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Commissione Paritetica Docenti - Studenti.

Prof. Petrini Mario (presidente)

Prof. Taddei Stefano.

Prof. Diego Peroni.

Prof. Rossi Leonardo.

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- studenti: Melone Chiara, Gambogi Elena, Ferri Federico, Cotov Maria, Sciarrone Paolo.

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Rappresentati dei Docenti:

Prof. Petrini Mario.

Prof. Blandizzi Corrado.

Prof. Privitera Gaetano P.

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Chirurgia Plastica.

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Job Fair 2018.

Mercoledì 20 giugno, presso la Sede Centrale di via Festa del Perdono 7, si svolgerà la Job Fair di Ateneo “ From LA STATALE to JOBS 2018 ”. Dalle 10.00 alle 17.00 potrai incontrare le aziende partecipanti presso gli stand nel cortile centrale e nel Colonnato Richini, conoscere le opportunità di stage e lavoro dedicate a studenti e laureati del nostro Ateneo e candidarti. Porta il tuo CV!

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(a cura di) (2003). La giustizia costituzionale in Europa. In: M. OLIVETTI; T. GROPPI. MILANO:Giuffrè,, ISBN: 8814105820.

(a cura di) (2003). La Repubblica delle autonomie. In: M. OLIVETTI; GROPPI T.. Torino:Giappichelli,, ISBN: 8834832353.

M. OLIVETTI (2003). Le funzioni legislative regionali. In: GROPPI T.; OLIVETTI M.;. La Repubblica delle autonomie. TORINO:Giappichelli, p.91 - 113, ISBN: 8834832353.

M. OLIVETTI (2003). Lo stato policentrico delle autonomie. In: GROPPI T.; OLIVETTI M.;. La Repubblica delle autonomie. TORINO:Giappichelli, p.39 - 46, ISBN: 8834832353.

M.Olivetti (2003). Note «farisaiche»(?) su sfiducia costruttiva e «norme antiribaltone», in Forum di Quaderni costituzionali. FORUM DI QUADERNI COSTITUZIONALI,

M. OLIVETTI (2003). Talking about devolution. In: GROPPI T.; OLIVETTI M.;. La repubblica delle autonomie. TORINO:Giappichelli, p.275 - 286, ISBN: 8834832353.

M. Olivetti (2002). Bipolarismo e bene comune. ORIENTAMENTI PASTORALI,

M. OLIVETTI (2002). Il partido popular di Aznar e il patriottismo costituzionale. DIRITTO PUBBLICO COMPARATO ED EUROPEO, p.955 - 959.

M. OLIVETTI (2002). Il ricorso di Schroeder alla questione di fiducia sull'invio di truppe in Afghanistan. DIRITTO PUBBLICO COMPARATO ED EUROPEO, p.293 - 296.

M.Olivetti (2002). L'Italia verso il federalismo? Il sistema italiano delle autonomie dopo la riforma costituzionale del 2001. In: J.M. Serna de la Garza. Federalismo y regionalismo. Memoria del VII Congreso Iberoamericano de Derecho constitucional.:Unam, p.365 - 384, ISBN: 9703200079.

M.Olivetti (2002). Note sparse sul disegno di «legge di governo» del Friuli-Venezia Giulia. FORUM DI QUADERNI COSTITUZIONALI,

M. OLIVETTI (2002). Nuovi statuti e forma di governo delle Regioni. Verso le Costituzioni regionali?. Bologna:Mulino, p.564 - 564, ISBN: 8815084886.

M.Olivetti (2002). Profili soggettivi del servizio civile: il trattamento giuridico ed economico dei soggetti, gli incentivi e i benefici. In: E. Rossi, F. Dal Canto. Le prospettive del servizio civile in Italia: dalla legge n. 64/2001 ai decreti attuativi. Rovigo:Brigo, p.65 - 78, ISBN: 8885660762.

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La "crida" emessa nel novembre del 1517 dall'avogadore Dolfin faceva obbligo ai giudici delle corti ordinarie di ammettere in giudizio solo avvocati "ordinari", minacciando in caso contrario pesanti sanzioni pecuniarie. Ma subito i giudici delle corti di San Marco ricorsero al collegio, chiedendo la concessione di una proroga che consentisse lo smaltimento delle cause già iniziate. Infatti l'attività giudiziaria si era bloccata per il fermo rifiuto opposto dai clienti di fronte all'invito a "lassar i loro avocati vechi et tuor avocati ordinari zoveni e inesperti di cose judizial". Il Dolfin concesse una dilazione fino a Natale e tentò di trarre vantaggio da questa sospensione per pubblicizzare in modo adeguato l'imminente elezione di avvocati ordinari da parte del maggior consiglio: era infatti indispensabile per la riuscita del suo progetto la sostituzione degli avvocati professionisti con nobili dotati di talento e ben decisi ad esercitare effettivamente la carica, una volta eletti (177).

