire le antiche prerogative dei conti palatini in tutto lo Stato veneto) (244); più immediatamente percepibile era invece il danno derivante dall'impossibilità di istituire una seria verifica sulle qualità professionali e morali degli aspiranti notai, che venivano debitamente esaminati solo se chiedevano di rogare "Veneta auctoritate". Perciò il maggior consiglio, che fino ad allora aveva bensì legiferato sui testamenti e sui contratti, imponendo così la propria autorità anche ai notai imperiali ed apostolici, ma non era mai entrato nel merito delle nomine notarili provenienti dalle due massime istituzioni della Cristianità medievale, deliberò nel 1485 di sottoporre all'esame del cancellier grande e dei cancellieri inferiori "tutti i nodari, i quali in questa nostra città al presente esercitano l'officio di notaria, così per autorità apostolica, come imperiale, over veneziana" (245). Solo quanti fossero stati giudicati "legali et sufficienti" avrebbero avuto diritto alla registrazione presso la cancelleria ed al rilascio di un "bollettino" che li avrebbe abilitati a esercitare l'arte notarile a Venezia e nel Dogado (246).

La legge del 1485 fu sempre riconosciuta dagli storici come un momento fondamentale nella riorganizzazione del notariato veneziano. Però essa non fu rigorosamente applicata in quella parte che sospendeva le prerogative dei conti palatini. Si rese così necessaria una nuova e più energica riaffermazione dell'autorità dello Stato marciano: compito cui il senato si accinse nel 1514, quando era ancora fresco il ricordo della crisi della guerra della lega di Cambrai e si imponeva nei più vari settori dell'attività statale l'esigenza di un profondo riordino. Da queste circostanze scaturì una legge di riforma del notariato che, pur ribadendo alcuni principii della precedente normativa, risultò nel complesso altamente innovatrice. I notai di Venezia, quelli che un tempo si erano chiamati notai ordinari, furono riuniti di autorità in un collegio di 66 membri, cui però sarebbero stati ammessi (col titolo di notai "numerarii") solo i vincitori di un nuovo esame-concorso, per il cui svolgimento vennero fissati criteri non molto dissimili da quelli già in vigore per le assunzioni nella cancelleria ducale. All'esame vennero ammessi, in questa prima tornata, aspiranti di varia condizione: poterono quindi parteciparvi i notai degli officia e delle corti, la cui attività notarile sarebbe altrimenti rimasta circoscritta all'interno dei loro uffici; furono altresì ammessi alla prova gli aspiranti forestieri ed i preti-notai: per loro, però, questa sarebbe stata l'ultima occasione (247).

Quest'importante decisione faceva presagire il definitivo declino del notariato ecclesiastico applicato a negozi secolari, in quanto lo trasformava in una sorta di ruolo ad esaurimento (248). D'ora innanzi, spiegava la "parte", i posti vitalizi resisi via via vacanti sarebbero stati assegnati esclusivamente "civibus nostris originariis laicis", perché nel corso delle ultime guerre essi e le loro famiglie avevano contribuito con le loro facoltà ed il loro sangue alla difesa di "questa loro patria e stato nostro" ("pro hac eorum patria et Statu nostro") (249).

Va peraltro rilevato che sia in quest'occasione, sia nella successiva riforma dell'avvocatura, non si chiusero interamente le porte ai cittadini di più recente immigrazione. Infatti la stessa "parte", che nel preambolo parlava di "cives originarii", nella parte dispositiva escludeva i soli notai "forenses", cui contrapponeva i diritti dei cittadini, sia originari, sia per privilegio (250). L'ammissione di questi ultimi al notariato si poneva nel segno della continuità rispetto alle norme del 1375 (251); e secondo ogni verosimiglianza fu proprio la forza della tradizione a determinare l'adozione di tale scelta da parte di un ceto dirigente veneziano che a quest'epoca appariva ancora incerto e diviso sul tema delle prerogative da accordare ai due diversi tipi di cittadinanza (252).

Così, grazie alla relativa liberalità della legge del 1514, nel corso del '500 vi furono diversi notai veneziani non provenienti dalle file della cittadinanza originaria (253); ma col tempo le differenze sociali tesero ad attenuarsi perché, se è vero che non tutti i notai erano benestanti (254), almeno i più abili e fortunati riuscirono a consolidare la loro posizione a Venezia fino al punto di fondarvi una famiglia destinata a conseguire il prestigioso riconoscimento della cittadinanza originaria (255). In questa loro aspirazione essi furono certo aiutati dalla legge del 1514, non solo perché essa limitava la concorrenza nell'ambito della professione ed emarginava i notai più poveri attraverso l'obbligo di un deposito cauzionale, ma anche perché permetteva esplicitamente le sostituzioni e le rinunce a favore di terzi (previo esame di idoneità), agevolando così la formazione di vere e proprie dinastie familiari, all'interno delle quali poteva svolgersi in condizioni davvero privilegiate il tirocinio del giovane aspirante notaio, eventualmente arricchito nella sua preparazione teorica da un periodo di studi all'Università di Padova (256).

Vediamo così che Daniele Zordan, notaio di Venezia dal secondo decennio del '500, fu seguito nella professione dal figlio Vettore; analogamente, Bernardo Tomasi, notaio dal 1531, spianò la strada al figlio Marcantonio: entrambi i casati furono poi ascritti fra gli "originarii", rispettivamente nel 1573 e nel 1584. Tra i casati dei notai potevano anche formarsi alleanze cementate da matrimoni: Giuliano Mondo, notaio attivo a partire dagli anni '30, diede una figlia in sposa a Luca Gabriele, che divenne pur egli notaio: nel 1575 il figlio di Luca, Gabriele, ottenne il conferimento della cittadinanza originaria quando già era "notaio di rispetto" ed attendeva l'occasione propizia per entrare nel collegio (257).

Anche famiglie che si erano da tempo distaccate dal notariato ricordavano volentieri, al momento della domanda per la cittadinanza originaria, quegli antenati che si erano cimentati nell'arte notarile, o magari un prozio che era stato cancelliere inferiore (258). È questa una prova eloquente del fatto che a Venezia il notariato laico, pur sviluppatosi così tardivamente, aveva ormai raggiunto nella seconda metà del '500 una considerazione sociale relativamente elevata, proprio mentre, con un cammino inverso, il notariato di altre città italiane e della stessa Terraferma veneta tendeva a scadere, nella stima di quei ceti dirigenti, al livello di "arte meccanica" (259). Nel 1627 questa diversità di valutazioni avrebbe portato a un serio contrasto fra il consiglio padovano e la Serenissima Signoria; ed il collegio del doge avrebbe allora ufficialmente definito il notariato come "professione civile et honorata": non incompatibile, dunque, con quel grado di nobiltà che il patriziato veneziano era disposto a riconoscere ai propri cittadini originari o ai membri dei consigli delle città di Terraferma (260).

1. Carlo Maria Cipolla, Le professioni nel lungo andare, in Id., Le tre rivoluzioni e altri saggi di storia economica e sociale, Bologna 1989, pp. 263-277.

2. Convivio, trattato III, XI. E cf. Paradiso, XI, 4-5. In generale, cf. Franco Gaeta, Dal comune alla corte rinascimentale, in Letteratura italiana, a cura di Alberto Asor Rosa, I, Il letterato e le istituzioni, Torino 1982, pp. 184-197 (pp. 149-255).

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