Ma su quali risorse umane poteva realmente fare affidamento il Dolfin nell'ambito del ceto dirigente veneziano? Ormai i patrizi seriamente intenzionati ad abbracciare la carriera forense preferivano non dover più sottostare ai rischi della periodica rielezione in maggior consiglio e quindi optavano per l'avvocatura straordinaria (178). Mancando il loro appoggio, potevano rispondere all'appello dell'avogadore solo i nobili più "zoveni e inesperti", oppure quelli che si trovavano in condizioni finanziarie particolarmente precarie: soggetti poco raccomandabili, che potevano vedere nella elezione a "ordinario" un semplice espediente per cercare di liberarsi dai debiti. Ma la maggior parte di costoro era debitrice anche nei confronti dello Stato per tasse non pagate: avevano quindi bisogno di una particolare autorizzazione del maggior consiglio per poter concorrere all'elezione. Nel tentativo di conseguire il loro intento essi provocarono il rinvio della votazione, screditando così ulteriormente l'iniziativa (179).

Di proroga in proroga, si arrivò a uno scontro decisivo nel febbraio del 1518: l'avogadore, ormai completamente isolato, "parlò longamente, dicendo voleva exeguir la leze qual havea zurato di observar, e lui non poteva suspenderla". Dopo un ultimo tentativo di persuasione operato dal doge, cui il Dolfin rispose "durissimo", si giunse alla decisione informale della Signoria di invitare i tribunali a trascurare il comando dell'avogaria e ad ammettere senz'altro gli avvocati straordinari (180). Al nuovo riconoscimento di fatto seguì ben presto anche una più regolare tassazione (181).

I tempi erano ormai maturi per una compiuta regolamentazione dell'avvocatura. Ma, una volta tramontato l'anacronistico sogno di restaurazione avogaresca, il problema dell'avvocatura finì coll'essere inglobato nell'ambito di una più vasta discussione sul ruolo dei giuristi e sul problema dell'interpretazione e dell'aggiornamento degli Statuti. Infatti, con l'elezione dell'ancor vigoroso doge Andrea Gritti, avvenuta nel 1523, subentrò negli affari pubblici un rinnovato spirito di umanistica fiducia nella capacità dei governanti e dei sapienti di riplasmare le istituzioni (182). Applicata alla risoluzione dei problemi della giustizia, questa filosofia politica rappresentava una sorta di rovesciamento delle posizioni sostenute dall'avogadore Dolfin: gli uomini di legge che avevano studiato a Padova o a Bologna, e che erano portatori della "scientia iuris", non sarebbero più stati sospinti ai margini del sistema giudiziario veneziano, ma anzi sarebbero stati chiamati a collaborare al riordino della legislazione, mediante la redazione di un nuovo libro degli Statuti. L'opera dei giuristi avrebbe finito coll'imprimere alle nuove leggi un'impronta romanistica, sostanzialmente estranea alla tradizione veneziana. Anche la cancelleria ducale avrebbe dovuto adeguarsi a questo nuovo clima, curando la formazione giuridica dei giovani segretari mediante un loro distaccamento presso lo Studio di Padova; la stessa importantissima carica di cancellier grande avrebbe potuto essere affidata, nelle intenzioni del doge Gritti, a un dottore di legge originario della Terraferma (183).

Solo una piccola parte di questi progetti fu concretamente realizzata. Infatti, rispetto al comune sentire del patriziato, queste novità si presentavano come troppo avanzate e troppo radicali. In particolare, la riforma del diritto veneto avviata con l'elezione di tre revisori finì progressivamente con l'arenarsi di fronte all'emergere di perplessità e resistenze, restando alla fine incompiuta (184).

In conseguenza di ciò, mutò l' iter del progetto di riforma dell'avvocatura, che era stato in un primo tempo elaborato dai revisori, ma fu poi presentato al maggior consiglio dai consiglieri ducali e dai capi della quarantia criminale, ottenendo l'approvazione dell'assemblea sovrana il 29 aprile 1537. Con l'emanazione di queste norme la Signoria compì una scelta prudente ed equilibrata, evitando strappi troppo evidenti con la tradizione, ma dando al tempo stesso una pratica risposta ai problemi emersi in seguito all'evoluzione della professione legale.

La legge cercava innanzi tutto di salvare il salvabile dell'avvocatura "ordinaria", conservandole alcuni privilegi (185); rendeva inoltre un omaggio non formale allo spirito del diritto veneto, rinunciando a introdurre l'obbligo della laurea per l'esercizio dell'avvocatura straordinaria o ordinaria (c'è da chiedersi se avrebbero concordato su questo punto anche i revisori e i "dottori in leze" che li avevano assistiti). L'apertura agli avvocati "straordinari" fu invece graduata a seconda del possesso del requisito della cittadinanza o, almeno, della residenza a Venezia; ma nel complesso si scelse una politica molto più liberale di quella adottata, per esempio, per l'ammissione alla cancelleria ducale. Nelle corti ordinarie di San Marco e negli uffici di Rialto potevano dunque parlare, fatti salvi i diritti degli "ordinari", gli avvocati "straordinari" che fossero "cittadini originari, over nativi di questa nostra città". Invece nelle cause della quarantia civil vecchia potevano affiancarsi agli "ordinari" anche avvocati "straordinari" originari del Dominio (o di altri Stati), che avessero potuto dimostrare - per mezzo di un apposito registro tenuto dai provveditori di comun - una residenza a Venezia della durata di dieci anni (o, rispettivamente, di quindici). Norme sostanzialmente analoghe valevano anche per le cause civili veneziane discusse davanti all'avogaria di comun o agli auditori vecchi. Infine, "nelle cause civili forestiere" portate davanti agli auditori novi la libertà del cliente nella scelta dell'avvocato si estendeva fino ad abbracciare anche gli avvocati sprovvisti del requisito della residenza, purché sudditi della Serenissima (186).

Malgrado l'ampiezza delle concessioni accordate dalla legge del 1537 ai dottori di Terraferma, il loro ingresso ufficiale nel foro veneziano non portò alla temuta contaminazione del diritto veneto col diritto comune: infatti anche gli avvocati "forestieri" comprendevano durante la loro residenza nella Dominante l'inutilità di troppo frequenti e insistiti richiami al diritto romano, salvo forse nelle cause portate in appello dalle città suddite; ed anche in queste occasioni, in cui in teoria si sarebbe potuto far riferimento al diritto giustinianeo, la pratica del foro li abituava a tener conto della particolare natura dei tribunali veneziani, interamente composti di patrizi avvezzi a giudicare secondo il loro diritto e con un largo impiego dell' arbitrium (187).

Non fu questa, del resto, la sola eredità trasmessa dall'antica avvocatura magistraturale alla nuova e fiorente categoria degli avvocati professionisti. Infatti, seguendo l'esempio degli avvocati "ordinari", anche gli "straordinari" avevano imparato a rivolgersi ai giudici con vivace eloquenza, conformandosi così pienamente alle procedure delle corti veneziane, che si fondavano su una sostanziale oralità del processo. Anche una certa "libertà" dell'avvocatura veneziana, già segnalata dai contemporanei e ricordata con simpatia dall'illustre liberale ottocentesco Giuseppe Zanardelli (188), traeva la propria origine dal modello rappresentato dagli avvocati "ordinari". Costoro, in quanto magistrati elettivi, avevano sempre avuto la possibilità di parlare nei consigli e di contrapporsi, se necessario, alle massime autorità della Repubblica. Subentrando gradualmente nelle medesime funzioni, gli "straordinari", che pure non erano magistrati, e a volte nemmeno patrizi o cittadini, poterono anch'essi godere di quella relativa libertà di parola, che era funzionale al dibattito processuale.

Talvolta le argomentazioni addotte dagli avvocati per contrastare le tesi degli avogadori o di altri magistrati si fondavano su considerazioni di carattere procedurale che rivelavano una conoscenza dei meccanismi consiliari non inferiore a quella dei più reputati segretari della cancelleria (189). Ciò prova come gli stessi avvocati "straordinari" avessero fatto proprio il fondamentale empirismo della giustizia veneziana e avessero perciò rinunciato a far pesare presso i giudici la propria scienza giuridica.

Una volta ristretto il loro ruolo entro questi limiti, gli avvocati erano però realmente liberi di trattare davanti ai maggiori collegi giudicanti tutti i temi più scabrosi che potevano emergere dalla difesa degli interessi particolari dei loro clienti: se si dovesse condannare la memoria del doge Agostino Barbarigo, imponendo agli eredi il pagamento di un cospicuo risarcimento per le sue malversazioni; se fosse giusto processare e condannare i comandanti della flotta che tra il 1499 e il 1503 avevano combattuto con scarso successo contro i Turchi; come dovesse essere regolato il fallimento dei Banchi dei Querini e dei Lippomano; se fosse lecito agli abitanti di Chioggia estrarre olii da Venezia senza pagare dazi; se certe iscrizioni di nascite patrizie all'avogaria di comun dovessero essere convalidate o meno, con tutte le conseguenze, anche di carattere patrimoniale, che ne sarebbero derivate, ecc. Discussioni nelle quali era permesso agli avvocati contraddire lo stesso doge e toccare, almeno indirettamente, anche gli interessi di politica internazionale della Serenissima (come accadde durante una causa in cui un avvocato provocò le ire dell'ambasciatore del re di Polonia, che assisteva per conto del suo sovrano alla seduta della quarantia) (190).

Queste notizie sull'attività degli avvocati, tratte dai Diarii di Marin Sanudo, vanno naturalmente interpretate tenendo presente la particolare ottica del diarista, che sicuramente privilegiò i processi più celebri tenuti davanti ai maggiori tribunali. Qui, dunque, la libertà e il coraggio degli avvocati potevano essere sorretti dalla consapevolezza di difendere clienti ragguardevoli per ricchezza e prestigio sociale.

Molto problematica doveva invece risultare la tutela giudiziaria di quanti occupavano i gradini più bassi delle gerarchie sociali, come i popolani più poveri e gli emarginati. A parte ogni altra considerazione sul carattere aristocratico della giustizia veneziana e sulla diseguaglianza del trattamento riservato, in taluni casi, ai nobili e ai non nobili (191), incideva negativamente sulla difesa dei più poveri l'impossibilità materiale di pagarsi un difensore: particolarmente tragica doveva risultare la condizione dei carcerati.

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